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Lolita di Vladimir Nabokov, e un’occasione per parlar di copertine

Lolita
Vladimir Nabokov
Adelphi, 1996

Lolita è un romanzo complesso, stilisticamente brillante, strutturalmente perfetto, narrato in prima persona da un protagonista sull’orlo della follia eppure (o proprio per questo) dotato di un fascino insidioso e malevolo, e con una trama mortalmente crudele che si fa beffe tanto del narratore quanto del pubblico, flirtando continuamente con la tragedia e la commedia: quando è insopportabilmente triste vorremmo un tocco di leggerezza, ma quando è innegabilmente divertente vorremmo proprio che non lo fosse. Ne segue per forza di cose tanto un capolavoro quanto un’opera radicalmente controversa, probabilmente molto più oggi di quando uscì quasi sessant’anni fa.

John Bertram, un architetto e blogger, fece partire tre anni or sono un concorso per trovare una nuova copertina a Lolita, dopo aver visto una raccolta di 160 edizioni del romanzo da tutto il mondo e constatato come quasi tutte fossero interamente concentrate sull’aspetto erotico per titillare il pubblico. Indubbiamente un autogol: chi acquista il libro per torbidi fini resterà immancabilmente deluso (o non capirà la sottile e indiretta prosa di Nabokov o non otterrà comunque soddisfazione perché l’erezione esige immediatezza e banalità), chi lo compra per leggere un’opera di altissima letteratura si sentirà uno sporcaccione.

D’altra parte Lolita è davvero tutto quello che già pensate che sia (se non l’avete letto; se l’avete letto è anche di più). E’ fattibile presentare questo libro in modo chiaro, possibilmente non moralistico, e più rispondente alla sua vera natura? Alla domanda di Bertram hanno risposto fior fiore di designer e grafici, i cui risultati stanno per essere pubblicati in un libro (i libri generano libri, che non lo sapete? Chissà se godono quando si riproducono. Scommetto di sì. Traboccheranno punti esclamativi). Alcuni esempi di copertine partorite dai creativi:

Si vede facilmente come quasi tutte si concentrino su uno degli aspetti del romanzo: chi l’erotismo insozzato di morte, chi la masturbazione verbocentrica del narratore, chi la pedofilia. D’altra parte sintetizzare in un’immagine un libro così complesso (ma anche qualsiasi libro, o in effetti anche qualsiasi film con le locandine) è un compito che annichilirebbe qualsiasi creativo.

Però un paio di copertine sono indubbiamente più efficaci delle altre: il calzino è un’idea che veicola in modo elegante l’argomento infantile senza cadere nel morboso riuscendo pure a preservare un vago erotismo (funziona perfino meglio per chi ha già conosciuto Lolita “ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo”), mentre le sillabe del nome risuonano indelebili a chiunque abbia anche solo aperto la prima pagina, e per tutti gli altri fanno compiere con malizia alla punta della lingua quel “breve viaggio di tre passi sul palato per andare a bussare, al terzo, contro i denti” (lettore già stregato).

Ma c’è un ultima copertina che vince su tutte le altre: risultando claustrofobica e inquietante come certe pagine del romanzo, ci ricorda soprattutto come la perversione sia primariamente negli occhi di chi guarda. Nessuno può guardare questa copertina senza sentirsi a disagio, o in colpa, per aver pensato che…

Così potente da ritorcere contro il potenziale lettore qualsiasi accusa preventiva fatta al libro. Non credo si potesse fare di meglio.

(La locandina nera al centro c’era andata molto vicina, ma ha esagerato: un laccetto fucsia per capelli, che si trasforma dopo un po’ in un segno di rossetto, e dopo un altro po’ in qualcos’altro di molto volgare, troppo, così tanto da risultare respingente.)

Sei per dodici – quattro: l’esattezza

Dopo circa un anno, torno a citare Raymond Carver e il suo Il Mestiere di Scrivere.

Se le parole sono appesantite dall’emozione incontrollata dello scrittore, o se sono imprecise e inaccurate per qualche altro motivo, fatalmente gli occhi del lettore scivoleranno sopra di esse e non si sarà ottenuto un bel niente. Raymond Carver

L’esattezza di pensiero deve essere seguita dall’esattezza dello stile. Disciplina è quel che serve. E lentezza, per ponderare i sottintesi, le connotazioni e i suoni di ogni singolo nome, avverbio, aggettivo.

Senza dimenticare l’esattezza della punteggiatura. Dopo la visione apocalittica di Aldo Busi su una virgola messa male, il punto di Isaak Ėmmanuilovič Babel’:

Non c'è ferro che possa trafiggere il cuore con più forza di un punto messo al punto giusto. Isaac Babel.

