~ Critica: la mia teoria del cinema. ~

Illuminazioni: i critici cinematografici italiani

Leggo la "recensione" a Nymphomaniac della Aspesi e penso: in Italia non abbiamo critici cinematografici ma giornalisti di costume.

Illuminazioni: i critici cinematografici e i giornalisti politici italiani

I critici cinematografici tutti e i giornalisti politici italiani condividono la necessità di perpetuare il mito del significato; se passasse l’idea che ogni film è un’opera da vedere più che da interpretare e che la politica italiana è da decenni vuota rappresentazione, sarebbero estinti e soprattutto senza stipendio.

Questi non li scorderò mai

Quando pensi ai più grandi momenti di un film, credo che quasi sempre sceglierai quelli che hanno a che fare con le immagini piuttosto che con le scene, e di certo mai quelli incentrati sulle parole. Ciò che un film fa meglio è utilizzare le immagini con la musica, e credo che questi siano i momenti che si ricorderanno.Stanley Kubrick, Modern Times, Sight & Sound 1972

Irreversible, Gaspar Noé: epilogo

Antichrist, Lars von Trier: prologo

Apocalypse Now!, Francis Ford Coppola: Le Valkirie

Un’attrice è un’attrice è un’attrice

In Super 8 di J.J. Abrams, la scena di maggior impatto per me è quella iniziale ambientata alla piccola stazione ferroviaria. Non mi sto riferendo tuttavia al deragliamento del treno, una sequenza pur impeccabile per riuscita tecnica ed emotiva, ma al momento precedente in cui i giovani protagonisti si apprestano a girare una scena del loro film in Super 8. Qui Elle Fanning dà una prova di recitazione meravigliosa, recitando la parte di una ragazzina che recita la parte della moglie del detective.

Questa scena mi ha ricordato Mulholland Dr. in cui l’attrice Naomi Watts interpreta l’aspirante attrice Betty Elms: in un provino per il suo primo ruolo importante, recita una scena molto intensa dialogando con un attore di fronte a lei.

Quella scena mi aveva ricordato King Kong, in cui l’attrice Fay Wray interpretava la giovane attrice Ann Darrow: sulla barca verso l’isola sperduta, girava i reaction shots in primo piano da montare sul futuro girato con il gorilla.

In questi tre casi, tre attrici interpretano tre attrici, con una abilità e potenza tali che lo spettatore non solo si dimentica di guardare un film, ma si dimentica anche la doppia finzione della scena.

Questo per dire due cose: la prima è che l’attore è il veicolo principale per trasportare lo spettatore nella finzione artistica del film. Senza buoni attori ogni film crolla, ossia non si crea la sospensione dell’incredulità necessaria al godimento artistico. Ogni opera d’arte che si dica tale ha il potere di catturare l’osservatore e trasportarlo nel proprio mondo: una foto, un quadro, una scultura, un brano musicale, un libro, un palazzo, sono tutti in grado di esser letti come ambiente, cioè sono in grado di smettere anche solo per un istante di esser percepiti come oggetto.

L’attore è l’elemento essenziale affinché un film miri a scomparire come giochi di luce su uno schermo.

La seconda cosa è che queste due scene hanno la capacità di soddisfare due gratificazioni estetiche contemporaneamente: lo spettatore gode della finzione cinematografica perché si emoziona con il personaggio e contemporaneamente, senza che questo faccia smettere il primo godimento, gode anche della vertigine del gioco di doppia finzione.

In questi tre casi, e ce ne saranno sicuramente altri, lo spettatore è sospeso tra il trucco e lo svelamento del trucco, che miracolosamente coesistono in un paradosso: un’attrice che recita un’attrice che recita un personaggio. Sarebbe da provare un terzo livello, e poi dire con Gertud Stein: un’attrice è un’attrice è un’attrice.

Il casino spaziale di Il Cavaliere Oscuro

I film su Batman diretti da Christopher Nolan non mi sono mai piaciuti. Il primo era tecnicamente ineccepibile ma narrativamente un accumulo di scene senza una vera direttrice emotiva: prima scena seguita dalla seconda scena seguita dalla terza scena, e avanti così all’infinito senza mai un’impennata di ritmo o di pathos. Il secondo mi ha lasciato ancor più freddo nonostante un tripudio di scene d’azione, di colpi di scena e di personaggi in pericolo.

