~ Libri: già che qualcuno li ha scritti, qualcun altro doveva pur leggerli. ~

L’Apocalisse secondo Eleanor Coppola

Recensione doppia per una doppia lettura-visione coordinata: Eleanor Coppola, moglie di cotanto Francis Ford, scrive il diario della lavorazione di quel filmettino leggero leggero che è Apocalypse Now! e siccome le avanzava tempo si diletta a girare un documentarietto di poco conto che sconfina subito nel mito.

Cose che succedono quando tuo marito è un panzone che produce roba dal peso specifico pari alla sua mole, inclusa una figlia niente male. Invece che restar schiacciata, Eleanor ci butta il carico. Brava.

Diario dall’Apocalisse
Eleanor Coppola
Minimum Fax, Roma 2006

Diario privato, diario di produzione, confessionale, seduta psicanalitica, terapia di coppia. Appassionante e rivelatore, sia sul lavoro e la personalità di Francis Ford Coppola, sia sui tormenti di un artista in lotta contro il suo materiale. Scrittura semplice, ma mai banale. La Coppola deve essere intelligente quanto il Coppola.

Cuori di Tenebra
Eleanor Coppola
Feltrinelli, Milano 2008

Cofanetto DVD con Hearts of Darkness e Coda: Thirty years later. Due documentari imperdibili, il primo per vivere il caos della produzione di Apocalypse Now!, il secondo per passare un’ora in compagnia di Coppola che pensa ad alta voce sul cinema, la filosofia, il genere umano, il tempo, la coscienza, la vita e altre cosucce di nulla importanza.

Federico Fellini di Tullio Kezich

Federico Fellini, la vita e i film
Tullio Kezich
Feltrinelli, Milano 2002

Kezich parte malissimo, con una serie di capitoli raffazzonati e senza ritmo che accavallano episodi su episodi. Soprattutto qui e nell’orribile introduzione viene ribadita la dicotomia che imprigiona l’Italia degli ultimi settant’anni: comunisti vs. fascisti, comunisti vs. cattolici, comunisti vs. chiunque. Siamo, e siamo sempre stati lì, tra Don Camillo e Peppone.

Per carità, Kezich prova anche a prendere le distanze da questa gabbia culturale, aiutato tra l’altro dallo stesso Fellini che – sbigottito, annoiato, infastidito – ha insistito per tutta la sua carriera a dire che nulla aveva a che fare col cinema di sinistra o di destra, tuttavia ci riesce fino a un certo punto.

Fortunatamente, quando Fellini diventa regista, il critico dedica ogni capitolo a un film solo e il libro migliora così tanto che pare scritto da un altro. Kezich ragguaglia sulla trama e sulle idee soggiacenti a ogni progetto, dà un minimo di informazioni sulla produzione e si concentra molto sull’accoglienza del film all’uscita. Ricade talvolta nel solito “non è un film abbastanza di sinistra,” ma non è colpa sua quanto dei critici dell’epoca.

Punteggiando con frasi felliniane, Kezich ha soprattutto il grande merito di dare un’impressione veloce ma nitida della personalità e del carattere del regista, caposaldo di ogni biografia fatta bene.

Dracula di Bram Stoker

Dracula
Bram Stoker
Mondadori, Milano 2005

Perfetto esempio di libro che tutti conoscono ma che quasi nessuno ha letto, Dracula è un capolavoro di intelligenza, stile e costruzione.

Bram Stoker si serve della forma epistolare, di solito più adatta ai romanzi di introspezione che a quelli di azione, per innescare abilmente la suspense e soprattutto per orchestrare un sistema di punti di vista via via sempre meno attendibili: l’inaffidabilità dei narratori, tutti in condizioni psicologiche alterate, conferisce alla vicenda i contorni inquietanti e sfumati di un vero incubo.

In un romanzo in cui il protagonista eponimo quasi non appare, il finale brusco che chiude frettolosamente una caccia al vampiro durata centinaia di pagine non fa che amplificare il senso di sinistra incertezza.

