~ Cinema: ad andare al cinema sono buoni tutti ma vedere i film è un’altra cosa. ~

Un’attrice è un’attrice è un’attrice

In Super 8 di J.J. Abrams, la scena di maggior impatto per me è quella iniziale ambientata alla piccola stazione ferroviaria. Non mi sto riferendo tuttavia al deragliamento del treno, una sequenza pur impeccabile per riuscita tecnica ed emotiva, ma al momento precedente in cui i giovani protagonisti si apprestano a girare una scena del loro film in Super 8. Qui Elle Fanning dà una prova di recitazione meravigliosa, recitando la parte di una ragazzina che recita la parte della moglie del detective.

Questa scena mi ha ricordato Mulholland Dr. in cui l’attrice Naomi Watts interpreta l’aspirante attrice Betty Elms: in un provino per il suo primo ruolo importante, recita una scena molto intensa dialogando con un attore di fronte a lei.

Quella scena mi aveva ricordato King Kong, in cui l’attrice Fay Wray interpretava la giovane attrice Ann Darrow: sulla barca verso l’isola sperduta, girava i reaction shots in primo piano da montare sul futuro girato con il gorilla.

In questi tre casi, tre attrici interpretano tre attrici, con una abilità e potenza tali che lo spettatore non solo si dimentica di guardare un film, ma si dimentica anche la doppia finzione della scena.

Questo per dire due cose: la prima è che l’attore è il veicolo principale per trasportare lo spettatore nella finzione artistica del film. Senza buoni attori ogni film crolla, ossia non si crea la sospensione dell’incredulità necessaria al godimento artistico. Ogni opera d’arte che si dica tale ha il potere di catturare l’osservatore e trasportarlo nel proprio mondo: una foto, un quadro, una scultura, un brano musicale, un libro, un palazzo, sono tutti in grado di esser letti come ambiente, cioè sono in grado di smettere anche solo per un istante di esser percepiti come oggetto.

L’attore è l’elemento essenziale affinché un film miri a scomparire come giochi di luce su uno schermo.

La seconda cosa è che queste due scene hanno la capacità di soddisfare due gratificazioni estetiche contemporaneamente: lo spettatore gode della finzione cinematografica perché si emoziona con il personaggio e contemporaneamente, senza che questo faccia smettere il primo godimento, gode anche della vertigine del gioco di doppia finzione.

In questi tre casi, e ce ne saranno sicuramente altri, lo spettatore è sospeso tra il trucco e lo svelamento del trucco, che miracolosamente coesistono in un paradosso: un’attrice che recita un’attrice che recita un personaggio. Sarebbe da provare un terzo livello, e poi dire con Gertud Stein: un’attrice è un’attrice è un’attrice.

Secuestrados: un film fatto bene per far male

In barba ai vari Hostel e ai suoi innumerevoli epigoni, lo spagnolo Secuestrados è un film che fa davvero male. Per turbare lo spettatore non serve aprire una macelleria né oltrepassare il limite del disgusto: è invece necessario creare dei personaggi per cui tener parte e fargliene passare di ogni.

Il regista Miguel Ángel Vivas e lo sceneggiatore Javier García fanno la prima cosa in cinque minuti con rara maestria, poi spendono i restanti settanta in un crescendo di sorprese e cattiveria senza mai perdere ritmo. Non c’è spazio non dico per un sorriso ma neanche per riprender fiato: un’ora e un quarto tiratissima e oggettivamente faticosa.

Se ci aggiungete un sapientissimo uso del piano sequenza, così meravigliosamente non virtuosistico che passa inosservato ma lascia il segno, otterrete una gran bella lezione di sadismo cinematografico. Guardare a vostro rischio e pericolo, alla fine si resta così:

Secuestrados

Secuestrados, di Miguel Ángel Vivas [Spagna 2010]
Voto: 8. agghiacciante horror di impressionante bravura.

