~ Storie: racconti, frammenti di narrazione, robetta. ~

La foto ricordo

Elena
No che guardandomi tu mi ricordi, ma ricordandomi tu mi guardi.
Tua per sempre, Elena.

Mia nonna al suo fidanzato Ruggero, poi mio nonno, rimasto al paese mentre lei era a servizio a Genova, 22 settembre 1936.

Mulino Bianco e la Piccola Spiga

Sulla confezione dei cracker non salati del Mulino Bianco c’è scritto “Conosci la favola di Mulino Bianco e la Piccola Spiga?” Fa così:

Intorno ad un Bianco Mulino ondeggiava felice una Piccola Spiga che desiderava tanto scoprire quale fosse il suo destino nel mondo. Un bel giorno pensò di essere utile al Bianco Mulino e si trasformò in Bianca Farina che, sapientemente lavorata, diede vita ad un morbido impasto. Dopo una lunga notte passata a lievitare sotto un candido canovaccio, stava quasi per annoiarsi, quando improvvisamente… incontrò tanti Simpatici Mattarelli che la resero sottile sottile. Ancor più felice fu di dorarsi al calore del Forno. Fu così che la Spiga capì che il suo destino era di rallegrare mamme e bambini: era diventata una fragrante Sfoglia di Grano!

Poi l’invito, “E adesso continua tu!” con un concorso per veder stampata la propria favola sulle confezioni a tiratura limitata dei cracker di prossima produzione e vincere una visita guidata agli stabilimenti Barilla di Castiglion delle Stiviere. Opperbacco, eccomi!

La Piccola Spiga e il Bianco Mulino

Intorno ad un Bianco Mulino ondeggiava felice una piccola spiga che desiderava tanto scoprire quale fosse il suo destino nel mondo. Ma un bel giorno si ritrovò all’interno del Bianco Mulino dove due enormi Macine di Granito le schiacciavano i chicchi; le sue grida erano soffocate dal crepitio vorticoso delle Macine che, concentrate sul loro compito, giro dopo giro, la trasformarono in Bianca Farina. Annegata sotto una cascata d’acqua e tirata dagli Implacabili Macchinari, Bianca Farina era ridotta ormai un impasto appiccicoso. La lasciarono tutta una notte al buio in uno stanzone dall’aria pesante, soffocata sotto un canovaccio, quando improvvisamente… arrivarono i Simpatici Mattarelli che, con una gragnola di botte, la resero sottile sottile. Era ormai allo stremo delle forze quando fu portata nel Forno dove la arsero viva. Fu così che la Spiga capì quanto fosse ingiusto il mondo, un brutto posto dove le mamme e i bambini allegri non sanno quanto dolore e crudeltà nasconda ogni Sfoglia di Grano!

La noce di cocco

Cazzo che vista, sembra proprio di stare in un film. Ahh, il profumo del mare. Certo in Sardegna è meglio, ma anche qui non è male. La sabbia è pure più bianca, guarda come brilla, pare vetro. Quasi quasi era meglio se scappavo prima, meno corse, meno trambusto, un bacio con le consegne ai ragazzi. Pianificavo un’uscita in sordina, da un giorno all’altro, puf, magari restava anche un ricordo migliore. Vabbè chi se ne frega di cosa pensa quel popolo di coglioni. Già me l’immagino i titoli sui giornali. Avvocato, me li mandi che mi ci pulisco il culo. Fa un cazzo di caldo però, fammi prendere un po’ di fiato, vai, è un pezzo che cammino, fammi appoggiare lì a quell’albero. Chissà se quelli là stanno facendo quello che gli ho detto. Era meglio non dargli tutto ‘sto potere a quei due, ci mettono un attimo a voltarti le spalle, vedrai se non avevo ragione, due serpi in seno sono, vedrai. Ragazzi miei state attenti. Vabbè, se ne riparla tra qualche mese, magari un anno, dipende come lavorano i legali. E quegli altri. Calmiamoci e godiamocela ora, che altro posso fare. Guardo il mare. Bello il mare. Senti però che aria umida, porca troia, con quanto sudo mi si attacca la sabbia al culo. Ce l’avranno l’aria condizionata in hotel? Economia emergente un par di palle. Due passi dalle scimmie sono. Però cucinano bene, la cena dell’altro giorno me la ricordo ancora. Magari dopo qualche settimana a frutta e crostacei mi sarà pure andata via un po’ di pancia e ci sta che riesca a farmi qualche pelle anche qui, ah sì non sarebbe male sollazzare il papero con queste filippine. Lo sanno tutti cosa si dice delle asiatiche. Sai l’invidia di quella testa di cazzo. Voglio vedere come fa a trombare adesso. Che tanto anche lui c’ha poco a venir qui, dove altro vuoi che vada, se aspetta un altro po’ il cerchio si chiude e lo beccano. Ma sia chiaro, qui tra le palle non ce lo voglio, quel leccaculo. E’ pieno di isole, vada su un’altra. Questa è mia, magari me la compro, sì, sì, me la compro, finale perfetto. Mi mancava solo un’isola, in effetti. E poi mi ci faccio re per davvero, con tutte le carte e la corona stavolta. Sai le risate. Mi faccio pure lo stemma araldico, ci metto una bella palma dritta e dura con due noci di cocco che penzolano, come quelle lassù, viste da qui sotto paiono proprio due coglioni, non ci avevo mai fatto caso, tu guarda alle volte la natura. Le noci di cocco. Mi pare di ricordare che qualcuno mi aveva detto che se te ne cade una in testa ti può ammazzare.