Un punto del genere può rivaleggiare in potenza con il CUT TO BLACK cinematografico: l’assoluto dell’assertività, dopo il quale gli indici e i titoli di coda sono propaggini superflue e quasi fastidiose.

Una virgola messa male

[...] una virgola messa male o superflua altera il senso del mondo e dà adito al caos sociale, dato che, prestando il fianco a interpretazioni arbitrarie, legittima la violenza dei crudeli in cerca di un cavillo [...] Aldo Busi, La posta del cuore, Rolling Stone 09.2010

Titoli e copertine di libri

Sfogliando Vanity Fair di questa settimana leggo un articolo che individua i trend in salita e discesa per i titoli dei libri. Mentre crollano quelli a monosillabi (tipo “XY” di Sandro Veronesi), continuano a tenere bene i titoli lunghi e misteriosi (modello: “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano) perché – dice l’esperto – incuriosiscono e sfidano il potenziale acquirente.

In rampante ascesa i titoli che puntano al senso del gusto: “Giorni di zucchero, fragole e neve”, “Amore, zucchero e cannella”, eccetera eccetera. Funzionano perché – sempre secondo l’esperto – sono esotici e allo stesso tempo rassicuranti.

In realtà trovo che l’invasione di questi titoli papillocentrici sia dovuta principalmente alla direzione che il mercato dei libri ha preso nell’ultimo anno. Passeggiando in libreria ho notato come la stragrande maggioranza dei libri si rivolga apertamente a un pubblico di donne. Le copertine sono un tripudio di primi piani di giovani ragazze, quasi sempre coi capelli rossi e ricci, o di dettagli di vita domestica (tazzine, biscotti, tovaglie di pizzo, scorci da finestre), su sfondi con colori caldi (molto giallo, molto arancione) e grafiche a svolazzi.

A guardare da lontano la parete dei best seller di una libreria Mondadori l’effetto cromatico era identico agli scaffali del supermercato con le confezioni di biscotti del Mulino Bianco.

Non si tratta necessariamente di letteratura rosa. Qualsiasi libro viene promosso (dal titolo alla copertina, dalla descrizione alla collocazione) agganciandolo a un supposto gusto femminile.

Alberto Rollo, direttore editoriale di Feltrinelli, e Riccardo Falcinelli, grafico di Minimum Fax, mi danno ragione: la formula magica per il successo 2012 in libreria è la parola “spezie” nel titolo e un bel viso di donna in copertina.

Se per la mancanza di fantasia grafica vi rimando all’arguto blog Copertine di Libri, dove una misteriosa libraia-investigatrice individua doppioni e plagi (con esiti esilaranti tipo Son sempre mi, Solo me ne vo o Alterigia), per i titoli vi riporto qui alcuni tra i libri più venduti del momento, tutti titillanti il gusto, il mistero, il romanticismo, e vediamo se non ho ragione.

  • Il negozio di dolciumi
  • Il gusto segreto del cioccolato amaro
  • La voce invisibile del vento
  • Il prigioniero del cielo
  • La cucina del buon gusto
  • L’ombra della profezia
  • Il linguaggio segreto dei neonati
  • Le prime luci del mattino
  • Il cabalista di Praga
  • La strada in fondo al mare

Ne segue il titolo perfetto.

Alle prime luci del mattino la voce invisibile del linguaggio segreto dei neonati prigionieri del vento nella cucina del negozio di dolciumi col buon gusto segreto del cioccolato all’ombra della profezia del cabalista della strada in fondo al mare di Praga

Successone.

Il mistero insolubile

Dunraven, esperto in romanzi polizieschi, pensò che la soluzione del mistero è sempre inferiore al mistero. Questo partecipa del soprannaturale e finanche del divino; la soluzione, del giuoco di prestigio. Jorge Luis Borges, L’Aleph, p. 130

Dev’essere per questo che sono sempre insoddisfatto dei thriller e dei romanzi gialli, inclusi i miei.

Francis Ford Coppola e la vita d’artista

Durante il Marrakech International Film Festival, Francis Ford Coppola si è intrattenuto con un gruppo di studenti condividendo con loro quel che ha imparato sulla creatività, il cinema, l’arte. L’intera conversazione è degna di nota, ma qui vorrei sottolineare un paio di passaggi sulla necessità di prendersi rischi per far qualcosa di intentato.

Il rischio è un elemento essenziale di ogni arte. Se non corri alcun rischio, come puoi creare qualcosa davvero bello, qualcosa che non è mai stato visto prima? Dico sempre che il cinema senza rischio è come sperare di fare un bambino senza sesso. [...] Non ho mai avuto paura di rischiare. Ho sempre avuto una bella filosofia sui rischi: l’unico rischio è di sprecare la propria vita, di dire in punto di morte “Oh, avrei tanto voluto aver fatto…” Io ho fatto tutto quello che volevo fare, e ancora oggi continuo a farlo.

