~ 3D: il vero treddì ce l’avete nel cervello. ~

Titanic 3D: 14 oppure 100 anni dopo

Il Titanic resta un simbolo, il film resta splendido e il 3D resta inutile.

Hugo Cabret: sputtanarsi e rinnegare se stessi

Secondo film di quest’anno con la nostalgia per l’età del muto dopo The Artist, Hugo Cabret è la storia di un bambino orfano che per risolvere il mistero di un automa meccanico lasciatogli dal padre si imbatte in Georges Méliès, padre della cinematografia fantastica ormai dimenticato.

Se volete una recensione al film, vi bastino queste poche parole: noioso e incapace di fondere adeguatamente la parte da spettacolone di Natale per famiglie e quella riflessiva sul cinema per spettatori adulti; Scorsese si ubriaca di 3D (letteralmente: solo dandogli dell’avvinazzato è possibile comprendere tanto le sue esagitate dichiarazioni a favore della stereoscopia quanto le inutilmente lunghe e ripetute sequenze da capogiro del film) e perde quasi subito il controllo sul mezzo e sulla materia a disposizione. In un film che si definisce d’avventura, la noia è un peccato mortale; il momento più emozionante di Hugo Cabret, cioè il montaggio delle iconiche scene dei film muti da Il Gabinetto del Dottor Caligari ad Assalto al Treno, è la sua lapide: una monumentale mancanza di immaginazione.

Ma d’altra parte si sa, Scorsese ormai è morto da anni: il suo lavoro causa poco più che uno sbadiglio e la sua presenza nel mondo del cinema è da considerarsi innocua.

O almeno, finora.

Quel che rende molesto questo film è la distorsione che Scorsese, girando in 3D, ha portato alla filosofia che motivava il romanzo illustrato di Brian Selznick da cui il film è tratto: se La Straordinaria Invenzione di Hugo Cabret attuava una sapiente operazione di recupero educativo del modo di narrare favolistico del cinema degli albori, con pagine dove i bellissimi disegni in bianco e nero erano importanti tanto quanto le poetiche parole, la stereoscopia del film snatura irrimediabilmente questo discorso.

Inutile portare un coraggioso vessillo passatista, ossia tentare di raccontare ai bambini quanto siano magici i libri e il cinema perché fanno viaggiare con la fantasia, se per dirlo fai un film dove il 3D ti butta sull’ottovolante. Dimostri di non crederci tu per primo al potere immaginifico del cinema.

E quando alla fine mi fai vedere il redivivo Méliès che ripropone al pubblico del teatro i suoi film ritrovati, tu li proponi al pubblico cinematografico convertendoli in 3D. Sacrilegio. Anzi peggio: vomito.

Mi fai di molto schifo, caro Martin, giacché non posso non pensare al fatto che tu stesso fondasti nel 1990 la Film Foundation for Film Preservation, organizzazione di cui tra l’altro eri stato il portavoce e il presidente. Lo statuto della fondazione, che ti ricorderai perché l’hai scritto tu, prevedeva l’impegno a difendere e preservare i film del passato al fine di proteggere la visione dei registi che li avevano creati. In quegli anni in particolare tu e gli altri registi iscritti alla fondazione vi batteste contro l’idiota pratica della colorizzazione dei film in bianco e nero, una cretinata che mirava a rendere accattivanti i vecchi capolavori convertendoli al supposto gusto del pubblico corrente. Non penso occorra essere delle faine per notare degli indubbi parallelismi con quanto succede oggi con le riconversioni in 3D.

Vedi di riconvertirti il cervello, vai.

Hugo Cabret, di Martin Scorsese [USA 2011]
Voto: 4. una favola completamente priva di magia e immaginazione.

The Artist: parole, parole, parole

Osannato da tutti come un atto d’amore verso il cinema, The Artist di Michel Hazanavicius è stato definito un trionfo, un film delizioso e in stato di grazia, un tocco di genio, applausi in sala e spettatori rapiti. In tempi di 3D a tutti i costi, il regista dichiarava che il film muto è “l’espressione più pura del cinema”, in cui “tutto deve filtrare dall’immagine, dall’organizzazione dei segni inviati allo spettatore.”

