~ Cinema: ad andare al cinema sono buoni tutti ma vedere i film è un’altra cosa. ~

Quando il cinema era una magia

Perfetto post pre-vacanziero, una galleria di foto dal dietro-le-quinte di film che hanno fatto la storia del cinema, quando la settima arte era una magia fatta di cartapesta, legno, fumo e tanta inventiva. Funziona sia come un nostalgico amarcord, sia come un vano monito alle attuali brutture decerebrate.

La pseudo-poesia ce la metto io, il resto lo copio spudoratamente da qui.

Shining
Shining (1980). Kubrick con la figlia Vivian e Jack Nicholson.

Metropolis
Metropolis (1927). L’attrice dentro il robot Maria si rinfresca.

L'impero colpisce ancora
L’impero colpisce ancora (1980). I titoli di testa.

Gioventù Bruciata
Gioventù bruciata (1941). Natalie Wood, James Dean e Nicholas Ray.

Sesame Street
Sesame Street. I veri muppets sono loro. Jim Henson al centro.

Non aprite quel cancello
Non aprite quel cancello (1987). Un gigantesco set.

Gli Uccelli
Gli Uccelli (1963). Sir Alfred Hitchcock e Tippi Hedren.

Alien
Alien (1979). Il set dello space-jockey.

Ghostbusters
Ghostbusters (1984). Il finale del film.

Superman
Superman (1978). Superman vola, più o meno.

Mosura
Mosura (1961). Quanto adoro i mostri giapponesi.

Dr. Stranamore
Dr. Stranamore (1964). Peter Sellers e Stanley Kubrick.

Il braccio violento della legge
Il braccio violento della legge (1971). Gene Hackman sul set.

Tron
Tron (1982). Non sembra, ma nel film è fico.

L'ululato
L’Ululato (1981). Joe Dante dirige il lupo mannaro.

Nosferatu
Nosferatu (1922). Max Schreck è un vero vampiro.

Faust
Faust (1926). Emile Jannings oscura la città.

Il Padrino
Il Padrino (1971). Fili da pesca per i fori delle pallottole.

Il Maratoneta
Il Maratoneta (1971). Dustin Hoffman e Sir Lawrence Olivier.

King Kong
King Kong (1933). Il re degli effetti speciali.

2001: Odissea nello Spazio
2001: Odissea nello Spazio (1968). La centrifuga.

Ancora contro il 3D: in difesa dell’inquadratura

Ci siamo lasciati con un articolo che riassumeva i motivi per cui dovremmo odiare il 3D. Gli ultimi due punti illustravano come il cambio di fuoco e un montaggio rapido diventassero un problema per i film tridimensionali. Come preannunciato, vorrei agganciare a questi ultimi due punti un’altra riflessione.

Non solo il regista di un film in 3D può disporre meno liberamente della serie di strumenti espressivi che si era gloriosamente guadagnato nel corso del secolo scorso, ma si trova privo dell’elemento basilare, quello su cui si poggiano tutti gli altri: l’inquadratura.

La composizione del quadro, ossia in parole povere come gli elementi di fronte alla macchina da presa vengono disposti all’interno del rettangolo dell’inquadratura, è la base della realizzazione di un’immagine. Lo sappiamo non dal 1895, ma da quando esiste l’arte pittorica, cioè praticamente da sempre.

La bidimensionalità di un’immagine fa sì che ciascun elemento occupi uno spazio preciso all’interno del quadro: la sua posizione lo mette in relazione tanto con i contorni dell’immagine quanto con gli altri elementi presenti in essa.

Alcuni esempi.

Arancia Meccanica

Persona

2001: Odissea nello Spazio

La bellezza, o se volete il grado di iconicità di queste immagini, sarebbe infinitamente minore se fossero state realizzate in 3D. Vediamo perché.

In primo luogo l’appiattimento della profondità su un unico piano crea un’impressione di graficità assente nella scena reale: ad esempio, nel fotogramma tratto da 2001: Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick le linee prospettiche diventano segmenti che puntano contro l’astronauta, mentre le barre di luce diventano cerchi ad esso concentrici; si crea un reticolo di direttrici che pilotano il nostro sguardo con molta forza, non così marcato in una scena tridimensionale.

