~ Recensioni: io la penso così, e c’è poco da fare. ~

Recensione immaginaria: Giochi di mano

Disclaimer: Poiché i film in sala mi annoiano troppo da farmi venire voglia di scrivere recensioni, da oggi ne scrivo di inventate. Per un nuovo dizionario del cinema italiano.

Giochi di Mano racconta la parabola del chiropratico di fama mondiale, specialista nella riabilitazione manuale, Ettore Calcanti, che si vede affidare il compito più difficile della sua carriera: quello di riabilitare l’articolazione manuale del più richiesto fluffer (per chi non sapesse cosa sia, onde evitare di rovinare una delle scene più drammatiche del film, si rimanda a un dizionario). Film d’esordio di Andrea Frescotti, è rimasto famoso per la scena della masturbazione, di 32 minuti di durata e girata a 4000fps, in cui i tendini e i muscoli coinvolti nell’atto vengono analizzati uno per uno dalla voce fuori campo del dottore mentre il fluffer ripercorre la propria carriera: nelle mani di Frescotti, la scena assurge a chiaro simbolo esistenzialista capace di soddisfare anche i palati più fini. Nell’ultimo atto il film perde molta della sua potenza e si sgonfia, e un certo autocompiacimento registico alimenta il sospetto che il film sia soprattutto un’operazione autoreferenziale di Frescotti. Da vedere con riserva.

Che strano chiamarsi Federico: che orrore piuttosto chiamarsi Ettore.

Scola racconta Fellini, dice il sottotitolo del film, e nulla potrebbe essere più falso. Ma anche il titolo è falso, perché di quanto sia strano chiamarsi Federico nel film non c’è traccia. Ettore Scola perde tempo, affastella cose, ricostruisce stancamente pezzi di cinema e di storia italiana tenendoci un’ora mezzo seduti senza darci nulla in cambio.

Al netto di lungaggini noiosissime, della totale mancanza di brio, di attori non proprio in parte, della staticità e ripetitività della messinscena, della banalità ritrita del bianco e nero per le scene del passato, dei giochini “meta-” che non aggiungono o rivelano nulla, l’errore massimo è stato mostrare Fellini in scena.

Il regista è interpretato da un sosia, ma vigliaccamente perché sempre di tre quarti da dietro, sempre in ombra, sempre ridotto allo schizzo del cappotto di tweed, degli occhiali spessi, del borsalino in feltro e della sciarpa rossa: insomma, uno stereotipo.

Quando apre bocca, Fellini parla alternativamente con una voce che imita quella vera e con estratti dalle interviste di Sono un gran bugiardo, creando un effetto artificiale che disturba nonostante sia coerente con la manifesta ricostruzione cinematografica delle scenografie perché discontinuo, posticcio, falso: la prosodia di un vecchio seduto a meno di un anno dalla morte non può essere la stessa di un uomo di mezza età che guida l’auto di notte e fa conversazione con gli amici.

Ma soprattutto l’errore sta nell’aver messo in scena un regista che già si era fatto da solo personaggio dei suoi film, che già aveva raccontato il cinema dal di dentro e perfino ripreso la macchina produttiva disvelandone l’artificialità senza sminuirne la potenza: gli esempi si sprecano, dalla biografia d’artista Otto e 1/2, alla biografia reinventata di Roma, dalla messinscena del ricordo di Amarcord alla confessione-meta di Intervista. Rimettere in scena un Fellini finto, pavidamente come fa Scola, è tanto inutile quanto sciocco.

Ricordarsi poi che Scola è – era – non solo un regista di peso della nostra storia e non solo un collega di Fellini ma anche un suo amico, giacché questo dovrebbe venir fuori da questo film, ci lascia sbigottiti: un amico si racconta per stereotipi?