Il casino spaziale di Il Cavaliere Oscuro

I film su Batman diretti da Christopher Nolan non mi sono mai piaciuti. Il primo era tecnicamente ineccepibile ma narrativamente un accumulo di scene senza una vera direttrice emotiva: prima scena seguita dalla seconda scena seguita dalla terza scena, e avanti così all’infinito senza mai un’impennata di ritmo o di pathos. Il secondo mi ha lasciato ancor più freddo nonostante un tripudio di scene d’azione, di colpi di scena e di personaggi in pericolo.

In definitiva, hanno fallito l’obiettivo di coinvolgermi emotivamente. Mi spiegavo questa cosa con un difetto di struttura narrativa e di messinscena sbrigativa: la prima non consente all’emozione dello spettatore di crescere perché non mette alcun puntello solido da cui la scena successiva possa partire e crescere, la seconda non pone attenzione al ciclo emotivo dei personaggi, impedendo tanto l’immedesimazione quando l’empatia.

Oggi un amico mi ha passato questo video che spiega, da un punto di vista grammaticale e in modo ineccepibile, perché io fossi completamente disinteressato agli eventi narrati dal film. La messinscena di Nolan e il lavoro del montatore hanno fatto un casino totale ignorando o sovvertendo le basilari leggi di organizzazione spaziale. Non si tratta di errori di continuità ma di una scarsa capacità di costruire un’azione all’interno di uno spazio.

Può anche succedere il finimondo sullo schermo, ma se non mi trascini dentro l’azione dandomi informazioni corrette a me non frega nulla, non ti seguo. E’ come raccontare qualcosa saltando qua e là a casaccio nell’ordine temporale: non puoi pretendere che la tua storia mi coinvolga se fai di tutto – anche inconsapevolmente – per confondermi le idee.

Caro Nolan, così facendo mi butti costantemente fuori dallo schermo.

Il Cavaliere Oscuro: un'analisi sul montaggio

Si potrebbe anche infierire ricordando come Nolan stia sempre a dire nelle interviste che il suo obiettivo è creare scene d’azione realistiche e quanto poco sia interessato alla computer graphic preferendo far tutto dal vivo perché solo così si ottiene un buon risultato. Ma oggi siamo buoni e la chiudiamo qui.

Raschiare il fondo del barile cinematografico

Qualche settimana fa, facciamo anche un paio di mesi, ero al cinema a vedere non mi ricordo cosa, forse Harry Potter, con un amico. Guardando i trailer, notavamo come ormai ci aspettassero solo film fracassoni di effetti speciali, prevalentemente con origine fumettistica e tutti con trailer-fotocopia di musica epica e ralenti, oppure commedie decerebrate a sfondo giovanilistico-sessuale. Ma magari era l’estate.

Ma magari, infatti. Con la nuova stagione cinematografica alle porte mi è venuta la curiosità di scoprire cosa ci aspetta prossimamente nelle sale cinematografiche. Non l’avessi mai fatto. Andando in ordine di arrivo, sono appena usciti o stanno per uscire il remake di Ammazzavampiri (Fright Night), il reboot di Il Pianeta delle Scimmie (dopo il remake di Tim Burton), il remake di Conan Il Barbaro (in 3D ci mancherebbe), più tutta una serie di sequel che non sto manco a riassumere, fate prima voi a mettere il numero 2 dopo ogni titolo che vi viene in mente.

Una volta la parola remake indicava due cose, o un rifacimento mmerrigano di un film straniero – cosa che comunque aveva già poco senso e si spiegava solo con la pigrizia esterofoba degli yankee – o un vecchio film aggiornato al gusto d’oggi – che per quanto mi riguarda tranne rarissimi casi di senso ne aveva anche meno.

Nel primo filone sempreverde scopriremo a breve, dopo Let me In dallo svedese Lasciami Entrare, The Orphanage, Oldboy e tutta la trilogia svedese Millennium (che mi risulta interessante solo perché dietro c’è Fincher e perché gli altri erano bruttini). La miglior posizione spetta tuttavia ad Akira Kurosawa, con il futuro remake dei Sette Samurai e con l’annuncio di una casa americana che ha comprato i diritti di 69 suoi film per farne dei remake a stelle e strisce (se avete le palle, fateli uscire tutti insieme uno dopo l’altro, poi vediamo).