Provate mentalmente a spostare il punto di vista su queste scene, come se la macchina da presa fosse stata più a destra, o più a sinistra, o più sopra o più sotto: la costruzione di queste immagini crollerebbe perché gli elementi perderebbero questo calibratissimo allineamento. Ecco, anche questo con un’immagine tridimensionale è meno vero.

La tridimensionalità impone una maggiore importanza alle relazioni di profondità, rispetto a quelle di posizionamento spaziale: vale a dire che in un’immagine 3D ci importa più di tutto sapere se un oggetto è vicino o lontano e molto meno se è – poniamo – all’immediata destra di un altro.

Anzi, il punto è che gli oggetti che appaiono vicini in un’inquadratura classica e creano interessanti relazioni spaziali magari sono distanti metri e metri nella realtà tridimensionale. La loro relazione è fittizia, creata ad arte da chi sceglie l’inquadratura, da chi ha scelto di riprenderli in quella particolare posizione reciproca. Tutto questo sparisce con l’introduzione della terza dimensione.

In sintesi, il 3D crea ambienti, più che immagini.

Inoltre il 3D tende a far sparire i bordi dell’immagine: anche quando non fa i giochetti scemi di roba che ti viene buttata addosso, il film tridimensionale trasforma lo schermo in una finestra aperta sul mondo. Si ha l’impressione che il quadro sia più esteso di quello che appare. Lo schermo non è più una porzione di spazio attentamente delimitata da quattro bordi che esclude e nega qualsiasi cosa ad essa esterna, ma una fenditura rettangolare su una realtà illimitata che presuppone e invoca quello che le sta fuori.

In altre parole, e a voler essere estremisti, il 3D delegittima l’uso del fuori campo.

Ora, senza un’immagine ben costruita e senza la scelta di una porzione di spazio ben definita, come si fa a chiamarlo cinema? Come si può parlare di visione? Di punto di vista sul mondo?

Scream 4: ovvero la vecchiaia ti rende codardo

Questa non è propriamente una recensione di Scream 4 in quanto film di Wes Craven, è piuttosto una considerazione sull’intera saga e sulle idee di Kevin Williamson, suo creatore. Prima di leggerla, tuttavia, è bene abbiate già visto il film altrimenti non la capireste e soprattutto vi rovinereste il finale. Sì, lo dico forte e chiaro, questa recensione viola una delle regole principi della critica cinematografica e vi spoilera il film. Ergo alla larga. OK, noi che abbiamo visto il film continuiamo pure.

Scre4m

Scream 4 (che si può anche scrivere Scre4m per fare i fighetti) è l’ultimo capitolo della saga horror iniziata nel 1996 con un film che aveva pugnalato la storia del cinema dando il via al filone dell’horror metatestuale: citazioni cinefile, autoreferenzialità, meccanismi del genere messi alla berlina e – incredibile dictu – fatti comunque funzionare alla grande.

Il primo Scream valeva anche come riflessione sui giovani degli anni ’90: non più facilmente impressionabili perché completamente disillusi, profondamente annoiati dalla vita, distaccati, violenti, cinici e abbandonati dagli adulti, essi stessi allo sbando. Una bella differenza rispetto ai giovani un po’ ingenuotti degli anni ’80, protagonisti dei film omaggiati in Scream.

Il genere horror, dato per morto prima di Scream e da questo riportato prepotentemente al successo, ha visto nei dieci anni successivi alla conclusione della trilogia di Williamson la nascita delle saghe dei vari Final Destination, Saw e Hostel che, assieme alle parodie alla Scary Movie, ne hanno nuovamente prosciugato le risorse e l’appeal.

Kevin Williamson si propone un compito arduo: riappropriarsi della sua creatura più riuscita, sbeffeggiare quanti hanno tentato di imitarla, negarla o parodiarla, e fare il punto sullo stato dell’horror contemporaneo nella speranza di rivitalizzarlo.

La sua idea è questa: i difetti degli horror di questi anni sono l’eccessiva presenza di squartamenti compiaciuti (film definiti “un incrocio tra uno splatter e un film porno”), la mancanza di approfondimento dei personaggi (vittime che muoiono, spettatore indifferente) e la prevedibilità (niente “effetto sorpresa”). Mi trova d’accordo.