Ma c’è di peggio. Quello stupore del narratore per il teatro 5 di Cinecittà come fosse un luogo reso mitologico da Fellini, quelle battutine sulla critica che stronca i primi film, quella messinscena della sequela di premi Oscar vinti insinuano uno spiacevole sospetto e, quando il narratore prende a chiamare Scola “Scola” e Fellini “Maestro”, ecco che quasi ci si convince che questa operazione non sia mossa da affetto, da amicizia, dal desiderio di ripercorrere le dolorose ma calde strade della memoria ma sia da un lato una palese operazione di marketing (Scola racconta Fellini! Venite! Venite!) e dall’altro sia offuscata da una sottile invidia, quasi un complesso di inferiorità: perché altrimenti raccontare specularmente l’arrivo di Scola al Marc’Aurelio dopo quello di Fellini, perché rifare questa scena pedissequamente, una scena che tra l’altro non racconta nulla né dell’uno né dell’altro e al massimo ci dà un’infarinatura alquanto superficiale del ventennio fascista? (Fatta meglio, perché più folle, da Fellini in Amarcord, e l’averle montate una dopo l’altra è tanto didattico quanto impietoso.) Perché insistere sul fatto che in redazione c’erano Steno, Age e Scarpelli e altri numi del cinema di quegli anni, spiattellati con paternalismo dal narratore? Ci aiutano a capire il clima culturale in cui si è sviluppata la personalità artistica di Fellini? No. Ci aiutano a raccontare il suo carattere? No. Almeno ci dicono come è nata l’amicizia tra i due? No. Si sospetta che sia solo un modo per dire quanto fosse fortunato Scola ad esser stato parte di quella illuminata combriccola.

E il finale del film affossa irrimediabilmente l’opera. Sulle riprese TV della camera ardente a Cinecittà con la passerella di divi e gente comune, si ascolta il frammento audio finale di Intervista: “Ecco, il film dovrebbe finire qui, anzi, è finito! Mi sembra di sentire la voce di un mio antico produttore: ‘Ma come!? Finisce così… senza un filo di speranza… un raggio di sole… ma dammi almeno un raggio di sole!’ Un raggio di sole? Mah, non so… Proviamo.” Il feretro viene illuminato da un faretto e tra il pubblico vediamo il Fellini-finto che guarda la morte del Fellini-vero, poi ha un guizzo di ribellione sulla morte e “il Pinocchio del cinema italiano” (brutta ma almeno vera definizione) prende a correre discolo per i teatri di Cinecittà inseguito dai Carabinieri. Banalotto ma almeno è un’idea. E però Fellini corre e corre, gira a destra e a sinistra, semina i Carabinieri ma non arriva da nessuna parte, Scola se lo perde per strada e attacca un montaggio di tutte le scene iconiche dei capolavori del regista a ritmo della musica di Nino Rota: la pietra tombale della regia.

All’uscita dalla sala non sappiamo nulla di Fellini regista, né di Fellini uomo, amico, collega, rivale. Nulla di nulla. Sappiamo forse qualcosa in più di Scola, ma avrei preferito non saperlo. Che strano chiamarsi Federico è un colossale fallimento, un film vuoto. E dannoso.

Che strano chiamarsi Federico, di Ettore Scola [Italia 2013]
Voto: 2. Un orrore di documentario: noioso, stereotipato, pavido e forse invidiosetto.

Mood Indigo – La schiuma dei giorni: la morte di Michel Gondry

Dopo le parentesi blockbuster (Lanterna Verde) e docufiction (The we and I), Michel Gondry torna al cinema che più gli si confà: quello stralunato e sbilenco della macchina di sogni di cartapesta.

La storia boy-meets-girl in salsa dramedy sarebbe potuto essere una rinfrescante riaffermazione della magia del cinema fatto in casa dopo le epidemie della CGI e del 3D e soprattutto la rifondazione della bravura folle e geniale di Gondry che abbiamo amato incondizionatamente come autore dei più stupefacenti videoclip dello scorso decennio.