Ah, soddisfazione! Mi aspettavo di trovare un’opera che riportasse al pubblico d’oggi il fascino del cinema degli albori, in cui tutto veniva comunicato attraverso le scelte di messinscena, fotografia e montaggio – insomma dalla regia. Stanley Kubrick diceva con rimpianto che dall’avvento del sonoro il cinema aveva perso la sua specificità e i film erano diventati sostanzialmente dei drammi teatrali su pellicola. Secondo lui era necessario che il regista abbandonasse la convenzionale struttura in tre atti e che si sforzasse di escogitare modi di raccontare una storia che fossero eminentemente cinematografici, dedicati all’occhio più che all’orecchio.

Mi aspettavo di godere con The Artist, di provare oggi quell’eccitazione estetica regalatami da Murnau, Dreyer, Lang. Le aspettative – si sa – sono il miglior modo per esser delusi.

The Artist inizia al tramonto del cinema muto con la storia di un attore in declino, soppiantato dall’arrivo del sonoro. Partenza perfetta per agganciarsi con riflessioni teoriche, tuttavia quello che il film cerca di fare è solo mescolare una tradizionale storia d’amore con la comicità fisica alla Buster Keton – non proprio il modello di film muto di cui parlavamo all’inizio.

Il fatto che il film sia senza dialoghi è sfortunatamente solo un giochino: non c’è una singola idea di regia che derivi dalla grammatica del muto; nessuna sequenza è pensata in funzione della macchina da presa o dell’illuminazione o del montaggio – perfino della colonna sonora, che risulta sempre immancabilmente a commento delle immagini. Anche la tanto elogiata sequenza di seduzione con il frac è una felice trovata di recitazione e non ha niente a che vedere con la forma cinema. Ed è inutile che Hazanavicius costruisca l’incubo del protagonista come un film sonoro, perché il suo film non è un muto.

The Artist raggiunge l’ossimoro di essere un film sì privo di dialoghi ma niente affatto un film muto, prova ne è che anche quando gli attori non pronunciano effettivamente nessuna battuta, la loro recitazione corrisponde sempre a qualcosa di verbale. Sia che gli interpreti muovano le labbra, sia che producano smorfie emotive, il pubblico sa sempre quale battuta inserire in quel momento. I film muti comunicavano aggirando la parola: non avevano bisogno di produrre un pensiero linguistico nella mente dello spettatore: il loro valore assoluto era aver creato una forma d’arte non verbale, fatta solo di musica e immagini combinate in modo significante e non traducibile a parole.

The Artist, al contrario, invece che negare il sonoro, paradossalmente lo conferma.

E infatti il lieto fine che mi aspettavo, in cui la forza del cinema muto avrebbe dovuto scardinare la novità del sonoro rimarcando la propria superiorità estetica (sennò, per quale motivo fare questo film?), non arriva: al suo posto abbiamo un vile tentativo di integrazione dell’attore del muto nell’era del sonoro con i balletti alla Fred Astaire, che sono varietà, avanspettacolo, non certo cinema.

Alla fine, invece di essere una rinfrescante opera retrò capace di riportare in auge la modernità e la potenza del cinema muto come si affanna a dire il regista nelle interviste, quello che The Artist fa è semmai sottolineare quanto siano superflue le battute nella maggior parte dei film che vediamo oggi in sala.

Una futile operazione nostalgia, altro che un atto d’amore verso il cinema.

PS: Vogliamo spendere due parole anche sulla sceneggiatura? Piena di buchi. Ad esempio: a che serve inventarsi il finto neo sul labbro se poi non viene quasi più menzionato in seguito? Le convenzioni, specie quelle del muto, pretendono che nella resa dei conti il neo faccia pagare il suo conto. O anche: che fine fa la moglie? Se volevi trattarla come un accessorio inutile, non spender tempo a rendermela personaggio mostrando la sua frustrazione, perché poi io voglio conoscere il suo destino. Meno importante: usi Malcolm McDowell per un minuto perché ti ha fatto il favore di venire nel tuo film? Non me lo mettere nei titoli di testa perché quelli non sono per i cammei ma per gli interpreti.

The Artist, di Michel Hazanavicius [Francia 2011]
Voto: 5. operazione nostalgia a uso e consumo di chi il muto non sa cosa sia.