Ci si aspetterebbe che questo Scream 4 faccia un buon dosaggio di sangue (sì, ci sono solo svelte pugnalate), faccia appassionare ai personaggi (sì, ma solo perché sono i soliti di dieci anni fa) e sappia sorprendere con colpi di scena e imprevisti (molto relativamente).

Seconda cosa: se Scream 2 giocava con il concetto di sequel e Scream 3 portava il principio delle trilogie nell’horror, Scream 4 parla di remake. E giustamente: se una parola caratterizza questi ultimi dieci/quindici anni di cinema è proprio remake e i suoi agghiaccianti derivati: reboot, re-imagining, re-stocazzo.

Chiediamoci: quanto Williamson è in grado di reinventare, riutilizzare e reimpastare il suo Scream originale senza tradirlo? Fin troppo.

Infatti, caro Williamson, veniamo alla tua terza idea, dove – mi rincresce – cadi miseramente: ti era riuscito così bene raccontare i giovani anni ’90, perché non provare a raccontare quelli di oggi (anche se ormai hai 46 anni)? Ci provi, ma quello che ottieni è solo la stessa identica gioventù del 1996, con in più iPhone, Facebook e video in streaming live su internet simil-YouTube (ecco che dimostri gli anni che hai, caro mio).

E arriviamo al finale: intanto ti tocca far fare all’assassino uno spiegone interminabile per parlare di tutto quanto detto fin qui perché non ti è riuscito di metterlo compiutamente in forma drammatica nella precedente ora e mezza, e pensare che ti osannavano come un grande sceneggiatore, poi non appena ti azzardi a osare ti caghi sotto e ritratti tutto (ecco che mi confermi che sei proprio vecchio).

Mi dici che i giovani d’oggi sono perfino peggio di quelli cinici-ma-almeno-simpatici di dieci anni fa, mi dici anche che non potrebbero essere altrimenti visto come li abbiamo rimpinzati di reality, TV e libri spazzatura, culto estremo della personalità, ossessione per la celebrità, mancanza di ideali e disinteresse per l’etica del lavoro fino a schiacciarli sotto una insostenibile vacuità esistenziale, e alla fine li fai morire tutti salvando ancora i tre protagonisti della vecchia trilogia? Cazzo, no.

Se vuoi fotografare l’oggi, falla vincere a quella stronza di cugina, falla diventare celebre come desidera, falla diventare l’eroina negativa e disgustosa di una nuova trilogia, lei sì che interpreterebbe perfettamente la direzione verso cui sta andando la società che ti diverti a criticare. Fai sentire sbagliati i giovani spettatori cui ti rivolgi, falli sentire delle merde: il compito più alto di un horror non è quello di inquietare? Di presentare un lato nascosto, buio e pauroso di noi tutti? Di funzionare come monito e catarsi?

Sarebbe stato talmente troppo meglio questo finale che di fronte alla tua codardia non posso non pensare che la perspicacia del primo film ti sia venuta a culo.

PS: Chi fosse interessato a un commento su Wes Craven eccolo: gira come nel 1996 quando girava come nel 1984. Stessa fotografia da rotocalco, stesso uso della colonna sonora trombona, stessa recitazione alternativamente scialba o sopra le righe. Qualcosa di nuovo? Sì, la mancanza di quello che una volta lo faceva sopravvalutare come visionario.

Scream 4, di Wes Craven [USA 2011]
Voto 5: Se sei pavido tu sceneggiatore horror, come posso aver paura io?

Il pianeta delle scimmie inutili

Dopo quattro sequel, due serie televisive e un insulso remake di Tim Burton, Il Pianeta delle Scimmie torna ancora al cinema a ribadire la colossale mancanza di inventiva di Hollywood. Questa volta si incarna nell’unica forma che gli era rimasta, il prequel.

Rise of the Planet of the Apes è in uscita estiva in America. Questo weekend è stato diffuso il primo trailer del film, da cui si scopre che un gruppetto di scienziati ha manipolato geneticamente le scimmie per trovare una cura al morbo di Alzheimer. La manipolazione ha reso la scimmia-cavia più intelligente e, va da sé, ribelle contro il proprio creatore. Segue casino vario.