Mood Indigo è invece il punto di non ritorno del regista francese che, come Tim Burton prima di lui, è diventato l’aggettivo di se stesso.

Dopo L’Arte del Sogno e Be Kind, Rewind è palese che Gondry si limita a cercare storie strampalate per usarle come scusa per mettere in scena le sue trovate artigianali di effetti speciali. Inanellando un trittico di opere di una noia mortale, Gondry dimostra di essere un narratore incapace sulla lunga distanza e un regista totalmente disinteressato alle sorti dei personaggi che mette in scena, relegati a esili figurine che non ci coinvolgono in nessun modo. Sono dieci anni che stiamo qui ad aspettare un nuovo Eternal Sunshine e bisognerà pur decidersi di andarlo a cercare dalle parti di Kaufman.

Mood Indigo: La Schiuma dei Giorni, di Michel Gondry [Francia 2013]
Voto: 4. Qualcuno riporti Gondry ai videoclip, a vantaggio di tutti.

Postilla italiota: in Francia il film si chiama La Schiuma dei Giorni; per il mercato anglosassone è stato ribattezzato Mood Indigo. Noi, sia mai che prendiamo una decisione intelligente, abbiamo fatto doppietta lasciando l’inglese in un film francese perché si sa, l’inglese tira.

Remake di La Casa, e le strategie di marketing

Il remake di La Casa si prende troppo sul serio, a partire dal poster: “Non conoscerai terrore più grande.” Anche meno. In questo, il film di Fede Alvarez commette due errori: prendere sul serio un film che aveva nell’allegro verminoso il suo punto di forza e prendere sul serio l’idea di remake.

Fine della recensione.

Intanto che aspettavo di entrare in sala, gli schermi TV di fronte al bar mandavano – muti – i trailer dei film in arrivo. Ho notato che Il Grande Gatsby viene presentato “da Baz Luhrmann, regista di Romeo + Giulietta e Moulin Rouge” nascondendo zitti zitti il noiosissimo e rovinosissimo Australia: una strategia di marketing piuttosto comune, quella di ripescare il più recente successo ignorando l’ultimo flop.

Poi è arrivato After Earth, il colossal di fantascienza con Will Smith e suo figlio. Poco più in là mi è caduto l’occhio sul relativo gigantesco poster. Né il trailer né il poster fanno menzione del regista. Un’idea di marketing così efficace che non ho la minima intenzione di rovinare.

Hunger Games: la regia che perde i pezzi

Hunger Games è il primo capitolo cinematografico di una saga letteraria di successo, rivolta al settore di mercato degli “young adults” (ossia i post-adolescenti). Il fatto che mi sia arrivata pressoché sconosciuta – quando anni fa ero stato controvoglia travolto dal ciclone mediatico di quella porcheria che è Twilight – è segno che ormai devo definitivamente rassegnarmi a far cadere lo young dalle mie etichette identificative.

Ma il film di Gary Ross aveva dalla sua un surplus di intelligenza – così leggevo sulle critiche d’oltreoceano – che lo rendeva interessante anche al di fuori del ristretto target. La storia poi pareva promettente – il classico futuro distopico con strapotere mediatico, qui declinato in salsa reality-show: quando il Grande Fratello di riferimento non è tanto quello di Orwell ma quello della Marcuzzi (il che la dice lunghissima) – anche perché risultava una sorta di traduzione yankee del nippo cult Battle Royale. Insomma, ero curioso.

Per la prima metà ero anche contento: un bel prodotto mainstream gestito con gusto e solido mestiere in ogni dipartimento produttivo. Una scena in particolare mi aveva fatto ben sperare sull’intera operazione: dopo la selezione e una settimana di allenamento, i ventiquattro sfortunati partecipanti ai giochi sono ai blocchi di partenza, pronti a scattare verso il punto di raccolta del cibo e delle armi; il countdown parte e sappiamo che tutto si giocherà in pochi secondi: una carneficina che i telespettatori, e anche noi in sala, stiamo aspettando.