Per la seconda tipologia, facciamo un gioco: vi dico l’elenco dei remake in arrivo e vediamo se tirate voi la conclusione. Pronti? Via. Highlander, Point Break, Hellraiser, Atto di Forza, Dirty Dancing, Linea Mortale, Cane di Paglia, Wargames, Il Mucchio Selvaggio, Viaggio Allucinante, Il Corvo, Footloose, Robocop, La Cosa, Corto Circuito, Cimitero Vivente, E’ Nata una Stella, Carrie Lo Sguardo di Satana, L’Uomo Ombra, Arturo, Caccia al Ladro, Suspiria, La Bambola Assassina, Dredd – La legge sono io. Fiuuu pant pant. Ripigliatevi. Come dite? Sono troppi? Uhm… Non vi sembrano vecchi film? Effettivamente… Tu là in fondo? Non ti sembrano film di cui serva un remake. Ah ecco.

Fermi lì, c’è di meglio. Sam Raimi prepara il remake del suo stesso La Casa, a cui seguiranno manco a dirlo i remake dei La Casa 2 e L’Armata delle Tenebre. Ma il meglio è Ridley Scott, già regista a rischio decesso, che ha annunciato l’autoremake-ma-forse-no-faccio-un-sequel del suo Blade Runner. Auguri.

Ma passiamo alla parola che preferisco: reboot. La prima cosa che penso quando sento reboot è che il sistema abbia crashato e tocca riavviare. Le metafore spiegano il mondo, si sa, e lo fanno in modo piuttosto brutale: applicando al cinema il concetto di riavvio segue che il film da riavviare sia crashato, ossia abbia fatto schifissimo o quanto meno sia stato sdegnato dal pubblico causando flop (e allora che lo riavvii a fare, per perseverare?), e che necessariamente si debba riavviare un film crashato, altrimenti il sistema-cinema non riparte (come no). Metafora del cazzo, nevvero?

Saltando i reboot di Batman che sono già in corso (il fatto che li faccia uno bravo come Nolan non conta), stanno per arrivare i reboot di Spiderman, una trilogia che si era conclusa nemmeno 5 anni fa, e di Superman, già portato sul tavolo di rianimazione da Bryan Singer nello stesso periodo. E anche Daredavil ci riprova ricominciando da capo, che ormai è accanimento.

E poi, sempre perché le idee non si sa dove trovarle, ritroveremo un altro Re Artù, un altro lupo mannaro (dopo il fallimentare L’Uomo Lupo la Universal non ne ha avuto abbastanza e sadomasochisticamente va giù con Werewolf), un altro Zorro (oddio no!), altri tre moschettieri, due biancaneve con quattordici nani, e un nuovo Godzilla che a questo punto si spera sia Contro I Remake.

Che palle.

PS: E comunque la colpa è tanto di chi li fa quanto di chi li va a vedere.

Premio “Se mi qualcosi, ti qualcos’altro”

Dopo la classifica dei titoli peggio tradotti del 2010 ho deciso di istituire il premio “Se mi qualcosi, ti qualcos’altro” dedicato alle straordinarie fatiche creative dei titolisti italiani, autori di assoluti capolavori di traduzione per i titoli di film provenienti da ogni parte del mondo.

L’anno cinematografico 2010/2011, chiuso il giugno scorso, ahimé non ha riservato particolari perle.

Zack & Miri Makes a Porno, titolo che da solo aveva garantito l’acquisto della sceneggiatura di Kevin Smith da parte della Miramax, è diventato Zack & Miri – Amore a… primo sesso!, confermando come i titolisti italiani non solo siano bigotti ma pensino pure che il pubblico cinematografico vada trattato come quello di La Sai L’Ultima? con Pippo Franco. Nello stesso filone barzelletta Parto col folle per Due Date.

Tornano i vituperati puntini di sospensione per No Strings Attached che diventa Amici, amanti e… (stocazzo). Lo stravagante mondo di Greenberg è lo stravagante titolo di merda di Greenberg (cit. FridayPrejudice), poi si prosegue con tristezze assortite quali Mia Moglie Per Finta (era Just Go With It), Carissima Me (L’âge De Raison) e Segui il Tuo Cuore (Charlie St. Cloud). Saccarina, a me!