Lontano anni luce dalle versioni romantiche del mito del vampiro che verranno, tanto quelle splendide di Anne Rice che quelle puerili di Twilight, il Conte Dracula di Stoker è animalesco, primitivo e terrorizzante, un insetto famelico che zampetta agilmente nel regno del metafisico.

Il pur notevole di film di Coppola che a questo libro si ispira con presunta fedeltà è viziato dalla stessa chiave sensuale. Il miglior adattamento resta ancora Nosferatu di Murnau, appropriatamente rigido, polveroso e sconcio come un cadavere decomposto. Consiglio di vedere il film e dopo leggere il libro. E poi di dormire, se ci riuscite.

L’ultimo amante di Banana Yoshimoto

Da una trama classica (lei incontra lui), Banana Yoshimoto aveva tirato fuori con Kitchen un piccolo capolavoro di atmosfera, non detti, sensazioni e immagini: quando la leggerezza non fa il paio con inconsistenza. Alla fine della lettura era rimasto qualcosa di flebile, ma luminoso. Indubbiamente era presente, anche se “le parole sono sempre troppo crude e finiscono con lo spegnere luci preziose e fievoli.” La Yoshimoto in qualche modo c’era riuscita.

Folgorato da quella lettura, in libreria mi ero ritrovato davanti allo scaffale coi suoi libri: settanta centimetri di titoli monoparola con costole dai colori vividi, nell’insieme un effetto gradevole. Scelsi Il Corpo Sa Tutto, per il titolo meno banale degli altri. Come spesso succede nelle raccolte di racconti, l’esito era stato discontinuo e nel complesso l’impressione di esilità mi aveva tolto un bel po’ di gusto nella lettura. L’entusiasmo si era spento, dovevo ammetterlo, e le nostre strade si erano allontanate.

Ho rincontrato Banana solo qualche mese fa a casa di un amico. Avevo frequentato altre scrittrici, e lei stava lì, sullo scaffale, con meno centimetri del solito ma col consueto cromatismo gradevole. Ho ceduto. “Posso prenderti qualcosa della Yoshimoto?” avevo chiesto.

N.P. è stato il libro che ci ha riavvicinato: una storia affascinante e anche ben costruita. Dai, Banana, magari avevi ragione tu, forse ero stato impulsivo, lo sono spesso. Però procedevi stentata, le tue parole si ripetevano in modo esasperante, i dialoghi e le descrizioni non si amalgamavano e l’atmosfera non prendeva mai corpo. Alla fine, tra “malinconie struggenti”, “atmosfere particolari”, “sensazioni stranissime” e “silenzi preziosi” la parola che più avevo in mente era cliché.

Ma Banana insisteva, non mollava, voleva essere letta. A piccole dosi, l’ho frenata, e ho preso Lucertola. Non ho la minima idea di quali storie contenesse, eppure le ho lette, ne sono sicuro. Come una serata al pub in cui lei ti parla, ti parla, e la mattina dopo non ricordi nulla. Siamo stati bene ieri sera, no?, ti dice quando ti ritelefona, e non sai cosa rispondere.

E poi è stata la volta di L’Ultima Amante di Hachiko e la scoperta della verità, pura e semplice: letto uno, letti tutti.

Non era un brutto libro, anzi. Però quasi perfettamente sovrapponibile agli altri. Memo per il futuro: non leggere mai due libri della Yoshimoto di fila, ti si confondono l’un l’altro e non capisci più cosa era successo in questo o in quello. Comunque, la trama non ne risente.

E così, dopo un paio di mesi di pausa e un buon numero di altre frequentazioni, ieri sera Banana mi aveva convinto di nuovo. Stava rannicchiata sul comodino da settimane, ho allungato il braccio e l’ho presa. Alle due e mezza ero lì che leggevo Tsugumi, pagina dopo pagina, sbadigliando, ma certo per il sonno. Poi sono arrivato alla trentatré e mi son detto: ma… me ne frega qualcosa?

