Campagna Indiegogo per i Gran Turismo Veloce

I Gran Turismo Veloce stanno per realizzare il loro secondo album. Per bypassare l’impasse dell’industria discografica (se non sei nessuno non vieni distribuito, se non vieni distribuito resti nessuno), hanno organizzato una campagna di finanziamento dal basso su Indiegogo chiedendo aiuto ai loro fan.

Per convincere voialtri a contribuire, la A Piece Beyond ha realizzato il miglior spot di sempre.

Gran Turismo Veloce - Indiegogo ad

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Che strano chiamarsi Federico: che orrore piuttosto chiamarsi Ettore.

Scola racconta Fellini, dice il sottotitolo del film, e nulla potrebbe essere più falso. Ma anche il titolo è falso, perché di quanto sia strano chiamarsi Federico nel film non c’è traccia. Ettore Scola perde tempo, affastella cose, ricostruisce stancamente pezzi di cinema e di storia italiana tenendoci un’ora mezzo seduti senza darci nulla in cambio.

Al netto di lungaggini noiosissime, della totale mancanza di brio, di attori non proprio in parte, della staticità e ripetitività della messinscena, della banalità ritrita del bianco e nero per le scene del passato, dei giochini “meta-” che non aggiungono o rivelano nulla, l’errore massimo è stato mostrare Fellini in scena.

Il regista è interpretato da un sosia, ma vigliaccamente perché sempre di tre quarti da dietro, sempre in ombra, sempre ridotto allo schizzo del cappotto di tweed, degli occhiali spessi, del borsalino in feltro e della sciarpa rossa: insomma, uno stereotipo.

Quando apre bocca, Fellini parla alternativamente con una voce che imita quella vera e con estratti dalle interviste di Sono un gran bugiardo, creando un effetto artificiale che disturba nonostante sia coerente con la manifesta ricostruzione cinematografica delle scenografie perché discontinuo, posticcio, falso: la prosodia di un vecchio seduto a meno di un anno dalla morte non può essere la stessa di un uomo di mezza età che guida l’auto di notte e fa conversazione con gli amici.

Ma soprattutto l’errore sta nell’aver messo in scena un regista che già si era fatto da solo personaggio dei suoi film, che già aveva raccontato il cinema dal di dentro e perfino ripreso la macchina produttiva disvelandone l’artificialità senza sminuirne la potenza: gli esempi si sprecano, dalla biografia d’artista Otto e 1/2, alla biografia reinventata di Roma, dalla messinscena del ricordo di Amarcord alla confessione-meta di Intervista. Rimettere in scena un Fellini finto, pavidamente come fa Scola, è tanto inutile quanto sciocco.

Ricordarsi poi che Scola è – era – non solo un regista di peso della nostra storia e non solo un collega di Fellini ma anche un suo amico, giacché questo dovrebbe venir fuori da questo film, ci lascia sbigottiti: un amico si racconta per stereotipi?

Ma c’è di peggio. Quello stupore del narratore per il teatro 5 di Cinecittà come fosse un luogo reso mitologico da Fellini, quelle battutine sulla critica che stronca i primi film, quella messinscena della sequela di premi Oscar vinti insinuano uno spiacevole sospetto e, quando il narratore prende a chiamare Scola “Scola” e Fellini “Maestro”, ecco che quasi ci si convince che questa operazione non sia mossa da affetto, da amicizia, dal desiderio di ripercorrere le dolorose ma calde strade della memoria ma sia da un lato una palese operazione di marketing (Scola racconta Fellini! Venite! Venite!) e dall’altro sia offuscata da una sottile invidia, quasi un complesso di inferiorità: perché altrimenti raccontare specularmente l’arrivo di Scola al Marc’Aurelio dopo quello di Fellini, perché rifare questa scena pedissequamente, una scena che tra l’altro non racconta nulla né dell’uno né dell’altro e al massimo ci dà un’infarinatura alquanto superficiale del ventennio fascista? (Fatta meglio, perché più folle, da Fellini in Amarcord, e l’averle montate una dopo l’altra è tanto didattico quanto impietoso.) Perché insistere sul fatto che in redazione c’erano Steno, Age e Scarpelli e altri numi del cinema di quegli anni, spiattellati con paternalismo dal narratore? Ci aiutano a capire il clima culturale in cui si è sviluppata la personalità artistica di Fellini? No. Ci aiutano a raccontare il suo carattere? No. Almeno ci dicono come è nata l’amicizia tra i due? No. Si sospetta che sia solo un modo per dire quanto fosse fortunato Scola ad esser stato parte di quella illuminata combriccola.