Gary Ross prende questo momento – apice della tensione che stava costruendo da una buona mezz’ora – e lo svuota completamente di ogni spettacolarità, con un sapiente montaggio di dettagli confusi e una colonna sonora che implode in un silenzio straniante. La scena è solo apparentemente un autogol emotivo, perché funziona come chiarissima presa di posizione e di distanza dallo spettacolo degli Hunger Games: siamo qui per seguire la storia della ragazza che si ribella al sistema, per cui facciamo di tutto per non confonderci con esso e per non farvi confondere a voi spettatori: non sollazzeremo il vostro gusto per i reality abbrutenti.

Il linguaggio cinema va di conseguenza: moltissimi primi piani, camera a mano, fotografia desaturata, insomma quanto di più alieno dal format televisivo propinato dallo show, che infatti è talmente pop da tracimare nel kitsch.

Poi a poco a poco quel che c’era di valido si perde. Il pezzo più grosso se ne va con il buonismo che la trama riserva alla protagonista, sempre tenuta pavidamente al di fuori del crudele meccanismo uccidi-o-muori del gioco, un altro lo si perde con una certa ripetitività nelle situazioni, un altro ancora col doppiaggio televisivo che impedisce di valutare se davvero il film ha questo meraviglioso casting che tutti dicono (inoltre: petizione per bandire Pino Insegno dal cinema, firmate qui: ___________________________).

Il colpo finale lo dà però la regia, ed è per sua natura mortale: dimentico della distinzione tra il suo Hunger Games e gli Hunger Games, Gary Ross gira le scene con progressiva vocazione allo spettacolo facile fino alla sequenza del bacio nella grotta dove musica, dialoghi e movimenti di macchina arrivano al nadir della soap opera. A questo punto io non so più se quel che vedo è il film o parte dello show mediatico che si voleva fin qui criticare: la protagonista finge? Fa il doppio gioco? Cede all’amore? Boh.

E non è un caso che solo da qui in avanti io mi sia accorto delle quattro ragazzine starnazzanti che avevo sedute dietro, quando i miei amici mi garantiscono che hanno sovrastato di urletti vaginali le intere due ore e venti del film.

Hunger Games, di Gary Ross [USA 2012]
Voto: 5. parte bene poi progressivamente annoia e non convince.

Titanic 3D: 14 oppure 100 anni dopo

Il Titanic resta un simbolo, il film resta splendido e il 3D resta inutile.

Lolita di Vladimir Nabokov, e un’occasione per parlar di copertine

Lolita
Vladimir Nabokov
Adelphi, 1996

Lolita è un romanzo complesso, stilisticamente brillante, strutturalmente perfetto, narrato in prima persona da un protagonista sull’orlo della follia eppure (o proprio per questo) dotato di un fascino insidioso e malevolo, e con una trama mortalmente crudele che si fa beffe tanto del narratore quanto del pubblico, flirtando continuamente con la tragedia e la commedia: quando è insopportabilmente triste vorremmo un tocco di leggerezza, ma quando è innegabilmente divertente vorremmo proprio che non lo fosse. Ne segue per forza di cose tanto un capolavoro quanto un’opera radicalmente controversa, probabilmente molto più oggi di quando uscì quasi sessant’anni fa.

John Bertram, un architetto e blogger, fece partire tre anni or sono un concorso per trovare una nuova copertina a Lolita, dopo aver visto una raccolta di 160 edizioni del romanzo da tutto il mondo e constatato come quasi tutte fossero interamente concentrate sull’aspetto erotico per titillare il pubblico. Indubbiamente un autogol: chi acquista il libro per torbidi fini resterà immancabilmente deluso (o non capirà la sottile e indiretta prosa di Nabokov o non otterrà comunque soddisfazione perché l’erezione esige immediatezza e banalità), chi lo compra per leggere un’opera di altissima letteratura si sentirà uno sporcaccione.