Titoli così mosci che mi rifiuto di assegnare il premio. A meno di non darlo simbolicamente al film italiano con Emilio Solfrizzi (chi?) e Belen Rodriguez (ah beh), che pare aver preso ispirazione da questo medesimo pregevole riconoscimento: Se Sei Così, Ti Dico Di Sì. Ma non glielo do per antipatia.

In attesa di un miglior anno 2011/2012, vi lascio con una recentissima perla che fa ben sperare per il futuro: il film di Matt Reeves Let Me In, remake dello svedese Lasciami Entrare (il cui titolo originale si traduce come “Lascia Entrare Quello Giusto”), è stato acquistato dalla Filmauro che, ovviamente, ha pensato di tradurlo come Amami, Sono Un Vampiro. Non fa una piega. Sommersa dalle pernacchie ha poi cambiato idea riproponendolo come Blood Story, confermando il felicissimo trend di proporre un titolo inglese diverso per un film già inglese (e in questo caso già conosciuto da tutti come Let Me In). Si spera che non glielo vada a vedere nessuno.

All’anno prossimo!

Super 8: quel che è passato è passato

Nell’estate del 1979, un gruppo di ragazzi in una piccola cittadina dell’Ohio riprende accidentalmente un incidente ferroviario. Inspiegabili sparizioni iniziano a spaventare la popolazione mentre l’esercito interviene tentando di coprire tutto.

Super 8

Super 8 di J.J. Abrams è un tuffo nell’immaginario cinematografico del nostro io bambino, cresciuto a pane e Goonies, Explorers, Navigator e naturalmente Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo ed E.T. L’Extraterrestre di Steven Spielberg.

La cura con cui Abrams ricostruisce un film adolescenziale anni ’80 è ammirevole: non solo frulla nella trama tutti i tòpoi del caso (extraterrestri, ragazzi intenti a svelare un mistero, l’esercito che nasconde, lo sceriffo rude ma buono, il lutto da superare, ecc.) ma realizza un’estetica genuinamente retrò, dalla scenografia (quanti poster) ai costumi, dall’uso delle biciclette (che tenerezza!) a una fotografia perfettamente vecchio stile. Non so se i lens flare e le distorsioni focali delle lenti siano stati riprodotti digitalmente o se Abrams abbia utilizzato macchine da presa equipaggiate con ottiche anamorfiche ripescate dal passato, ma l’effetto di mimesi delle pellicole di quegli anni è stupefacente.

Il risultato è il miglior film di Spielberg non diretto da Spielberg, con in più una discreta dose di ironia sugli stessi tòpoi che mette in scena (d’altra parte dal postmoderno non ci se ne libera facilmente).

Tutto questo dovrebbe far felice chi nella prima metà degli anni ’80 era un pre-adolescente, prenderlo per lo stomaco e il cuore e trasportarlo in lacrime in un posticino caldo e mai dimenticato, eliminando anche il senso di colpa dell’adulto con l’ironia. Eppure no, qualcosa si inceppa a metà strada.

E’ vero che il film funziona meglio nella prima parte, con una costruzione delle scene d’azione e di suspense degna di Spielberg quando ancora era un regista, mentre nella seconda metà si perde in risoluzioni della storia e dei personaggi poco interessanti, barattando l’avventuroso con l’azione. Tuttavia non sono sicuro che il difetto risieda solo nella storia che si sfilaccia e diventa sbrigativa e prevedibile.

Non penso neppure che il problema risieda nel fatto che lo svelamento di un mistero è sempre meno interessante del mistero stesso.

Sospetto che Abrams, se fino a quel momento era stato in grado di conferire alle immagini un’aura di fascino e stupore – quella che in sintesi si potrebbe chiamare magia – non sia riuscito a fare altrettanto nelle scene successive.

Però a questo punto mi chiedo: la magia che indubbiamente era presente in E.T. ce la mettevamo noi a 10 anni o era già sullo schermo? Spielberg, Joe Dante e compagnia erano registi migliori di J.J. Abrams, oppure il mio io bambino è morto sotto i colpi della vita e non si risveglia più neppure al cinema?