“Prendili, prendili tutti, tanto non li rileggerò di certo,” aveva risposto quel mio amico, evidentemente anche lui un innamorato deluso. Domani gliela riporto, tutta. Addio Banana, è stato un amore intenso ma breve, il nostro.

Invito alla lettura di Jonathan Coe

Jonathan Coe è uno scrittore inglese che ha studiato a Birmingham, città che fa da scenario alla maggior parte delle sue storie. I suoi romanzi presentano personaggi immaginari ma calati nel vivido e reale contesto della società inglese degli ultimi quarant’anni.

Il tratto principe dei romanzi di Coe è la notevole capacità di raccontare i temi sociali inscrivendoli in storie appassionanti e umanissime che fanno da veicolo alla soggiacente critica senza renderla ovvia. La sua preoccupazione di indagare il marcio dell’Inghilterra non potrebbe esser più chiara, ma Coe non perde mai di vista né la trama, sempre dinamica, né i personaggi, tratteggiati in modo brillante. Sfuggendo il rischio di moralismo o di didatticismo, i libri di Coe dicono moltissimo della società inglese che raccontano, delle persone che la costituiscono e, per estensione, di noi tutti.

La struttura a incastro, con passato e presente spesso parallelamente raccontati, e soluzioni espositive originali (differenti voci narranti, inserti extra-narrativi, patchwork di fonti) sono il tratto stilistico più evidente, anch’esso dosato alla perfezione. Anche quando non strettamente funzionali ai temi indagati, l’abilità di Coe nel creare una struttura solida avvince dalle prime pagine e conduce speditamente verso il finale. Mai manierista, l’artificiosa costruzione dei romanzi è tanto il binario su cui i personaggi si muovono quanto un modo originale per restituire il casino delle nostre vite.

Donna per Caso è il primo romanzo di Coe, scritto nel 1987: la storia di una ragazza che subisce senza scomporsi la proverbiale serie di sfortunati eventi che potremmo sintetizzare come “vita”, osservata da un narratore onnisciente che la osserva con lo stesso disincanto e cinismo con cui Maria osserva il mondo. Nonostante alcune scene di sublime sottigliezza, nell’insieme non risulta ben congegnato: il gioco di Coe è chiaro e in parte diverte, ma forse pesa la mancanza di un finale incisivo.

L’Amore non Guasta racconta le giornate di un ragazzo, aspirante scrittore, con la sua coinquilina. Coe tenta di rinnovare la formula del romanzo giovanile inserendo nella narrazione le quattro storie scritte dal suo protagonista. Sfortunatamente, risultano molto più riuscite del resto. D’altra parte potrebbe anche voler dire che l’arte è migliore della vita.

Questa Notte mi Ha Aperto gli Occhi è il primo romanzo interamente piacevole: una trama gialla ben congegnata, ricca degli andirivieni temporali e degli incastri che saranno gestiti magistralmente nelle opere successive, con un protagonista passivo come la donna del romanzo di esordio ma molto più simpatico e vivido. Con due libri rodaggio alle spalle, qui Coe si prepara al balzo, e dopo saranno tutti capolavori.

La Famiglia Winshaw mostra con chiarezza l’impressionante maturazione di Coe rispetto alle opere precedenti. Quattro anni di scrittura per una saga familiare che diventa potente metafora dell’Inghilterra degli anni ’80: ciascun membro dei Winshaw compie sulla società inglese un terribile crimine (ecologico, culturale, economico), rovinandola probabilmente per sempre. Critica satirica degli anni dominati dalla Tatcher, il libro è un perfetto esempio di storia che racconta la Storia. Ogni volta che lo rileggo sogno un analogo libro italiano che renda conto di tutti i fili del male che questo paese sta tessendo da cinquant’anni, tra mafie, politici corrotti, evasori fiscali, media mogul, produttori di spazzatura culturale e affaristi resi miopi dal denaro.