In definitiva, hanno fallito l’obiettivo di coinvolgermi emotivamente. Mi spiegavo questa cosa con un difetto di struttura narrativa e di messinscena sbrigativa: la prima non consente all’emozione dello spettatore di crescere perché non mette alcun puntello solido da cui la scena successiva possa partire e crescere, la seconda non pone attenzione al ciclo emotivo dei personaggi, impedendo tanto l’immedesimazione quando l’empatia.

Oggi un amico mi ha passato questo video che spiega, da un punto di vista grammaticale e in modo ineccepibile, perché io fossi completamente disinteressato agli eventi narrati dal film. La messinscena di Nolan e il lavoro del montatore hanno fatto un casino totale ignorando o sovvertendo le basilari leggi di organizzazione spaziale. Non si tratta di errori di continuità ma di una scarsa capacità di costruire un’azione all’interno di uno spazio.

Può anche succedere il finimondo sullo schermo, ma se non mi trascini dentro l’azione dandomi informazioni corrette a me non frega nulla, non ti seguo. E’ come raccontare qualcosa saltando qua e là a casaccio nell’ordine temporale: non puoi pretendere che la tua storia mi coinvolga se fai di tutto – anche inconsapevolmente – per confondermi le idee.

Caro Nolan, così facendo mi butti costantemente fuori dallo schermo.

Il Cavaliere Oscuro: un'analisi sul montaggio

Si potrebbe anche infierire ricordando come Nolan stia sempre a dire nelle interviste che il suo obiettivo è creare scene d’azione realistiche e quanto poco sia interessato alla computer graphic preferendo far tutto dal vivo perché solo così si ottiene un buon risultato. Ma oggi siamo buoni e la chiudiamo qui.

Il Re Leone 3D: silenzio, parla lo stereografo

Il Re Leone, uno dei veri capolavori d’animazione della rinascita Disney, è stato rinconvertito in 3D per approdare nuovamente nelle sale cinematografiche e in Blu-ray nel nuovo formato. Grazie a questa intervista possiamo scoprire come si fa a rendere tridimensionale un film girato in due dimensioni, ma soprattutto possiamo scoprire che chi fa questo per guadagnarsi da vivere si chiama “stereografo”.

Coro di stupore, tutti insieme: “Oooohhh!”

Infatti solo chi è stereografo può dire le seguenti cose facendo finta di crederci davvero:

Dal mio punto di vista come filmmaker, l’aspetto più importante di un film è la storia. Ero sicuro che, con il 3D, avremmo aggiunto qualcosa di più al modo di raccontare questa storia. Altrimenti non sarei stato interessato al progetto. Sapevo che potevamo prendere un classico e migliorarlo, ed è quello che abbiamo fatto con Il Re Leone 3D.

Invece se non sei stereografo devi accontentarti di dire alquanto rozzamente: “So’ soldi.” Ammetterai che non fai la stessa bella figura.

Soprattutto, solamente un vero stereografo sa utilizzare il mezzo cinema come i grandi registi, andando a pizzicare tutte le corde emotive del pubblico:

Per [convertire in 3D Il Re Leone] ho creato una mappa lungo tutta la storia del film. Ho quantificato la mappa in una scala da uno a dieci. Al livello uno stavano le scene con contenuto emotivo minimo, come una scena descrittiva. Al livello dieci c’erano le scene con contenuto emotivo elevato, come una grossa scena d’azione o una svolta decisiva. E’ la mia “sceneggiatura della profondità”. Poi ho equiparato la profondità stereoscopica con quella emotiva. In altre parole, le scene che nella mappa emotiva avevano “10″ ottenevano la profondità massima, quelle con “1″ avevano profondità minima. Inoltre, se in una scena lo spettatore deve sentirsi distaccato dal personaggio, posizionavo questo personaggio il più lontano possibile sullo sfondo, e viceversa. In questo modo il 3D non è stato utilizzato a caso, ma come parte della narrazione.

Mi viene il vomito solo a pensarlo.

Pubblicità Progresso: Ogni giorno nel mondo decine di capolavori del passato cadono vittime del 3D. Aiutaci anche tu a fermare questo scempio.

Ancora contro il 3D: in difesa dell’inquadratura

Ci siamo lasciati con un articolo che riassumeva i motivi per cui dovremmo odiare il 3D. Gli ultimi due punti illustravano come il cambio di fuoco e un montaggio rapido diventassero un problema per i film tridimensionali. Come preannunciato, vorrei agganciare a questi ultimi due punti un’altra riflessione.