Ora, fatemi capire. Mi state dicendo che uno dei plot-twist più clamorosi della storia del cinema, roba che a Shyamalan gli fa una pippa, non è mai avvenuto?

Invece di un olocausto nucleare che ha distrutto la Terra e ha fatto ripartire l’evoluzione della specie facendogli imbroccare un millenario percorso alternativo che ha visto la scimmia discendere dall’uomo, voi avete preferito una sbrodolata col DNA o una cazzata commessa in un laboratorio qualsiasi?

Maledetti, maledetti per l’eternità!!!

Maledetti per l'eternità!

Habemus Papam: ovvero incunearsi e spaccare

L’idea alla base del nuovo film di Nanni Moretti è semplice quanto geniale: eletto al soglio pontificio, il cardinale Melville ha una crisi improvvisa, si blocca, non connette, non riesce ad affacciarsi per salutare la folla dei fedeli in Piazza S. Pietro, urla e scappa via rinchiudendosi nella Cappella Sistina. Fedeli sbigottiti, media impazziti, assedio al Vaticano.

Habemus Papam

Basta questo per sollevare una serie di interrogativi agghiaccianti: come può l’eletto da Dio non avere la volontà o il coraggio di affrontare questo compito? Cosa è successo all’infallibilità papale? Lo Spirito Santo non è sceso sul conclave? L’uomo si ribella al creatore?

La scissione tra umano e divino, già causa di imbarazzi vaticani anche recenti, non poteva esser trattata con più efficacia.

(Commento autoreferenziale: curiosamente il film va a parare nella stessa direzione della folle trama scritta da Marcel qualche mese fa.)

Per la prima metà del film Moretti si diverte a sguazzare in questo impossibile rompicapo: psicanalista chiamato a curare il pontefice, gironzola gongolante per il Vaticano stuzzicando cardinali e guardie svizzere, lanciando frecciatine dissacranti e infilandosi come un cuneo nell’interstizio tra anima e inconscio, tra religione e scienza, tra fede e ragione.

Il film intelligentemente non attacca, ma si limita ad avvelenare di razionalità l’impermeabile certezza della fede. Una volta instillato il dubbio, nulla può essere più come prima.

In questa impasse c’è spazio per gustosi momenti comici, sfruttati al massimo dalla sceneggiatura: cardinali che vorrebbero fare i turisti avendo finito di lavorare, consigli sugli ansiolitici, teorie psicanalitiche da sbeffeggiare.

In realtà non succede molto altro: i vegliardi ostaggi del Vaticano passano il tempo a giocare a carte, il Papa in incognito vaga per Roma alla ricerca di se stesso, Moretti organizza un torneo di pallavolo per passare il tempo.

Qui la sceneggiatura ha un secondo colpo di genio: quello che sembrava solo l’ennesimo momento sportivo morettiano, diventa l’occasione per affondare un altro bel colpo all’ideologia religiosa. Mentre Moretti arbitra il torneo, rintuzza un cardinale sulla terribile bellezza del darwinismo che non ammette consolazione alcuna. Ha voglia il cardinale a dire che Darwin ha torto quando i suoi amichetti lottano ferocemente per la vittoria.

Il film volendo si presta a una serie di analogie per differenza con l’attuale pontefice Benedetto XVI, a partire dal discorso che il Papa vorrebbe fare ai fedeli (“Ci sarebbero da cambiare tante cose…”) tra l’altro accennato su un autobus notturno pieno di gente comune in preda ad analoghe crisi. Ma Moretti ha anche il merito di non concentrarsi sull’oggi e ordire una trama i cui interrogativi varranno sempre.

Il finale arriva un po’ brusco. Tuttavia, ripensandoci, è l’unico finale possibile. La disperazione muta dei cardinali e il loro sbigottimento non sono cosa da poco.

In un cast strepitoso, Michel Piccoli regala al pontefice una umanità toccante: “Che vergogna…” sussurra quando apprende che la notizia sta rimbalzando in tutto il mondo con commenti dai principali capi di stato ed è difficile non condividerne la pena. “Poraccio” gli dice in faccia un barista non sapendo chi ha di fronte. Ed è proprio così: poraccio.