E il finale del film affossa irrimediabilmente l’opera. Sulle riprese TV della camera ardente a Cinecittà con la passerella di divi e gente comune, si ascolta il frammento audio finale di Intervista: “Ecco, il film dovrebbe finire qui, anzi, è finito! Mi sembra di sentire la voce di un mio antico produttore: ‘Ma come!? Finisce così… senza un filo di speranza… un raggio di sole… ma dammi almeno un raggio di sole!’ Un raggio di sole? Mah, non so… Proviamo.” Il feretro viene illuminato da un faretto e tra il pubblico vediamo il Fellini-finto che guarda la morte del Fellini-vero, poi ha un guizzo di ribellione sulla morte e “il Pinocchio del cinema italiano” (brutta ma almeno vera definizione) prende a correre discolo per i teatri di Cinecittà inseguito dai Carabinieri. Banalotto ma almeno è un’idea. E però Fellini corre e corre, gira a destra e a sinistra, semina i Carabinieri ma non arriva da nessuna parte, Scola se lo perde per strada e attacca un montaggio di tutte le scene iconiche dei capolavori del regista a ritmo della musica di Nino Rota: la pietra tombale della regia.

All’uscita dalla sala non sappiamo nulla di Fellini regista, né di Fellini uomo, amico, collega, rivale. Nulla di nulla. Sappiamo forse qualcosa in più di Scola, ma avrei preferito non saperlo. Che strano chiamarsi Federico è un colossale fallimento, un film vuoto. E dannoso.

Che strano chiamarsi Federico, di Ettore Scola [Italia 2013]
Voto: 2. Un orrore di documentario: noioso, stereotipato, pavido e forse invidiosetto.

Mood Indigo – La schiuma dei giorni: la morte di Michel Gondry

Dopo le parentesi blockbuster (Lanterna Verde) e docufiction (The we and I), Michel Gondry torna al cinema che più gli si confà: quello stralunato e sbilenco della macchina di sogni di cartapesta.

La storia boy-meets-girl in salsa dramedy sarebbe potuto essere una rinfrescante riaffermazione della magia del cinema fatto in casa dopo le epidemie della CGI e del 3D e soprattutto la rifondazione della bravura folle e geniale di Gondry che abbiamo amato incondizionatamente come autore dei più stupefacenti videoclip dello scorso decennio.

Mood Indigo è invece il punto di non ritorno del regista francese che, come Tim Burton prima di lui, è diventato l’aggettivo di se stesso.

Dopo L’Arte del Sogno e Be Kind, Rewind è palese che Gondry si limita a cercare storie strampalate per usarle come scusa per mettere in scena le sue trovate artigianali di effetti speciali. Inanellando un trittico di opere di una noia mortale, Gondry dimostra di essere un narratore incapace sulla lunga distanza e un regista totalmente disinteressato alle sorti dei personaggi che mette in scena, relegati a esili figurine che non ci coinvolgono in nessun modo. Sono dieci anni che stiamo qui ad aspettare un nuovo Eternal Sunshine e bisognerà pur decidersi di andarlo a cercare dalle parti di Kaufman.

Mood Indigo: La Schiuma dei Giorni, di Michel Gondry [Francia 2013]
Voto: 4. Qualcuno riporti Gondry ai videoclip, a vantaggio di tutti.