Non solo il regista di un film in 3D può disporre meno liberamente della serie di strumenti espressivi che si era gloriosamente guadagnato nel corso del secolo scorso, ma si trova privo dell’elemento basilare, quello su cui si poggiano tutti gli altri: l’inquadratura.

La composizione del quadro, ossia in parole povere come gli elementi di fronte alla macchina da presa vengono disposti all’interno del rettangolo dell’inquadratura, è la base della realizzazione di un’immagine. Lo sappiamo non dal 1895, ma da quando esiste l’arte pittorica, cioè praticamente da sempre.

La bidimensionalità di un’immagine fa sì che ciascun elemento occupi uno spazio preciso all’interno del quadro: la sua posizione lo mette in relazione tanto con i contorni dell’immagine quanto con gli altri elementi presenti in essa.

Alcuni esempi.

Arancia Meccanica

Persona

2001: Odissea nello Spazio

La bellezza, o se volete il grado di iconicità di queste immagini, sarebbe infinitamente minore se fossero state realizzate in 3D. Vediamo perché.

In primo luogo l’appiattimento della profondità su un unico piano crea un’impressione di graficità assente nella scena reale: ad esempio, nel fotogramma tratto da 2001: Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick le linee prospettiche diventano segmenti che puntano contro l’astronauta, mentre le barre di luce diventano cerchi ad esso concentrici; si crea un reticolo di direttrici che pilotano il nostro sguardo con molta forza, non così marcato in una scena tridimensionale.

Provate mentalmente a spostare il punto di vista su queste scene, come se la macchina da presa fosse stata più a destra, o più a sinistra, o più sopra o più sotto: la costruzione di queste immagini crollerebbe perché gli elementi perderebbero questo calibratissimo allineamento. Ecco, anche questo con un’immagine tridimensionale è meno vero.

La tridimensionalità impone una maggiore importanza alle relazioni di profondità, rispetto a quelle di posizionamento spaziale: vale a dire che in un’immagine 3D ci importa più di tutto sapere se un oggetto è vicino o lontano e molto meno se è – poniamo – all’immediata destra di un altro.

Anzi, il punto è che gli oggetti che appaiono vicini in un’inquadratura classica e creano interessanti relazioni spaziali magari sono distanti metri e metri nella realtà tridimensionale. La loro relazione è fittizia, creata ad arte da chi sceglie l’inquadratura, da chi ha scelto di riprenderli in quella particolare posizione reciproca. Tutto questo sparisce con l’introduzione della terza dimensione.

In sintesi, il 3D crea ambienti, più che immagini.

Inoltre il 3D tende a far sparire i bordi dell’immagine: anche quando non fa i giochetti scemi di roba che ti viene buttata addosso, il film tridimensionale trasforma lo schermo in una finestra aperta sul mondo. Si ha l’impressione che il quadro sia più esteso di quello che appare. Lo schermo non è più una porzione di spazio attentamente delimitata da quattro bordi che esclude e nega qualsiasi cosa ad essa esterna, ma una fenditura rettangolare su una realtà illimitata che presuppone e invoca quello che le sta fuori.

In altre parole, e a voler essere estremisti, il 3D delegittima l’uso del fuori campo.

Ora, senza un’immagine ben costruita e senza la scelta di una porzione di spazio ben definita, come si fa a chiamarlo cinema? Come si può parlare di visione? Di punto di vista sul mondo?

I motivi per cui dovremmo odiare il 3D

Mi allaccio al discorso che faceva Filippo qualche settimana fa per compilare una lista di motivi per cui ciascuno di noi dovrebbe odiare il 3D.

Motivi economici

Costa di più: girare un film in 3D ha un costo maggiore perché utilizza macchinari nuovi. Anche convertire un film in 3D è un costo notevole.

È l’ennesima trovata per spremere soldi: il costo di un film 3D viene caricato sullo spettatore, che deve pagare in media 4 Euro in più per indossare gli occhialetti.

Non è redditizio quanto dicono: tutto questo giro maggiorato di soldi non conviene a nessuno; recenti analisi hanno messo in luce come l’incasso derivato dalle copie 3D dei film sia sempre più basso, film dopo film. Il pubblico ha smaltito la sbornia da Avatar e torna a vedere i film in 2D snobbando le versioni tridimensionali.