Super 8, di J.J. Abrams [USA 2011]
Voto: 6. Gradevole avventura nostalgica con meno magia del previsto.

Sul rapporto regista/attore

Ecco un bel tassello da aggiungere alla mitologia del regista, da una storiella classica della Hollywood dei tempi d’oro.

Il regista Raoul Walsh sta girando un film. La scena prevede che un attore debba saltare da un muro. Il muro è alto, l’attore si rifiuta, Walsh insiste. L’attore allora grida “Fallo tu!” Walsh sale sul muro e salta. Cade a terra, si rialza e si appoggia al muro. L’attore ora è costretto: sale sul muro e salta. A terra urla dal dolore. Si è rotto una gamba. Un uomo sul set chiama una barella. E Walsh interviene: “Due!” Anche lui si era rotto una gamba.

Il Re Leone 3D: silenzio, parla lo stereografo

Il Re Leone, uno dei veri capolavori d’animazione della rinascita Disney, è stato rinconvertito in 3D per approdare nuovamente nelle sale cinematografiche e in Blu-ray nel nuovo formato. Grazie a questa intervista possiamo scoprire come si fa a rendere tridimensionale un film girato in due dimensioni, ma soprattutto possiamo scoprire che chi fa questo per guadagnarsi da vivere si chiama “stereografo”.

Coro di stupore, tutti insieme: “Oooohhh!”

Infatti solo chi è stereografo può dire le seguenti cose facendo finta di crederci davvero:

Dal mio punto di vista come filmmaker, l’aspetto più importante di un film è la storia. Ero sicuro che, con il 3D, avremmo aggiunto qualcosa di più al modo di raccontare questa storia. Altrimenti non sarei stato interessato al progetto. Sapevo che potevamo prendere un classico e migliorarlo, ed è quello che abbiamo fatto con Il Re Leone 3D.

Invece se non sei stereografo devi accontentarti di dire alquanto rozzamente: “So’ soldi.” Ammetterai che non fai la stessa bella figura.

Soprattutto, solamente un vero stereografo sa utilizzare il mezzo cinema come i grandi registi, andando a pizzicare tutte le corde emotive del pubblico:

Per [convertire in 3D Il Re Leone] ho creato una mappa lungo tutta la storia del film. Ho quantificato la mappa in una scala da uno a dieci. Al livello uno stavano le scene con contenuto emotivo minimo, come una scena descrittiva. Al livello dieci c’erano le scene con contenuto emotivo elevato, come una grossa scena d’azione o una svolta decisiva. E’ la mia “sceneggiatura della profondità”. Poi ho equiparato la profondità stereoscopica con quella emotiva. In altre parole, le scene che nella mappa emotiva avevano “10″ ottenevano la profondità massima, quelle con “1″ avevano profondità minima. Inoltre, se in una scena lo spettatore deve sentirsi distaccato dal personaggio, posizionavo questo personaggio il più lontano possibile sullo sfondo, e viceversa. In questo modo il 3D non è stato utilizzato a caso, ma come parte della narrazione.

Mi viene il vomito solo a pensarlo.

Pubblicità Progresso: Ogni giorno nel mondo decine di capolavori del passato cadono vittime del 3D. Aiutaci anche tu a fermare questo scempio.

Scambi di cortesie tra colleghi registi

In estate, si sa, il gossip va per la maggiore. E allora cediamo anche noi cinéphiles al fascino del pettegolezzo di basso livello, scendiamo tre o quattro (anche cinque vai) gradini della scala d’eleganza ma facciamolo in compagnia dei nostri amici: i registi cinematografici.

Questo articolo elenca i 30 peggiori insulti della storia del cinema, da regista a regista. Quando non se le mandano a dire, i nostri se le dicono così:

Werner Herzog su Abel Ferrara: “Non ho la minima idea di chi sia Abel Ferrara. Lasciamolo combattere contro i mulini a vento… Non ho mai visto un suo film. Non ho idea di chi sia. E’ italiano? E’ francese? Ma chi è?”