Postilla italiota: in Francia il film si chiama La Schiuma dei Giorni; per il mercato anglosassone è stato ribattezzato Mood Indigo. Noi, sia mai che prendiamo una decisione intelligente, abbiamo fatto doppietta lasciando l’inglese in un film francese perché si sa, l’inglese tira.

Domande di teologia

Domani lutto nazionale per i trentotto morti nell’incidente automobilistico nei pressi di Avellino. La cronaca è di nuovo foriera di domande di natura teologica. Come si dice in questi casi, riceviamo e volentieri pubblichiamo.

La domanda è abbastanza importante da un punto di vista teologico. Un gruppo di pellegrini, di ritorno dal pellegrinaggio a Petrelcina, finisce giù dal viadotto: questo vuol dire che questa grande protezione, Padre Pio, sempre sia lodato, non gliel’ha data. La protezione di Padre Pio, quindi, quanto tempo vale? Stiam parlando di una protezione a posteriori. Si potrebbe allora ipotizzare, data la dimostrazione nei fatti che la protezione a posteriori, se dura, dura molto poco, sfiorisce prima ancora dello sfiorire di una rosa, che valga invece la protezione a priori, cioè che l’intenzione di recarsi nel luogo di pellegrinaggio e non l’esservisi effettivamente recati protegge il pellegrino? Sono domande.Tony Forti

Darò volentieri il diritto di replica a Padrepio che tra l’altro è un po’ che non si fa sentire.

Diseducare il pubblico a suon di mostri

Ho visto in una sala cinematografica inglese lo spot televisivo americano per l’imminente film di mostri di Guillermo del Toro, Pacific Rim.

Pacific Rim trailer

Dice: Servono scene di battaglia che ti lasciano a bocca aperta, esplosioni mozzafiato e dominio sui mostri per darti un’esperienza cinematografica per cui valga la pena di pagare.

Quanto diseducativa è questa roba?

Da un lato, dicendo che se non c’è il grasso e gradasso spettacolo non vale la pena di pagare per un film, sottintende che si può anche scaricare qualcosa illegalmente, purché sia quella roba pallosa alla Haneke, mi raccomando; dall’altro condanna il cinema a seguire questa direzione apocalittica: sempre più battaglie, sempre più esplosioni, sempre più mostri, altrimenti il pubblico non paga. E lo dice al pubblico stesso, autorizzandolo a sentirsi nel giusto per la sua pigrizia e per i suoi gusti dozzinali.

Serve ben più di un nerd col complesso di Peter Pan per darmi un’esperienza cinematografica per cui valga la pena di pagare.

Le dolci vite

Remake di La Casa, e le strategie di marketing

Il remake di La Casa si prende troppo sul serio, a partire dal poster: “Non conoscerai terrore più grande.” Anche meno. In questo, il film di Fede Alvarez commette due errori: prendere sul serio un film che aveva nell’allegro verminoso il suo punto di forza e prendere sul serio l’idea di remake.

Fine della recensione.

Intanto che aspettavo di entrare in sala, gli schermi TV di fronte al bar mandavano – muti – i trailer dei film in arrivo. Ho notato che Il Grande Gatsby viene presentato “da Baz Luhrmann, regista di Romeo + Giulietta e Moulin Rouge” nascondendo zitti zitti il noiosissimo e rovinosissimo Australia: una strategia di marketing piuttosto comune, quella di ripescare il più recente successo ignorando l’ultimo flop.

Poi è arrivato After Earth, il colossal di fantascienza con Will Smith e suo figlio. Poco più in là mi è caduto l’occhio sul relativo gigantesco poster. Né il trailer né il poster fanno menzione del regista. Un’idea di marketing così efficace che non ho la minima intenzione di rovinare.

Cartoline dal Messico

Per spezzare un po’ la monotonia del 16/9, ecco qualche foto ricordo quadrata dal mio ultimo viaggio.

Cornovaglia in 16/9

Proseguo con i reportage paesaggistici, che c’ho preso gusto. E non è strettamente Cornovaglia, anzi soprattutto c’è Devon e anche un po’ Somerset, ma i titoli sono titoli.

L’amore

L’amore ha i tempi del colera.