Habemus Papam, di Nanni Moretti [IT 2011]
Voto 7: Una idea geniale portata alle estreme conseguenze.

I motivi per cui dovremmo odiare il 3D

Mi allaccio al discorso che faceva Filippo qualche settimana fa per compilare una lista di motivi per cui ciascuno di noi dovrebbe odiare il 3D.

Motivi economici

Costa di più: girare un film in 3D ha un costo maggiore perché utilizza macchinari nuovi. Anche convertire un film in 3D è un costo notevole.

È l’ennesima trovata per spremere soldi: il costo di un film 3D viene caricato sullo spettatore, che deve pagare in media 4 Euro in più per indossare gli occhialetti.

Non è redditizio quanto dicono: tutto questo giro maggiorato di soldi non conviene a nessuno; recenti analisi hanno messo in luce come l’incasso derivato dalle copie 3D dei film sia sempre più basso, film dopo film. Il pubblico ha smaltito la sbornia da Avatar e torna a vedere i film in 2D snobbando le versioni tridimensionali.

Motivi percettivi

Produce immagini meno luminose: poiché metà luce del proiettore va all’occhio destro e metà a quello sinistro, e poiché gli occhiali di qualsiasi tecnologia, quale più quale meno, filtrano ulteriormente la luce, il film viene sottoesposto di uno stop; insomma, è scuro e opaco.

Produce immagini più piccole: il cervello si inganna e riduce della metà la dimensione di quel che vediamo. Sembra quindi di stare a guardare dei lillipuziani che recitano in un modellino in scala.

Produce immagini meno stabili: il movimento orizzontale appare molto più a scatti in 3D che nei film tradizionali. Anche qui è colpa del nostro cervello che ha un debole per individuare i bordi delle cose: il 3D sovrastimola questa capacità e rende i bordi ancor più evidenti.

Causa distorsioni e riflessi: la visione periferica guardando un film in 3D è peggiore; ai bordi, tutti i film in 3D sono fuori fuoco. Ogni volta che c’è un punto molto luminoso nell’immagine, si creano riflessi come se l’immagine fosse bucata e vedessimo una luce sparataci contro.

Fa venire il mal di testa: il 3D impone un lavoro extra al nostro cervello che affatica la vista e in casi piuttosto frequenti causa mal di testa e nausea.

Motivi estetici

Non aggiunge nulla all’esperienza cinematografica: il critico Roger Ebert si domanda: pensate a un film che vi ha emozionato in passato, ora pensatelo in 3D. Vi piacerebbe? In generale: vi viene voglia di vedere un film drammatico, una commedia o un film storico in 3D? (se rispondete sì, andatevene da questo blog)

È superfluo: il nostro cervello sa già ricostruire la profondità da solo utilizzando la prospettiva. Lo sappiamo dal ’400 con gli studi prospettici in pittura. Aggiungere davvero la terza dimensione all’immagine indebolisce, invece di rafforzare, l’impressione di profondità, la cui potenza deriva proprio dal doversela immaginare.

Il cambio di fuoco è un problema: i registi utilizzano, tra le altre cose, il cambio di fuoco per pilotare lo sguardo dello spettatore all’interno dell’inquadratura. Il cambio di fuoco in un’immagine 3D fa schifo e fa venire il mal di testa perché impone un lavoro extra al nostro cervello.

Il montaggio è meno libero: ogni stacco affatica il cervello che deve riallineare gli occhi alla nuova profondità, quindi il film in 3D è più tollerabile se ha un montaggio lento.

Dico, non vi basta per capire che è l’ennesimo disperato tentativo per raggirare noi spettatori? Se non vi bastasse, nella prossima puntata, una filippica in difesa dell’inquadratura.

Il poster più fico del mondo

La rete televisiva newzelandese TVNZ, complici i geni della Saatchi & Saatchi, ha promosso così la prima TV di Kill Bill Vol.1 di Quentin Tarantino.

Fuck, fuck, fuck, fuck!