D’altra parte Lolita è davvero tutto quello che già pensate che sia (se non l’avete letto; se l’avete letto è anche di più). E’ fattibile presentare questo libro in modo chiaro, possibilmente non moralistico, e più rispondente alla sua vera natura? Alla domanda di Bertram hanno risposto fior fiore di designer e grafici, i cui risultati stanno per essere pubblicati in un libro (i libri generano libri, che non lo sapete? Chissà se godono quando si riproducono. Scommetto di sì. Traboccheranno punti esclamativi). Alcuni esempi di copertine partorite dai creativi:

Si vede facilmente come quasi tutte si concentrino su uno degli aspetti del romanzo: chi l’erotismo insozzato di morte, chi la masturbazione verbocentrica del narratore, chi la pedofilia. D’altra parte sintetizzare in un’immagine un libro così complesso (ma anche qualsiasi libro, o in effetti anche qualsiasi film con le locandine) è un compito che annichilirebbe qualsiasi creativo.

Però un paio di copertine sono indubbiamente più efficaci delle altre: il calzino è un’idea che veicola in modo elegante l’argomento infantile senza cadere nel morboso riuscendo pure a preservare un vago erotismo (funziona perfino meglio per chi ha già conosciuto Lolita “ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo”), mentre le sillabe del nome risuonano indelebili a chiunque abbia anche solo aperto la prima pagina, e per tutti gli altri fanno compiere con malizia alla punta della lingua quel “breve viaggio di tre passi sul palato per andare a bussare, al terzo, contro i denti” (lettore già stregato).

Ma c’è un ultima copertina che vince su tutte le altre: risultando claustrofobica e inquietante come certe pagine del romanzo, ci ricorda soprattutto come la perversione sia primariamente negli occhi di chi guarda. Nessuno può guardare questa copertina senza sentirsi a disagio, o in colpa, per aver pensato che…

Così potente da ritorcere contro il potenziale lettore qualsiasi accusa preventiva fatta al libro. Non credo si potesse fare di meglio.

(La locandina nera al centro c’era andata molto vicina, ma ha esagerato: un laccetto fucsia per capelli, che si trasforma dopo un po’ in un segno di rossetto, e dopo un altro po’ in qualcos’altro di molto volgare, troppo, così tanto da risultare respingente.)

Hugo Cabret: sputtanarsi e rinnegare se stessi

Secondo film di quest’anno con la nostalgia per l’età del muto dopo The Artist, Hugo Cabret è la storia di un bambino orfano che per risolvere il mistero di un automa meccanico lasciatogli dal padre si imbatte in Georges Méliès, padre della cinematografia fantastica ormai dimenticato.

Se volete una recensione al film, vi bastino queste poche parole: noioso e incapace di fondere adeguatamente la parte da spettacolone di Natale per famiglie e quella riflessiva sul cinema per spettatori adulti; Scorsese si ubriaca di 3D (letteralmente: solo dandogli dell’avvinazzato è possibile comprendere tanto le sue esagitate dichiarazioni a favore della stereoscopia quanto le inutilmente lunghe e ripetute sequenze da capogiro del film) e perde quasi subito il controllo sul mezzo e sulla materia a disposizione. In un film che si definisce d’avventura, la noia è un peccato mortale; il momento più emozionante di Hugo Cabret, cioè il montaggio delle iconiche scene dei film muti da Il Gabinetto del Dottor Caligari ad Assalto al Treno, è la sua lapide: una monumentale mancanza di immaginazione.

Ma d’altra parte si sa, Scorsese ormai è morto da anni: il suo lavoro causa poco più che uno sbadiglio e la sua presenza nel mondo del cinema è da considerarsi innocua.

O almeno, finora.