Il trip di Cave of Forgotten Dreams

Ieri sera al Cinema Teatro Odeon di Firenze, nell’ambito del 52esimo Festival dei Popoli a cui sono stato invitato, è stato proiettato Cave of Forgotten Dreams, documentario di Werner Herzog che porta gli spettatori a scoprire le pitture risalenti al paleolitico scoperte nel 1994 dentro la Grotta Chauvet nella Francia meridionale.

A parte la qualità filmica dell’opera – un documentario a rischio marchetta meno stimolante di quanto herzoghianamente possibile, fitto di frasette un po’ banali e risaputi battiti cardiaci, dove il guizzo personale è intermittente e esplode in extremis in un inquietante epilogo cortazariano di coccodrilli albini al posto degli axolotl – la serata è stata un cinematografico trip spazio-temporal-estetico.

Cave of Forgotten Dreams, film del 2010, è un ritorno al cinema degli albori come lo si intendeva al crepuscolo dell’800, meraviglia tecnica per vedere luoghi lontani ed esotici, per un viaggio non spaziale ma temporale, indietro di 32.000 anni, alla scoperta di una galleria d’arte sigillata nella roccia.

Ieri sera ho visto cose tipo una forma d’arte che indaga un’altra forma d’arte, una tecnologia che da un secolo prova ciclicamente ad emergere e che viene sempre e comunque rigettata dalle sabbie del tempo, stalattiti e stalagmiti avvolti da carrelli e steadicam, carbone grattato su pietra e impronte di mani a firma dell’artista e artisti elencati nei titoli di coda, pittogrammi anzi pitture anzi dipinti dove l’uso del chiaroscuro è sconvolgentemente moderno e la resa del movimento per sovrapposizione (bisonti a otto zampe, profili di corna di rinoceronte ripetuti come fotogrammi successivi) è roba da ridurre Balla a un copista.

E ancora: un altro artista (Peter Zeitlinger, DOP, presente in sala) che parla di come ha inteso riprendere il lavoro del pittore, le torce elettriche fredde al posto delle torce ardenti di fuoco, la prima volta che l’Odeon, costruito negli anni ’20, ospita una proiezione in 3D per per la prima volta in cui le cineprese sono entrate dentro la Grotta Chauvet, centinaia di persone in fila per entrare in sala e un gruppetto sparuto di scienziati a varcare la porta sigillata, il silenzio della cava rotto dallo sgocciolio lontano delle infiltrazioni e quello della sala dallo scricchiolio delle poltroncine in legno, occhialini XpanD in un teatro di velluti, stucchi e ceselli in oro, per un loop temporale di ossessioni tecnico-artistiche infinito, secoli e millenni che si sovrappongono incessantemente come una risacca di sedimenti calcarei, per cui alla fine ebbro di vortici e vertigini esco a prendere una boccata d’aria e fiorentinamente a riveder le stelle.

Raschiare il fondo del barile cinematografico

Qualche settimana fa, facciamo anche un paio di mesi, ero al cinema a vedere non mi ricordo cosa, forse Harry Potter, con un amico. Guardando i trailer, notavamo come ormai ci aspettassero solo film fracassoni di effetti speciali, prevalentemente con origine fumettistica e tutti con trailer-fotocopia di musica epica e ralenti, oppure commedie decerebrate a sfondo giovanilistico-sessuale. Ma magari era l’estate.

Ma magari, infatti. Con la nuova stagione cinematografica alle porte mi è venuta la curiosità di scoprire cosa ci aspetta prossimamente nelle sale cinematografiche. Non l’avessi mai fatto. Andando in ordine di arrivo, sono appena usciti o stanno per uscire il remake di Ammazzavampiri (Fright Night), il reboot di Il Pianeta delle Scimmie (dopo il remake di Tim Burton), il remake di Conan Il Barbaro (in 3D ci mancherebbe), più tutta una serie di sequel che non sto manco a riassumere, fate prima voi a mettere il numero 2 dopo ogni titolo che vi viene in mente.

Una volta la parola remake indicava due cose, o un rifacimento mmerrigano di un film straniero – cosa che comunque aveva già poco senso e si spiegava solo con la pigrizia esterofoba degli yankee – o un vecchio film aggiornato al gusto d’oggi – che per quanto mi riguarda tranne rarissimi casi di senso ne aveva anche meno.