La Casa del Sonno è il meno politico-sociale dei romanzi di Coe e racconta le vicende di un gruppo di studenti su due linee temporali parallele, distanti un decennio. Con una manciata di personaggi impossibili da dimenticare, un affascinante contesto onirico e mirabili simmetrie tra passato e presente, Coe scrive un libro di sterminata bellezza, in cui le parole, frase dopo frase, hanno la consistenza dei granelli di zucchero sulla punta della lingua.

La Banda dei Brocchi e Circolo Chiuso costituiscono un romanzo di formazione multipla, in due puntate. Poiché racconta gli anni ’70 e gli anni ’90, viene considerato l’ampliamento della visione satirica di Coe sull’Inghilterra, in grado di osservare con lucidità trent’anni di decadenza del macrocosmo britannico mentre il microcosmo regge, lotta e sogna.

Con La Pioggia prima che cada Coe mette da parte la vena politico-sociale e racconta la storia di una anziana signora, appena scomparsa, attraverso le fotografie e i nastri registrati che ha lasciato alla nipote. Riducendo al minimo i consueti salti narrativi, coincidenze nei capitoli, incontri lontani nel tempo, Coe racconta una semplice storia fatta di ricordi e segreti. Poi arrivi in fondo e ti accorgi che le coincidenze, le sorprese e gli incastri ci sono comunque, come se non fosse lo stile dei romanzi di Coe a crearli ma la vita stessa.

Il nuovo libro, I terribili segreti di Maxwell Sim, è da poco uscito per Feltrinelli.

Pier Giorgio Tone: Dreyer

Dreyer
Pier Giorgio Tone
La Nuova Italia, 1978

Concludo la mia “settimana Dreyer” con questo volumetto della serie Il Castoro Cinema, che è un magnifico esemplare del tipo di critica cinematografica che meno sopporto, ben lontano dal mio ideale della luce radente.

Tone straparla dei film quasi totalmente dimentico delle scelte registiche (illuminazione, decor, montaggio, ecc.) concentrandosi solo sui temi e i motivi ricorrenti nelle opere di Dreyer, con l’aggravante di utilizzare un linguaggio esclusivamente astratto e fitto di termini astrusi.

Come se gli si fosse rovesciato sui fogli il barattolo delle parole difficili (non c’è una singola frase senza perle quali “weltanschauung dreyeriana”, “concretezza di un essere-nel-mondo immanente”, “materialità dello spazio filmico”, “il non-senso del discorso”, “universo semantico concentrazionario” e via di questo passo), Tone scrive e scrive e scrive ignorando chi lo legge e generando il sospetto dell’inconsistenza mascherata con l’accademia.

Al rogo! Al rogo!

Carl Th Dreyer: Gesù. Racconto di un film

Carl Th Dreyer: Gesù, racconto di un film. CopertinaGesù. Racconto di un film
Carl Th Dreyer
Einaudi, Torino 1969

Proseguo la serie dedicata a Carl Th Dreyer con la sceneggiatura del film irrealizzato sulla vita di Gesù che il regista danese ha tentato di girare per gran parte della sua vita. Oltre all’intero script, il libro contiene appunti e annotazioni che Dreyer ha fissato a margine di alcune scene come risultato della decennale ricerca svolta sugli usi e costumi dell’epoca e sui personaggi storici che intervengono nella vicenda.

“Questo film è la storia dell’Uomo-Gesù. Che ci sia stato o no il Figlio di Dio non mi dice un gran che,” aveva dichiarato Dreyer nel 1964. Il regista scrive così una sceneggiatura in chiave storica, descrivendo la Palestina sotto il dominio dell’impero romano come la Francia e la Danimarca occupata dai Nazisti: tra collaborazionisti, rivoluzionari e il popolo in perenne attesa del Messia salvatore, si dipana la vicenda di Gesù – “un provocatore” – che tenta invano di parlare al popolo di faccende spirituali e viene al contrario interpretato in chiave politica e militare.