Quel che rende molesto questo film è la distorsione che Scorsese, girando in 3D, ha portato alla filosofia che motivava il romanzo illustrato di Brian Selznick da cui il film è tratto: se La Straordinaria Invenzione di Hugo Cabret attuava una sapiente operazione di recupero educativo del modo di narrare favolistico del cinema degli albori, con pagine dove i bellissimi disegni in bianco e nero erano importanti tanto quanto le poetiche parole, la stereoscopia del film snatura irrimediabilmente questo discorso.

Inutile portare un coraggioso vessillo passatista, ossia tentare di raccontare ai bambini quanto siano magici i libri e il cinema perché fanno viaggiare con la fantasia, se per dirlo fai un film dove il 3D ti butta sull’ottovolante. Dimostri di non crederci tu per primo al potere immaginifico del cinema.

E quando alla fine mi fai vedere il redivivo Méliès che ripropone al pubblico del teatro i suoi film ritrovati, tu li proponi al pubblico cinematografico convertendoli in 3D. Sacrilegio. Anzi peggio: vomito.

Mi fai di molto schifo, caro Martin, giacché non posso non pensare al fatto che tu stesso fondasti nel 1990 la Film Foundation for Film Preservation, organizzazione di cui tra l’altro eri stato il portavoce e il presidente. Lo statuto della fondazione, che ti ricorderai perché l’hai scritto tu, prevedeva l’impegno a difendere e preservare i film del passato al fine di proteggere la visione dei registi che li avevano creati. In quegli anni in particolare tu e gli altri registi iscritti alla fondazione vi batteste contro l’idiota pratica della colorizzazione dei film in bianco e nero, una cretinata che mirava a rendere accattivanti i vecchi capolavori convertendoli al supposto gusto del pubblico corrente. Non penso occorra essere delle faine per notare degli indubbi parallelismi con quanto succede oggi con le riconversioni in 3D.

Vedi di riconvertirti il cervello, vai.

Hugo Cabret, di Martin Scorsese [USA 2011]
Voto: 4. una favola completamente priva di magia e immaginazione.

L’Altra Faccia del Diavolo: esorcizzate piuttosto il cinema dal found footage

Ieri sera sono andato all’anteprima romana del film horror L’Altra Faccia del Diavolo, recente e molto pubblicizzata variazione indipendente sul sempreverde filone degli esorcismi.

Per promuovere il film, che in America ha fatto inaspettate faville al botteghino, la Universal Pictures ha organizzato una proiezione gratuita a invito al Cinema Farnese di Campo de’ Fiori, addobbato per l’occasione con tappeti rossi disposti a croce, ceri funebri e drappi neri. Durante l’attesa, un figurante in abiti talari cercava di tenere a bada una Bibbia dispettosa che continuava a prendere fuoco e una pia sorella distribuiva ostie ai più devoti e aspergeva gli altri con boccetta d’acqua santa.

Ora, io mi sono divertito: la messinscena era ben fatta, i ceri accesi a terra creavano una bella atmosfera, la vetrata con rosone proiettata su una parete della sala cinematografica era notevole e il buffet a pane e vino è stato sicuramente gradito dai più – non da me, detesto il vino rosso; la sorella mi ha bollato come infedele e io ho mostrato pronto pentimento mangiando un’altra ostia.

Lo so che a caval donato non si guarda in bocca (ci hanno anche regalato una borsa e una maglietta), ma non posso tacere quanto il film sia indifendibile. Nonostante le scene di esorcismo fossero valide a dispetto dell’esiguo budget e malgrado in un paio di sequenze si avvertisse un inizio di inquietudine e suspense, la sceneggiatura era talmente ridicola, infarcita di assurdità e salti logici, che dopo la prima mezz’ora ho smesso di chiedermi perché i personaggi continuassero a litigare e prendere decisioni idiote. Il doppiaggio poi era così artefatto e mal missato che era impossibile credere anche solo per un momento alla messinscena da finto documentario.