Nel primo filone sempreverde scopriremo a breve, dopo Let me In dallo svedese Lasciami Entrare, The Orphanage, Oldboy e tutta la trilogia svedese Millennium (che mi risulta interessante solo perché dietro c’è Fincher e perché gli altri erano bruttini). La miglior posizione spetta tuttavia ad Akira Kurosawa, con il futuro remake dei Sette Samurai e con l’annuncio di una casa americana che ha comprato i diritti di 69 suoi film per farne dei remake a stelle e strisce (se avete le palle, fateli uscire tutti insieme uno dopo l’altro, poi vediamo).

Per la seconda tipologia, facciamo un gioco: vi dico l’elenco dei remake in arrivo e vediamo se tirate voi la conclusione. Pronti? Via. Highlander, Point Break, Hellraiser, Atto di Forza, Dirty Dancing, Linea Mortale, Cane di Paglia, Wargames, Il Mucchio Selvaggio, Viaggio Allucinante, Il Corvo, Footloose, Robocop, La Cosa, Corto Circuito, Cimitero Vivente, E’ Nata una Stella, Carrie Lo Sguardo di Satana, L’Uomo Ombra, Arturo, Caccia al Ladro, Suspiria, La Bambola Assassina, Dredd – La legge sono io. Fiuuu pant pant. Ripigliatevi. Come dite? Sono troppi? Uhm… Non vi sembrano vecchi film? Effettivamente… Tu là in fondo? Non ti sembrano film di cui serva un remake. Ah ecco.

Fermi lì, c’è di meglio. Sam Raimi prepara il remake del suo stesso La Casa, a cui seguiranno manco a dirlo i remake dei La Casa 2 e L’Armata delle Tenebre. Ma il meglio è Ridley Scott, già regista a rischio decesso, che ha annunciato l’autoremake-ma-forse-no-faccio-un-sequel del suo Blade Runner. Auguri.

Ma passiamo alla parola che preferisco: reboot. La prima cosa che penso quando sento reboot è che il sistema abbia crashato e tocca riavviare. Le metafore spiegano il mondo, si sa, e lo fanno in modo piuttosto brutale: applicando al cinema il concetto di riavvio segue che il film da riavviare sia crashato, ossia abbia fatto schifissimo o quanto meno sia stato sdegnato dal pubblico causando flop (e allora che lo riavvii a fare, per perseverare?), e che necessariamente si debba riavviare un film crashato, altrimenti il sistema-cinema non riparte (come no). Metafora del cazzo, nevvero?

Saltando i reboot di Batman che sono già in corso (il fatto che li faccia uno bravo come Nolan non conta), stanno per arrivare i reboot di Spiderman, una trilogia che si era conclusa nemmeno 5 anni fa, e di Superman, già portato sul tavolo di rianimazione da Bryan Singer nello stesso periodo. E anche Daredavil ci riprova ricominciando da capo, che ormai è accanimento.

E poi, sempre perché le idee non si sa dove trovarle, ritroveremo un altro Re Artù, un altro lupo mannaro (dopo il fallimentare L’Uomo Lupo la Universal non ne ha avuto abbastanza e sadomasochisticamente va giù con Werewolf), un altro Zorro (oddio no!), altri tre moschettieri, due biancaneve con quattordici nani, e un nuovo Godzilla che a questo punto si spera sia Contro I Remake.

Che palle.

PS: E comunque la colpa è tanto di chi li fa quanto di chi li va a vedere.

Il Re Leone 3D: silenzio, parla lo stereografo

Il Re Leone, uno dei veri capolavori d’animazione della rinascita Disney, è stato rinconvertito in 3D per approdare nuovamente nelle sale cinematografiche e in Blu-ray nel nuovo formato. Grazie a questa intervista possiamo scoprire come si fa a rendere tridimensionale un film girato in due dimensioni, ma soprattutto possiamo scoprire che chi fa questo per guadagnarsi da vivere si chiama “stereografo”.

Coro di stupore, tutti insieme: “Oooohhh!”