Motivi percettivi

Produce immagini meno luminose: poiché metà luce del proiettore va all’occhio destro e metà a quello sinistro, e poiché gli occhiali di qualsiasi tecnologia, quale più quale meno, filtrano ulteriormente la luce, il film viene sottoesposto di uno stop; insomma, è scuro e opaco.

Produce immagini più piccole: il cervello si inganna e riduce della metà la dimensione di quel che vediamo. Sembra quindi di stare a guardare dei lillipuziani che recitano in un modellino in scala.

Produce immagini meno stabili: il movimento orizzontale appare molto più a scatti in 3D che nei film tradizionali. Anche qui è colpa del nostro cervello che ha un debole per individuare i bordi delle cose: il 3D sovrastimola questa capacità e rende i bordi ancor più evidenti.

Causa distorsioni e riflessi: la visione periferica guardando un film in 3D è peggiore; ai bordi, tutti i film in 3D sono fuori fuoco. Ogni volta che c’è un punto molto luminoso nell’immagine, si creano riflessi come se l’immagine fosse bucata e vedessimo una luce sparataci contro.

Fa venire il mal di testa: il 3D impone un lavoro extra al nostro cervello che affatica la vista e in casi piuttosto frequenti causa mal di testa e nausea.

Motivi estetici

Non aggiunge nulla all’esperienza cinematografica: il critico Roger Ebert si domanda: pensate a un film che vi ha emozionato in passato, ora pensatelo in 3D. Vi piacerebbe? In generale: vi viene voglia di vedere un film drammatico, una commedia o un film storico in 3D? (se rispondete sì, andatevene da questo blog)

È superfluo: il nostro cervello sa già ricostruire la profondità da solo utilizzando la prospettiva. Lo sappiamo dal ’400 con gli studi prospettici in pittura. Aggiungere davvero la terza dimensione all’immagine indebolisce, invece di rafforzare, l’impressione di profondità, la cui potenza deriva proprio dal doversela immaginare.

Il cambio di fuoco è un problema: i registi utilizzano, tra le altre cose, il cambio di fuoco per pilotare lo sguardo dello spettatore all’interno dell’inquadratura. Il cambio di fuoco in un’immagine 3D fa schifo e fa venire il mal di testa perché impone un lavoro extra al nostro cervello.

Il montaggio è meno libero: ogni stacco affatica il cervello che deve riallineare gli occhi alla nuova profondità, quindi il film in 3D è più tollerabile se ha un montaggio lento.

Dico, non vi basta per capire che è l’ennesimo disperato tentativo per raggirare noi spettatori? Se non vi bastasse, nella prossima puntata, una filippica in difesa dell’inquadratura.

Filippo: Oh, ma non scrivi nulla sugli Oscar?
nessuno2001: No.
Filippo: Perché?
nessuno2001: Per solidarietà a David Fincher e Darren Aronofsky.
Filippo: Era prevedibile… l’immarcescibile predilezione dell’Academy per il mosciume.
nessuno2001: Ah-a.
Filippo: Dai, fai uno sforzo. Bucare gli Oscar è imperdonabile per un blog di cinema.
Oliviero: Ah, è un blog di cinema?
Filippo: Boh, sì, anche.
Marcel: E di libri!
NiK: E di peluche!
Filippo: Ragazzi, calmatevi. Ogni volta sennò è un circo.
NiK: Il circo! I clown! Gli acrobati! Gli elefanti!
Filippo (a nessuno2001): Ti prego, scrivi qualcosa.
nessuno2001: “Oscar 2011: Fuck. Fuck! Fuck, fuck, fuck and fuck! Fuck, fuck and bugger! Bugger, bugger, buggerty buggerty buggerty, fuck, fuck, arse! Balls, balls… fuckity, shit, shit, fuck and willy. Willy, shit and fuck and… tits.” Posso andare?

Sull’andare al cinema di questi tempi

Considerazioni sparse dopo la visione ieri sera di Sanctum, proiezione in 3D, tecnologia RealD, al cinema Moderno di Piazza della Repubblica a Roma.