Il film inglese Il Discorso del Re, superfavorito agli Oscar, è stato classificato R (Restricted) dalla Motion Picture Association of America per “profanity” a causa della scena in cui Re Giorgio tenta di combattere la sua balbuzie inanellando una serie di “fuck!” Il rating system acconsente (pare) a un paio di “fuck” ma al terzo fa scattare il visto R: minori di 17 anni accompagnati da un adulto.

E già mi viene voglia di sgozzare quegli ipocriti. Per chi non li conoscesse, sono quelli che hanno abbassato il rating di American Pie da NC-17 a R non appena le spinte pelviche contro la torta sono state ridotte da quattro a due, e sempre loro hanno causato quel pasticciaccio brutto delle figure digitali in Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick (giusto per dirne due, la loro storia è piena di successi). Ma ora viene il bello.

La Weinstein Company che distribuisce Il Discorso del Re in America si è ovviamente appellata contro la decisione e da qualche settimana rimbalzano sui media richieste di tagli da parte del distributore e risposte piccate del regista che non vuole modificare il film per compiacere quei bigotti dell’MPAA.

La posta in gioco è squisitamente economica: un film PG-13, cioè minori di 13 anni preferibilmente accompagnati dai genitori, ha un pubblico potenziale infinitamente più grande, specie in periodo pre-Oscar con le 12 nomination che il film ha ottenuto.

Oggi la MPAA ha abbassato il visto accontentando Weinstein, anche se non è dato sapere cosa abbia promesso (o già fatto) l’intraprendente distributore. Tom Hooper, il regista del film, aveva dichiarato che al massimo era disposto a bippare i “fuck” – una scelta da applauso per rimarcare l’idiozia della faccenda. Più probabile, secondo i rumors, che le parolacce siano state silenziate. Stupenda poi anche la deroga speciale che ha permesso al film di essere ridistribuito subito in sala nella nuova versione senza aspettare i 90 giorni imposti dal regolamento: presto, presto, fatemi fare più soldi e vi prometto quel che volete!

Caro Tom, se il contratto di distribuzione non ti consente di opporti, accetta il mio consiglio: alla cerimonia degli Oscar in cui sicuramente trionferai, nel tuo discorso di accettazione limitati a ripetere, tossicchiando prima e scandendo bene le parole, un frammento di sceneggiatura del tuo bel film. Questo:

Il Discorso del Re: FUCK!

Magari non ti faranno più fare un film in America, ma sai la soddisfazione?

Sull’andare al cinema di questi tempi

Considerazioni sparse dopo la visione ieri sera di Sanctum, proiezione in 3D, tecnologia RealD, al cinema Moderno di Piazza della Repubblica a Roma.

Il film non è niente di memorabile – claustrofobica avventura subacquea con stereotipi a manetta – e sarebbe passato inosservato se non fosse stato girato con la Fusion Camera inventata da James Cameron per Avatar. Questo tra l’altro giustifica l’intero marketing del film, la cui locandina vede i nomi “Cameron” e “Avatar” più grandi del titolo stesso – per non parlare poi del nome del regista, scritto tipo in corpo 2. Vedi alla voce: specchio per le allodole.

Risultato: “un film di James Cameron, fico, vado a vederlo!” Oppure (l’ho sentita veramente) “il sequel di Avatar, fico, andiamo a vederlo!” che praticamente è a un passo dal sentire “Avatar subbaqquo!” Cameron è il produttore esecutivo di questo film, che tradotto significa: “Ciao regista sconosciuto, ti presto la mia cinepresa” ma d’altra parte è già più di quel che aveva fatto Quentin Tarantino per Hostel e Hero (mi sono sempre chiesto quanto l’avessero pagato per scrivere sulle locandine “Quentin Tarantino presents”).

Io non sono un’allodola, o al massimo mi presto ad esserlo per valutare la riuscita della caccia. Stavolta ci sono andato per vedere il 3D applicato a riprese reali e non ai mondi virtuali di Cameron.