Infatti solo chi è stereografo può dire le seguenti cose facendo finta di crederci davvero:

Dal mio punto di vista come filmmaker, l’aspetto più importante di un film è la storia. Ero sicuro che, con il 3D, avremmo aggiunto qualcosa di più al modo di raccontare questa storia. Altrimenti non sarei stato interessato al progetto. Sapevo che potevamo prendere un classico e migliorarlo, ed è quello che abbiamo fatto con Il Re Leone 3D.

Invece se non sei stereografo devi accontentarti di dire alquanto rozzamente: “So’ soldi.” Ammetterai che non fai la stessa bella figura.

Soprattutto, solamente un vero stereografo sa utilizzare il mezzo cinema come i grandi registi, andando a pizzicare tutte le corde emotive del pubblico:

Per [convertire in 3D Il Re Leone] ho creato una mappa lungo tutta la storia del film. Ho quantificato la mappa in una scala da uno a dieci. Al livello uno stavano le scene con contenuto emotivo minimo, come una scena descrittiva. Al livello dieci c’erano le scene con contenuto emotivo elevato, come una grossa scena d’azione o una svolta decisiva. E’ la mia “sceneggiatura della profondità”. Poi ho equiparato la profondità stereoscopica con quella emotiva. In altre parole, le scene che nella mappa emotiva avevano “10″ ottenevano la profondità massima, quelle con “1″ avevano profondità minima. Inoltre, se in una scena lo spettatore deve sentirsi distaccato dal personaggio, posizionavo questo personaggio il più lontano possibile sullo sfondo, e viceversa. In questo modo il 3D non è stato utilizzato a caso, ma come parte della narrazione.

Mi viene il vomito solo a pensarlo.

Pubblicità Progresso: Ogni giorno nel mondo decine di capolavori del passato cadono vittime del 3D. Aiutaci anche tu a fermare questo scempio.

Ancora contro il 3D: in difesa dell’inquadratura

Ci siamo lasciati con un articolo che riassumeva i motivi per cui dovremmo odiare il 3D. Gli ultimi due punti illustravano come il cambio di fuoco e un montaggio rapido diventassero un problema per i film tridimensionali. Come preannunciato, vorrei agganciare a questi ultimi due punti un’altra riflessione.

Non solo il regista di un film in 3D può disporre meno liberamente della serie di strumenti espressivi che si era gloriosamente guadagnato nel corso del secolo scorso, ma si trova privo dell’elemento basilare, quello su cui si poggiano tutti gli altri: l’inquadratura.

La composizione del quadro, ossia in parole povere come gli elementi di fronte alla macchina da presa vengono disposti all’interno del rettangolo dell’inquadratura, è la base della realizzazione di un’immagine. Lo sappiamo non dal 1895, ma da quando esiste l’arte pittorica, cioè praticamente da sempre.

La bidimensionalità di un’immagine fa sì che ciascun elemento occupi uno spazio preciso all’interno del quadro: la sua posizione lo mette in relazione tanto con i contorni dell’immagine quanto con gli altri elementi presenti in essa.

Alcuni esempi.

Arancia Meccanica

Persona

2001: Odissea nello Spazio

La bellezza, o se volete il grado di iconicità di queste immagini, sarebbe infinitamente minore se fossero state realizzate in 3D. Vediamo perché.

In primo luogo l’appiattimento della profondità su un unico piano crea un’impressione di graficità assente nella scena reale: ad esempio, nel fotogramma tratto da 2001: Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick le linee prospettiche diventano segmenti che puntano contro l’astronauta, mentre le barre di luce diventano cerchi ad esso concentrici; si crea un reticolo di direttrici che pilotano il nostro sguardo con molta forza, non così marcato in una scena tridimensionale.

Provate mentalmente a spostare il punto di vista su queste scene, come se la macchina da presa fosse stata più a destra, o più a sinistra, o più sopra o più sotto: la costruzione di queste immagini crollerebbe perché gli elementi perderebbero questo calibratissimo allineamento. Ecco, anche questo con un’immagine tridimensionale è meno vero.

La tridimensionalità impone una maggiore importanza alle relazioni di profondità, rispetto a quelle di posizionamento spaziale: vale a dire che in un’immagine 3D ci importa più di tutto sapere se un oggetto è vicino o lontano e molto meno se è – poniamo – all’immediata destra di un altro.