Vincent Gallo su Martin Scorsese: “Non lavorerei per Martin Scorsese nemmeno per 10 milioni. Non fa un film decente da venticinque anni. Non lavoro con gli egocentrici del passato.”

Vincent Gallo su Sofia (e Francis Ford) Coppola: “A Sofia Coppola piace chiunque abbia ciò che le serve. Se vuole essere una fotografa, si scoperà un fotografo. Se vuole essere un regista, si scoperà un regista. E’ un parassita, proprio come quel grassone di suo padre.”

Jacques Rivette su Stanley Kubrick: “Kubrick è una macchina, un mutante, un marziano. Non ha il minimo sentimento umano. Ma è bello quando la macchina filma altre macchine, come in 2001.”

Jacques Rivette su James Cameron (e Steven Spielberg): “Cameron non è male, non è un coglione come Spielberg. Vuole diventare il nuovo De Mille. Sfortunatamente per lui non sa dirigere manco il traffico.”

Jean-Luc Godard su Steven Spielberg: “Non lo conosco di persona. Non penso che i suoi film siano particolarmente validi.”

Ingmar Bergman su Jean-Luc Godard: “Non ho mai cavato nulla dai suoi film. Mi sembrano artefatti, intellettualmente fasulli, completamente morti. Cinematograficamente non interessanti e infinitamente noiosi. Godard è di una noia mortale. Fa film per la critica. Uno dei suoi film, Il Maschio e la Femmina, è stato girato qui in Svezia. E’ così noioso da farti uscire fuori di cervello.”

David Cronenberg su M. Night Shyamalan: “Quello lì lo ODIO. Prossima domanda?”

Enter The Void: magari la morte fosse un trip

Gaspar Noé, il cui precedente Irreversible svetta al vertice della mia personale classifica, è il solo regista che mi viene in mente quando penso alla parola inglese “uncompromising” troppo spesso usata a sproposito e con leggerezza. Ha un’idea e il coraggio di restarci fedele fino alla fine nonostante tutto, inclusa la fruibilità dell’opera da parte del pubblico. Inoltre non ha la minima remora a esagerare, requisito che trovo essenziale per provare a toccare l’assoluto.

Coerenza è un’altra parola che si associa perfettamente al suo cinema: ogni film (ma anche ogni cortometraggio, ogni videoclip e ogni spot che gira) si appoggia al precedente, in modo perfino sfacciato riciclando inquadrature ed effetti, e partecipa alla costruzione di un universo di personaggi allo sbando, potente e disturbante.

Enter The Void è così un altro passo avanti nella direzione che Noé ha intrapreso fin dal suo esordio col mediometraggio Carne. Di più: risulta perfino la chiave per riconsiderare i suoi film precedenti. Al contempo però non è né l’apice né la summa del suo cinema e soprattutto è un film imperfetto, cosa che, lungi dall’essere un male, ci dà all’opposto la rassicurante sensazione che non abbiamo ancora visto la conclusione della sua parabola artistica.

Enter The Void: trailer

La storia: Oscar, piccolo spacciatore a Tokyo, viene ucciso in una retata: la sua mente ripercorre la sua vita e, suggestionata dalla lettura del Libro Tibetano dei Morti, inizia un viaggio tra passato, presente e futuro per non lasciar sola la sorella Linda, attorno cui volteggia come uno spirito.

La prima metà del film è oggettivamente travolgente. La parola ENTER scritta su un’insegna al neon è l’inizio di un trip psichedelico e allucinogeno di rara potenza. Le recensioni estere avevano assolutamente ragione: siamo di fronte a un artista che sta provando a dare al pubblico qualcosa che non ha mai visto prima, qualcuno che sta davvero facendo qualcosa di nuovo col medium, spingendosi molto in là senza aver paura di sbatter contro la videoarte.

E’ stato tirato in ballo il viaggio oltre l’infinito di 2001: Odissea nello Spazio, e a ragione. A parte l’indubbia qualità estetica dei momenti di trip del film di Noé, si ravvisa una simile ambizione e un simile desiderio di avvolgere il pubblico nelle proprie visioni.