Redenzione

Una collina in periferia perduta nel nulla. Tramonto. Silenzio.

Vicino a un albero, due uomini in controluce. Uno dei due sta scavando con una pala, l’altro gli punta una pistola contro.

L’uomo con la pala è stravolto, molto più di quello che ci si aspetterebbe da uno che ha scavato solo poca terra. Continua a guardare l’uomo con la pistola, che resta impassibile.

L’uomo con la pala va avanti a scavare, e lacrime scendono sul suo volto, non si sa se per la polvere, la fatica o perché sta piangendo. “Ti prego!” sussurra dopo un po’ guardando l’uomo con la pistola. Questi non si muove nemmeno, resta immobile con il braccio teso e la pistola pronta a sparare. L’uomo con la pala abbassa la testa, singhiozza e continua a scavare.

La fossa è ormai profonda più di un metro. L’uomo è stanchissimo. “Ho finito,” dice con un filo di voce.

L’uomo con la pistola finalmente apre bocca; sentiamo la sua voce per la prima volta: “Tirati su,” dice. L’uomo con la pala solleva le braccia e tenta di uscire dalla fossa che ha scavato. Fa scivolare la pala sul suolo e faticosamente riesce a tirarsi fuori. Si alza in piedi.

I due uomini si guardano negli occhi. “Adesso è il momento,” dice freddo l’uomo con la pistola che non ha mai smesso di puntargli l’arma contro.

L’uomo condannato a morte supplica il perdono. Farfugliando parole su parole dice che gli dispiace, che non poteva sapere, che se l’avesse saputo non avrebbe certo agito in quel modo, che se potesse tornerebbe indietro. E’ distrutto, piange, cade sulle ginocchia, guarda spaventato l’altro uomo che non ha alcuna reazione. La pistola gli è sempre puntata contro.

“Ti prego, perdonami,” dice in un ultimo disperato tentativo.
L’uomo con la pistola gli nega la grazia.
Il condannato a morte china la testa.
“Un colpo dritto in fronte, così cadi giù e farò meno fatica a seppellirti.”

Le due sagome sono nere nella luce rossa del tramonto. Il condannato alza gli occhi e guarda l’uomo con la pistola. Ha uno sguardo diverso, è sì distrutto ma più distante, come se in fondo avesse accettato la sua morte, come se comprendesse che l’altro non avrebbe davvero potuto perdonarlo. Troppo grave è stata la sua colpa.

L’uomo con la pistola lancia l’arma verso il condannato. “E’ carica. Procedi.”

Il condannato afferra la pistola al volo. La guarda tra le sue mani. L’altro uomo aspetta. Il condannato impugna la pistola e lentamente la solleva per poggiarla sulla sua fronte.

Di scatto, tende invece il braccio e spara verso il suo carnefice. Il colpo risuona nell’aria.

L’uomo però non cade a terra. Il condannato è sorpreso, l’ha colpito, ne è sicuro. Poi capisce. La pistola era caricata a salve.

Sorridendo impercettibilmente, l’uomo dice “Era la tua sola possibilità di redenzione. L’hai sprecata.”

NERO – TITOLI DI CODA