Il film non è niente di memorabile – claustrofobica avventura subacquea con stereotipi a manetta – e sarebbe passato inosservato se non fosse stato girato con la Fusion Camera inventata da James Cameron per Avatar. Questo tra l’altro giustifica l’intero marketing del film, la cui locandina vede i nomi “Cameron” e “Avatar” più grandi del titolo stesso – per non parlare poi del nome del regista, scritto tipo in corpo 2. Vedi alla voce: specchio per le allodole.

Risultato: “un film di James Cameron, fico, vado a vederlo!” Oppure (l’ho sentita veramente) “il sequel di Avatar, fico, andiamo a vederlo!” che praticamente è a un passo dal sentire “Avatar subbaqquo!” Cameron è il produttore esecutivo di questo film, che tradotto significa: “Ciao regista sconosciuto, ti presto la mia cinepresa” ma d’altra parte è già più di quel che aveva fatto Quentin Tarantino per Hostel e Hero (mi sono sempre chiesto quanto l’avessero pagato per scrivere sulle locandine “Quentin Tarantino presents”).

Io non sono un’allodola, o al massimo mi presto ad esserlo per valutare la riuscita della caccia. Stavolta ci sono andato per vedere il 3D applicato a riprese reali e non ai mondi virtuali di Cameron.

Background: io odio il 3D, penso sia la più grossa cazzata cinematografica degli ultimi cinquant’anni, che periodicamente ritorna come un’epidemia (vedi anni ’60 e anni ’80) per tentare di risolvere le sorti di un’industria perennemente in crisi. Non c’è alcun bisogno di avere la terza dimensione per sentirsi avvolti da un film: il nostro cervello è meravigliosamente ingenuo e si crea l’illusione spaziale da solo. Assecondiamolo, cazzo. Invece no, baracconate a non finire. Su tutte: convertire in 3D un film girato normalmente per spennare soldi agli spettatori. L’aspetto più idiota è che sono quasi riusciti a convincere la gente di vedere meglio i film, quando palesemente il 3D di qualsiasi tecnologia (ce ne sono a mazzi) fornisce un’immagine più scura (di uno stop!), percepita più piccola (la metà!), instabile, con bizzarri luccichii sui riflessi, visione periferica degradata e pessima fluidità nei movimenti. Per non parlare poi dell’affaticamento oculare, del mal di testa e delle facce idiote degli spettatori occhialuti.

Ridicolo pubblico 3D

Mi consolo sapendo che non sono il solo a pensarla così e che soprattutto ci sono ben altri lumi cinematografici a dirlo. No, davvero, vi prego di leggerlo. E anche quest’altro dove vi dice tutto lui, il filosofo dell’immagine cinematografica. Con buona pace di James Cameron che – me ne spiace – stavolta ha preso un granchio.

Ma comunque. Il 3D di Sanctum è il migliore che abbia mai visto. La Fusion Camera fa egregiamente quello che deve fare e, con i suoi due obiettivi paralleli, restituisce una genuina tridimensionalità. A differenza di Avatar dove era stata usata poco visto che il film è al 90% un enorme cartone animato, qui la Fusion fa il lavoro della normale cinepresa che riprende l’azione reale: attori in carne e ossa, location, scenografie. La profondità degli ambienti è molto naturale ma ciò che mi ha sorpreso è vedere la resa tridimensionale dei volti: il naso è leggermente più avanti degli occhi, le orecchie leggermente dietro… sembra idiota dirlo, ma è la prima volta che un volto appare come nel mondo reale.

L’uso della Fusion che ne fa lo sconosciuto regista è altrettanto ammirevole: nessun effettaccio facile, balzi prospettici vietati, cambio di punto di vista molto moderato, cambio di fuoco proibito. In un paio di scene riesce anche a sfruttare la tridimensionalità per un effetto drammatico: il passaggio dall’aria all’acqua per la prima immersione e la claustrofobia nel terzo atto. Bravo Nome Cognome.

Il prezzo per questo spettacolino da luna park è di 11 Euro. Ora, già mi stava sulle palle il sovrapprezzo per il 3D quando i biglietti costavano meno (tipo tre mesi fa prima di Natale), ma aver superato la soglia psicologica dei 10 Euro è imperdonabile. Quindi OK, vi ho dato i miei soldi per vedere Avatar e Sanctum esaurendo tutto quello che il 3D poteva offrire, ho pagato l’obolo all’idiozia dei tempi, mi sono anche divertito per carità, ma ora posso tornare al cinema?