Sì, ancora il found footage. Lo possiamo dire? Non se ne può più. Il filone delle videocassette ritrovate, delle bobine rinvenute, delle riprese amatoriali, delle immagini da telecamere di sorveglianza e della troupe documentaristica che segue il protagonista ha esaurito in pochi anni, a causa di un esasperante sovradosaggio, qualsiasi appeal e efficacia.

Inoltre, quando questo stile non è adeguatamente supportato da tutti gli altri elementi della messinscena, come accade in questo L’Altra Faccia del Diavolo dove spuntano continuamente nuove telecamere e altre spariscono dalla scena per non impallare le riprese, alla noia si somma l’irritazione: ci si sente inequivocabilmente presi in giro.

Non spendiamo poi parole né sulle “cavolate romane”, con nomi e logistica totalmente irreali che il film parrebbe essere girato a Paperopoli, né sull’imbarazzante finale del film: basta menzionare le continue risatine e il boato di mugugni a fine proiezione.

Mi spiace rovinare il trend social e il marketing viral del film con questo mio post, però cari press-agent pensateci due volte prima di affidare alla rete la promozione di una bufala: la regola del passaparola, che è la stessa da secoli checché lo vestiate di neologismi contemporanei, vuole che sia indubbia la qualità del prodotto; se il film è scadente, fareste bene a usare la tattica del “prendi i soldi e scappa” (creare attesa, molte sale occupate, una settimana in programma, addio). Voglio proprio vedere se riescono a trovare qualche faccia spaventata nelle riprese che hanno fatto in sala. Se ne vedete una annoiata, è la mia.

L’Altra Faccia del Diavolo, di William Brent Bell [USA 2012]
Voto: 4. il found footage al suo peggio, con script risibile.

PS: Visti i soldi che ‘sto film ha macinato in America, mi chiedo se non sono io ad aver perso definitivamente contatto coi gusti del grande pubblico. Ovviamente mi rispondo prontamente che in realtà è il pubblico ad aver perso capacità di giudizio, ci mancherebbe.

PPS: a metà film una ragazza seduta qualche fila avanti a me si è alzata per andarsene; fatti due passi incerti in penombra ha sbattuto sul radiatore e si è accasciata a terra. Una sua amica l’ha vista, ha urlato “Oddio!” e si è precipitata su di lei. Due agenti della security sono accorsi e le hanno sollevato le gambe trascinandola fuori dalla sala. “Seh vabbè!” ha commentato la mia vicina, interpretando il pensiero di tutti. Ma no, la ragazza si era sentita male veramente. Memo: non svenite più ai film con gli esorcismi, perché rischiate che la gente non vi soccorra.

Dolci Colline di Sangue di D. Preston, M. Spezi

Dolci Colline di Sangue
Douglas Preston, Mario Spezi
Rizzoli, 2009

In linea col post di nessuno2001 di ieri, che mi fa sentire meno in colpa a scrivere un articolo sotto l’etichetta “Recensione” quando non ho nulla di particolare da dire, anche io vi segnalo un libro da leggere: il resoconto romanzato dell’indagine sui delitti del Mostro di Firenze, ad opera di uno dei giornalisti fiorentini che più ha seguito il caso con al suo fianco la penna di un discreto giallista americano.

Il libro è splendidamente costruito con struttura e occhio cinematografici e risulta genuinamente inquietante dalla prima all’ultima pagina. Il fatto che continuasse a far suonare campanelli del mio passato (cartoni animati con sottopancia che annunciavano l’ennesimo delitto, speciali giornalistici a tutta pagina sfogliati nei quotidiani lasciati in salotto) moltiplicava i già abbondanti brividi.

Preston e Spezi sono riusciti a farmi fare ciò in cui Stephen King, Jeffery Deaver, Ken Follet e compagnia avevano fallito: guardare la radiosveglia, accorgersi che sono già le tre passate, girarsi dall’altro lato e continuare a leggere.