Background: io odio il 3D, penso sia la più grossa cazzata cinematografica degli ultimi cinquant’anni, che periodicamente ritorna come un’epidemia (vedi anni ’60 e anni ’80) per tentare di risolvere le sorti di un’industria perennemente in crisi. Non c’è alcun bisogno di avere la terza dimensione per sentirsi avvolti da un film: il nostro cervello è meravigliosamente ingenuo e si crea l’illusione spaziale da solo. Assecondiamolo, cazzo. Invece no, baracconate a non finire. Su tutte: convertire in 3D un film girato normalmente per spennare soldi agli spettatori. L’aspetto più idiota è che sono quasi riusciti a convincere la gente di vedere meglio i film, quando palesemente il 3D di qualsiasi tecnologia (ce ne sono a mazzi) fornisce un’immagine più scura (di uno stop!), percepita più piccola (la metà!), instabile, con bizzarri luccichii sui riflessi, visione periferica degradata e pessima fluidità nei movimenti. Per non parlare poi dell’affaticamento oculare, del mal di testa e delle facce idiote degli spettatori occhialuti.

Ridicolo pubblico 3D

Mi consolo sapendo che non sono il solo a pensarla così e che soprattutto ci sono ben altri lumi cinematografici a dirlo. No, davvero, vi prego di leggerlo. E anche quest’altro dove vi dice tutto lui, il filosofo dell’immagine cinematografica. Con buona pace di James Cameron che – me ne spiace – stavolta ha preso un granchio.

Ma comunque. Il 3D di Sanctum è il migliore che abbia mai visto. La Fusion Camera fa egregiamente quello che deve fare e, con i suoi due obiettivi paralleli, restituisce una genuina tridimensionalità. A differenza di Avatar dove era stata usata poco visto che il film è al 90% un enorme cartone animato, qui la Fusion fa il lavoro della normale cinepresa che riprende l’azione reale: attori in carne e ossa, location, scenografie. La profondità degli ambienti è molto naturale ma ciò che mi ha sorpreso è vedere la resa tridimensionale dei volti: il naso è leggermente più avanti degli occhi, le orecchie leggermente dietro… sembra idiota dirlo, ma è la prima volta che un volto appare come nel mondo reale.

L’uso della Fusion che ne fa lo sconosciuto regista è altrettanto ammirevole: nessun effettaccio facile, balzi prospettici vietati, cambio di punto di vista molto moderato, cambio di fuoco proibito. In un paio di scene riesce anche a sfruttare la tridimensionalità per un effetto drammatico: il passaggio dall’aria all’acqua per la prima immersione e la claustrofobia nel terzo atto. Bravo Nome Cognome.

Il prezzo per questo spettacolino da luna park è di 11 Euro. Ora, già mi stava sulle palle il sovrapprezzo per il 3D quando i biglietti costavano meno (tipo tre mesi fa prima di Natale), ma aver superato la soglia psicologica dei 10 Euro è imperdonabile. Quindi OK, vi ho dato i miei soldi per vedere Avatar e Sanctum esaurendo tutto quello che il 3D poteva offrire, ho pagato l’obolo all’idiozia dei tempi, mi sono anche divertito per carità, ma ora posso tornare al cinema?

La fruizione dell’opera d’arte

Le continue interruzioni dei film trasmessi dalle televisioni private sono un vero e proprio arbitrio e non soltanto verso un autore e verso un’opera, ma anche verso lo spettatore. Lo si abitua a un linguaggio singhiozzante, balbettante, a sospensioni dell’attività mentale, a tante piccole ischemie dell’attenzione che alla fine faranno dello spettatore un cretino impaziente, incapace di concentrazione, di riflessione, di collegamenti mentali, di previsioni e anche di quel senso di musicalità, dell’armonia, dell’euritmia che sempre accompagna qualcosa che viene raccontato… Lo stravolgimento di qualsiasi sintassi articolata ha come unico risultato quello di creare una sterminata platea di analfabeti… Federico Fellini, 1986

Sarebbe facile usare queste parole per dar contro alla televisione, specie quando lo stesso film di Fellini generatore di questa filippica, Ginger e Fred, era tra le altre cose una riflessione sulla pervasività e cialtroneria del mezzo televisivo. Vorrei tuttavia allargare un po’ il discorso, prescindendo dall’interruzione pubblicitaria di un film e considerando qualsiasi impedimento nella fruizione continua di una generica opera d’arte. Leggo e rileggo queste parole e, ammirato dalla loro chiarezza e potenza, condivido.