E scrivere di Enter The Void è un po’ come scrivere di 2001: sostanzialmente inutile. Sono opere così squisitamente cinematografiche che meritano solo di esser viste. Tentare di spiegare a parole o anche solo semplicemente di descrivere e raccontare le immagini del film rischia di essere un’opera di traduzione forzata di un’opera intraducibile. (Penso spesso che la critica cinematografica sia proprio una cattiva traduzione di una lingua in un’altra, e in questo caso mi sembra verissimo. Per lo stesso motivo non ho scritto nulla su The Tree of Life di Terrence Malick dopo essermi baloccato per un po’ con l’idea di chiudere un post dicendo semplicemente: “Malick a 67 anni è in grado di fare un film più sperimentale di chi ne ha 30.”)

Enter The Void è un’unica lunghissima soggettiva tripartita, reale nelle scene prima della morte di Oscar (e la radicalità di Noé impone anche battiti di ciglia), mentale nei flashback sulla sua infanzia (con l’ingombrante nuca del protagonista in primo piano) e spirituale nei volteggi in plongée attraverso Tokio (Noé perfeziona e amplifica quanto già tentato all’inizio di Irreversible).

Se le soggettive reali hanno il gusto infantile di un trucco ben riuscito – Noé si diverte a mostrare quanto perfetta sia la sua inquadratura mettendo il protagonista davanti a uno specchio – le soggettive mentali sul passato sono il primo colpo da maestro: si dice comunemente che in punto di morte si veda la propria vita come un film, quindi Noé inquadra il protagonista di nuca, ricostruendo per lo spettatore la visione cinematografica classica in sala, con il pubblico della fila davanti che copre parzialmente il film.

Enter The Void: flashback sul passato

Merita spendere qui due parole per lodare la sconvolgente capacità di Noé di creare e sviluppare un genuino senso di affetto tra i personaggi con pochissimi elementi: i flashback sull’infanzia e adolescenza di Oscar e Linda sono uno dei momenti di cinema più violentemente emotivi che abbia mai visto, al pari della ineguagliata intimità di Monica Bellucci e Vincent Cassel nell’inizio/fine di Irreversible.

Terze, le soggettive spirituali che attraversano palazzi e si avviluppano attorno ai personaggi, radicali anch’esse – si impiega sempre un tempo realistico per volteggiare da un punto all’altro di Tokyo – fino al punto di dare sui nervi e implorare un’ellissi, si agganciano al film precedente portano a riconsiderarne il prologo, che vantava una altrettanto mobilissima camera fluttuante in aria, come la visione dello spirito di Alex (Bellucci) o Alex (Cassel).

Sempre da Irreversible, Enter The Void prende lo spiegone iniziale: un lungo monologo di un personaggio che introduce tutti i temi del film. Qui tocca all’amico spacciatore raccontare per filo e per segno quello che secondo il Libro Tibetano dei Morti succede all’anima dopo la morte del corpo e che Oscar percepirà nelle successive due ore di film: quasi uno spoiler colossale che pare un madornale errore di sceneggiatura. Ma non lo è: al pari di Mulholland Dr. di David Lynch che sfruttava le convenzioni cinematografiche per dare realtà al sogno/incubo della protagonista per poi rivelarlo tale solo negli ultimi minuti di film, il racconto dell’esperienza post mortem e pre-reincarnazione come previsto dal Buddismo è largamente ingannevole tanto per Oscar quanto per lo spettatore, imboccando a quest’ultimo una interpretazione del film che solo apparentemente mette tutti i pezzi a posto.

Seguendo la lettura preparata dal monologo iniziale, Enter The Void risulta meramente una illustrazione visionaria della metafisica orientale, ma in realtà il suo nucleo è ben più nichilista e disperato. Il finale, con il vagito interrotto bruscamente dalle parole THE VOID, sta lì a suggerire che il vuoto non è la morte, ma la stessa vita. E poi buio e a casa. Genio.

Enter The Void, di Gaspar Noé [FR 2009]
Voto: 8. Cinema allo stato puro, ambizioso, imperfetto, imperdibile.