Anzi, il punto è che gli oggetti che appaiono vicini in un’inquadratura classica e creano interessanti relazioni spaziali magari sono distanti metri e metri nella realtà tridimensionale. La loro relazione è fittizia, creata ad arte da chi sceglie l’inquadratura, da chi ha scelto di riprenderli in quella particolare posizione reciproca. Tutto questo sparisce con l’introduzione della terza dimensione.

In sintesi, il 3D crea ambienti, più che immagini.

Inoltre il 3D tende a far sparire i bordi dell’immagine: anche quando non fa i giochetti scemi di roba che ti viene buttata addosso, il film tridimensionale trasforma lo schermo in una finestra aperta sul mondo. Si ha l’impressione che il quadro sia più esteso di quello che appare. Lo schermo non è più una porzione di spazio attentamente delimitata da quattro bordi che esclude e nega qualsiasi cosa ad essa esterna, ma una fenditura rettangolare su una realtà illimitata che presuppone e invoca quello che le sta fuori.

In altre parole, e a voler essere estremisti, il 3D delegittima l’uso del fuori campo.

Ora, senza un’immagine ben costruita e senza la scelta di una porzione di spazio ben definita, come si fa a chiamarlo cinema? Come si può parlare di visione? Di punto di vista sul mondo?

NiK: Hai visto? I libri in 3D!!!
Filippo: Sì… Leggi il disclaimer in fondo.
NiK: L’ho letto! Dice di non usare gli occhialini per guardare i gatti.
Filippo: …quindi?
NiK: Chissenefrega, io mica ce l’ho un gatto.

Anche i libri in 3D

Mi attacco anche io ai recenti pensieri di Filippo e nessuno2001 sul cinema tridimensionale perché ho scoperto che sono comparsi anche i primi libri in 3D. Questa mania dilaga come Gmork.

Questo mese la casa editrice Taschen ripubblica in 3D i suoi The Big Book of Breasts e The Big Penis Book. Recita il comunicato stampa:

Grazie alle magiche meraviglie del mondo digitale, 90 foto dai libri originali più 18 sconvolgenti nuovi scatti sono stati trasformati dal noioso 2D del secolo scorso al 3D di più nuova generazione dai maghi della Brain Factory, responsabili dei film in 3D di Tim Burton. Queste nuove edizioni hanno una diversa introduzione, un layout migliorato e sono accompagnate da un paio di occhiali per anaglifi rosso/blu.

Taschen 3D

Quanta classe, direbbe Filippo.

Fortuna che esiste Better World Books. (Per chi non la conoscesse, è un’azienda fondata da una coppia di amici dell’Indiana con lo scopo di recuperare libri abbandonati nel mondo, trovar loro un nuovo lettore, e raccogliere contemporaneamente fondi per aumentare l’alfabetizzazione mondiale. Facendo viaggiare 24 tonnellate di libri usati BWB ha finora raccolto più di 9 milioni di dollari e donato più di 3 milioni di libri ad associazioni culturali. Il tutto tra l’altro senza il minimo carico ambientale.) Con questa gustosa pagina del blog, BWB annuncia l’introduzione dei grandi classici della letteratura in 3D:

Immaginatevi di godervi i classici con un’immersione mai provata prima d’ora. Ballate il charleston con il Grande Gatsby, siate proprio lì con Ismaele quando annuncia “Chiamatemi Ismaele.” Grazie alle meraviglie della moderna tecnologia potete godervi Dostoevsky e Faulkner con il 3D più cavaocchi! Trasformate anche il più polveroso dei vostri vecchi tomi in un appassionante viaggio sull’ottovolante!