E mi piace chiudere con questa frase, di cui abbiamo indubbia esperienza personale.

Il più grande nemico è sempre l’autostima. L’artista deve continuamente combattere il proprio senso di inadeguatezza.

Sei per dodici – tre: Lasciare un’impronta

Ogni grande scrittore ricrea il mondo secondo le proprie specificazioni. E’ qualcosa di simile allo stile, quello di cui sto parlando, ma non è solo questione di stile. E’ il tipo inconfondibile e unica firma che lo scrittore lascia su qualsiasi cosa egli scriva. E ne fa il suo mondo e niente altro. Raymond Carver, Il mestiere di scrivere

Sintetizzando e mettendo su scheda:

Non sforzarti di imitare il modo di guardare le cose di qualcun altro. Raymond Carver

“Lo stile è l’impronta di ciò che si è in ciò che si fa” scriveva René Daumal. Mi pare impossibile lasciare impronte altrui sulle proprie cose, quindi suvvia, dov’è la difficoltà dello stile?

Lo stile è ciò che un artista usa per irretire lo spettatore, in modo da potergli trasmettere i propri sentimenti, le emozioni, i pensieri. Sono questi a dovere essere drammatizzati, non lo stile. La messa in scena deve trovare uno stile proprio, cosa che farà solo se riesce davvero a impadronirsi del contenuto. Stanley Kubrick, Sight & Sound #30.01, 1961

Ah, ecco dov’era.

Furti, ladrocini e ruberie

Anni fa avevo scritto nel frontespizio della mia tesi di laurea la seguente frase:

Se rubi a un autore è plagio, se rubi a molti è ricerca. Wilson Mizner

Sono sempre stato interessato al concetto di rubare quando applicato all’arte (non che la mia tesi di laurea rientrasse nella categoria) perché impatta su due cose che mi interessano: la buona ricerca, pietra angolare di ogni lavoro fatto bene, e l’interreferenzialità delle opere, concetto un po’ astruso del post-modernismo riassumibile simpaticamente con il detto “le opere d’arte si parlano tra di loro” – frase che appena uno la sente vorrebbe subito sapere cosa si dicono.

Ho letto oggi una delle regole che il regista Jim Jarmush ha scritto per la rivista online MovieMakers:

Niente è originale. Ruba dappertutto qualsiasi cosa ti dia ispirazione o alimenti la tua immaginazione. Divora vecchi film, nuovi film, musica, libri, quadri, fotografie, poesie, sogni, conversazioni casuali, architettura, ponti, segnali stradali, alberi, nuvole, masse d’acqua luce e ombra. Seleziona tra le cose da rubare solo ciò che parla direttamente alla tua anima. Se farai così, il tuo lavoro (e il tuo furto) saranno autentici. L’autenticità è senza prezzo, l’originalità non esiste. E non stare a preoccuparti di nascondere il tuo ladrocinio – onoralo se ti sembra il caso. E comunque ricorda sempre quello che ha detto Jean-Luc Godard: “Non è da dove prendi le cose, è dove le porti.” Jim Jarmush

E qui si arriva ad un altro regista, Stanley Kubrick, che in una conversazione con Jack Nicholson ai tempi di Shining aveva chiarito il suo punto di vista su dove portare le cose:

Ogni scena è già stata girata. Il nostro compito è sempre solo quello di farla giusto un pochino meglio. Stanley Kubrick

Inspiring, uh?

Sei per dodici – due: Sgobbare e persistere

Il secondo consiglio per scrittori che Raymond Carver tiene appeso sulla parete davanti la propria scrivania è una frase di Isak Dinesen, pseudonimo di Karen Blixen.

Solo apparentemente pessimista, ricorda che sgobbare e persistere è la prima regola per qualsiasi cosa fatta bene.

Scrivi un po' ogni giorno, senza speranza e senza disperazione. - Isak Dinesen/Karen Blixen

Sei per dodici: Accuratezza d’espressione

Ho letto Il Mestiere di Scrivere di Raymond Carver: a dispetto di quel che fa intendere il titolo, l’unico saggio veramente in tema è il primo – gli altri sono prefazioni alle sue raccolte di racconti, con quasi nessun insegnamento per gli aspiranti scrittori.

Nel saggio “Sulla scrittura creativa” Carver confessa l’abitudine di tenere appese sulla parete vicino la propria scrivania alcune frasi di scrittori che ammira, stampate su schede sei-per-dodici.

Consiglio validissimo, che metto subito all’opera qui con la prima scheda attaccata da Carver sulla sua parete, e ora sulla mia.

Una fondamentale accuratezza di espressione è il solo e unico principio morale della scrittura. -Ezra Pound