Grazie alle ricerche condotte, a teorie psichiatriche e alla sua consueta sorprendente capacità di introspezione psicologica, Dreyer confuta sistematicamente i luoghi comuni della tradizione cristiana: i miracoli (probabilmente opere di un guaritore carismatico), la colpevolezza di Giuda (“un semplice popolano costretto ad affrontare problemi troppo grossi” e incapace di comprendere il lato spirituale delle predicazioni di Gesù), il doppio gioco di Caifa (un politico pragmatico che per salvare l’intero popolo ebraico dalle rappresaglie romane decide di sacrificare un solo uomo), il disinteresse di Pilato (un intransigente esecutore della legge romana interessato solo al mantenimento dell’ordine), la corona di spine (le due varietà di roveti della Palestina non pungono), la manifestazione di Dio sul monte Hermon (ricondotta a un frequente evento atmosferico), l’antisemitismo contenuto nei Vangeli e cavalcato da teologi e padri della Chiesa (a condannare Gesù non sono stati gli ebrei ma il contrasto tra le sue provocazioni e le forze di occupazione romana) e così via, per una ricerca della nuda verità fattuale, perfettamente in linea con la poetica del regista dimostrata negli altri film: meglio il dubbio sui fatti da interpretare che un’interpretazione a tesi degli stessi.

Peccato che l’edizione sia corredata solo da un brevissimo testo sulla sovraccoperta senza una vera prefazione: sarebbe stato molto utile riportare qui le interviste e gli scritti che Dreyer aveva dedicato a questo suo decennale progetto.

Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares

Pessoa: Il libro dell'inquietudine. CopertinaIl libro dell’inquietudine di Bernardo Soares
Fernando Pessoa
Feltrinelli, Milano 2000

Si potrebbe liquidare il tutto dicendo “Una sega mentale di 280 pagine.” Non che non sia vero, eppure ci sono frammenti scritti meravigliosamente che toccano indiscutibilmente malesseri molto umani, e si scopre che un secolo fa qualcuno aveva già il male di vivere che certi psico-sociologi attribuiscono al decadimento di questi anni.

Il che potrebbe anche voler dire che nell’ultimo secolo non abbiamo fatto nessun passo avanti.

Ma senza divagare: nonostante la pesantezza e un’impressione di cupio dissolvi, il libro merita, specie se si è di animo propenso allo spleen. Come ha scritto un certo Marco su Anobii, “i pensieri di molti esposti come pochi.”

E poi, senza questo libro non esisterebbe questo blog.

Carl Th Dreyer: Cinque Film

Carl Th Dreyer: Cinque Film, Einaudi. CopertinaCinque Film
Carl Th Dreyer
Einaudi, Torino 1967

Traduzione italiana di tre libri danesi, con le relative introduzioni originali: “Fire Film” ossia quattro sceneggiature (La passione di Giovanna D’Arco, Vampyr, Dies Irae, Ordet), “Gertrud”, la sceneggiatura dell’ultimo film, e “Om Filmen”, la raccolta di scritti sul cinema pubblicati sulle riviste danesi quando Dreyer lavorava come giornalista. In aggiunta, questo libro presenta ulteriori saggi di Dreyer non apparsi su “Om Filmen” perché successivi al 1959.

Particolarmente interessanti le sceneggiature di Giovanna D’Arco e Vampyr, scritte quasi come racconti, con scene poi escluse dal montaggio definitivo e descrizioni molto approfondite dei personaggi e delle motivazioni psicologiche dietro le loro azioni. Le altre sceneggiature sono al contrario assolutamente identiche ai film montati, segno che Dreyer aveva già un’idea molto precisa prima di iniziare le riprese.

Soprattutto gli scritti sul cinema sono un piacere da leggere. Con il pretesto di recensire un film uscito nelle sale, Dreyer spiega la sua idea di cinema con chiarezza e un leggero accento polemico che rende gli scritti ironici e sagaci. Sorprende la modernità delle sue argomentazioni estetiche nonché la solidità delle sue idee: ciò che ha scritto negli anni ’20 vale anche per i suoi film successivi. Il fatto poi che la teoria è stata formulata dopo soli 20 anni dalla nascita del cinema non fa che confermare la grandezza del regista.