Better World Books 3D

La cosa migliore è che questo pesce d’aprile di BWB ha lo stesso identico tono del comunicato vero della Taschen. Dove però lo supera è nel paragrafo con le clausole di esonero di responsabilità:

ATTENZIONE: Si prega di usare gli occhiali BWB3D™ solo come indicato. Mentre si indossano gli occhiali BWB3D™ è vietato guardare direttamente monitor di computer, forni a microonde in funzione, l’orizzonte, raggi laser, cruscotti delle auto, luci fluorescenti, blog, segnali in aeroporto, superfici riflettenti, asciugamani, scrivanie, cose marroni, altre persone che indossano gli occhiali BWB3D™, gatti domestici e l’aria. Mai e poi mai bagnare gli occhiali BWB3D™ con acqua o dar loro da mangiare dopo mezzanotte. Evitare di ragionare troppo quando si indossano gli occhiali BWB3D™: circa il 3% dei soggetti hanno registrato effetti collaterali indesiderati tra cui mal di testa, nausea, tremore, fiato corto, viaggi nel tempo. Se sorgono problemi con l’uso degli occhiali BWB3D™, si prega di consultare il manuale utente BWB3D™. Si prega di non leggere il manuale utente BWB3D™ con gli occhiali BWB3D™.

I motivi per cui dovremmo odiare il 3D

Mi allaccio al discorso che faceva Filippo qualche settimana fa per compilare una lista di motivi per cui ciascuno di noi dovrebbe odiare il 3D.

Motivi economici

Costa di più: girare un film in 3D ha un costo maggiore perché utilizza macchinari nuovi. Anche convertire un film in 3D è un costo notevole.

È l’ennesima trovata per spremere soldi: il costo di un film 3D viene caricato sullo spettatore, che deve pagare in media 4 Euro in più per indossare gli occhialetti.

Non è redditizio quanto dicono: tutto questo giro maggiorato di soldi non conviene a nessuno; recenti analisi hanno messo in luce come l’incasso derivato dalle copie 3D dei film sia sempre più basso, film dopo film. Il pubblico ha smaltito la sbornia da Avatar e torna a vedere i film in 2D snobbando le versioni tridimensionali.

Motivi percettivi

Produce immagini meno luminose: poiché metà luce del proiettore va all’occhio destro e metà a quello sinistro, e poiché gli occhiali di qualsiasi tecnologia, quale più quale meno, filtrano ulteriormente la luce, il film viene sottoesposto di uno stop; insomma, è scuro e opaco.

Produce immagini più piccole: il cervello si inganna e riduce della metà la dimensione di quel che vediamo. Sembra quindi di stare a guardare dei lillipuziani che recitano in un modellino in scala.

Produce immagini meno stabili: il movimento orizzontale appare molto più a scatti in 3D che nei film tradizionali. Anche qui è colpa del nostro cervello che ha un debole per individuare i bordi delle cose: il 3D sovrastimola questa capacità e rende i bordi ancor più evidenti.

Causa distorsioni e riflessi: la visione periferica guardando un film in 3D è peggiore; ai bordi, tutti i film in 3D sono fuori fuoco. Ogni volta che c’è un punto molto luminoso nell’immagine, si creano riflessi come se l’immagine fosse bucata e vedessimo una luce sparataci contro.

Fa venire il mal di testa: il 3D impone un lavoro extra al nostro cervello che affatica la vista e in casi piuttosto frequenti causa mal di testa e nausea.

Motivi estetici

Non aggiunge nulla all’esperienza cinematografica: il critico Roger Ebert si domanda: pensate a un film che vi ha emozionato in passato, ora pensatelo in 3D. Vi piacerebbe? In generale: vi viene voglia di vedere un film drammatico, una commedia o un film storico in 3D? (se rispondete sì, andatevene da questo blog)

È superfluo: il nostro cervello sa già ricostruire la profondità da solo utilizzando la prospettiva. Lo sappiamo dal ’400 con gli studi prospettici in pittura. Aggiungere davvero la terza dimensione all’immagine indebolisce, invece di rafforzare, l’impressione di profondità, la cui potenza deriva proprio dal doversela immaginare.

Il cambio di fuoco è un problema: i registi utilizzano, tra le altre cose, il cambio di fuoco per pilotare lo sguardo dello spettatore all’interno dell’inquadratura. Il cambio di fuoco in un’immagine 3D fa schifo e fa venire il mal di testa perché impone un lavoro extra al nostro cervello.

Il montaggio è meno libero: ogni stacco affatica il cervello che deve riallineare gli occhi alla nuova profondità, quindi il film in 3D è più tollerabile se ha un montaggio lento.

Dico, non vi basta per capire che è l’ennesimo disperato tentativo per raggirare noi spettatori? Se non vi bastasse, nella prossima puntata, una filippica in difesa dell’inquadratura.