~ Post scritti da nessuno2001 ~

Uno dei modi più sfrenati e selvaggi di fare il cinema

Per quanto mi riguarda, trovo che il thrilling è uno dei modi più sfrenati e selvaggi di fare il cinema, uno dei generi che permettono all’autore di far volare in sala sulla testa degli spettatori, per molti minuti, grandi vele di irrazionale e di delirio. Contribuisce a far vacillare solide convinzioni e tranquillità, quieti modi di vivere e banali e false sicurezze. Permette di far del cinema moderno, e di indagare sui tempi narrativi, che sono oggi il campo di indagine più interessante che si possa presentare ad un autore, sia esso cineasta o musicista o attore o altro. Oggi, a distanza, ed avendo rivisto i tre film, posso dire che queste indagini risultavano più chiare nel film Quattro Mosche di Velluto Grigio ancora embrionali nei primi due film, cioè nell’Uccello dalle Piume di Cristallo (girato dal 25 agosto 1969 all’11 ottobre 1969) e nel Gatto a Nove Code (dal 3 agosto 1970 al 24 ottobre 1970). Tali ricerche, dal mio punto di vista, sono state chiarite in Profondo Rosso che è il mio ultimo film.Dario Argento,
Profondo Thrilling, 1975.

Vedi di ricordartelo, vai, Dario.

Illuminazioni: i critici cinematografici e i giornalisti politici italiani

I critici cinematografici tutti e i giornalisti politici italiani condividono la necessità di perpetuare il mito del significato; se passasse l’idea che ogni film è un’opera da vedere più che da interpretare e che la politica italiana è da decenni vuota rappresentazione, sarebbero estinti e soprattutto senza stipendio.

Che strano chiamarsi Federico: che orrore piuttosto chiamarsi Ettore.

Scola racconta Fellini, dice il sottotitolo del film, e nulla potrebbe essere più falso. Ma anche il titolo è falso, perché di quanto sia strano chiamarsi Federico nel film non c’è traccia. Ettore Scola perde tempo, affastella cose, ricostruisce stancamente pezzi di cinema e di storia italiana tenendoci un’ora mezzo seduti senza darci nulla in cambio.

Al netto di lungaggini noiosissime, della totale mancanza di brio, di attori non proprio in parte, della staticità e ripetitività della messinscena, della banalità ritrita del bianco e nero per le scene del passato, dei giochini “meta-” che non aggiungono o rivelano nulla, l’errore massimo è stato mostrare Fellini in scena.

Il regista è interpretato da un sosia, ma vigliaccamente perché sempre di tre quarti da dietro, sempre in ombra, sempre ridotto allo schizzo del cappotto di tweed, degli occhiali spessi, del borsalino in feltro e della sciarpa rossa: insomma, uno stereotipo.

Quando apre bocca, Fellini parla alternativamente con una voce che imita quella vera e con estratti dalle interviste di Sono un gran bugiardo, creando un effetto artificiale che disturba nonostante sia coerente con la manifesta ricostruzione cinematografica delle scenografie perché discontinuo, posticcio, falso: la prosodia di un vecchio seduto a meno di un anno dalla morte non può essere la stessa di un uomo di mezza età che guida l’auto di notte e fa conversazione con gli amici.

Ma soprattutto l’errore sta nell’aver messo in scena un regista che già si era fatto da solo personaggio dei suoi film, che già aveva raccontato il cinema dal di dentro e perfino ripreso la macchina produttiva disvelandone l’artificialità senza sminuirne la potenza: gli esempi si sprecano, dalla biografia d’artista Otto e 1/2, alla biografia reinventata di Roma, dalla messinscena del ricordo di Amarcord alla confessione-meta di Intervista. Rimettere in scena un Fellini finto, pavidamente come fa Scola, è tanto inutile quanto sciocco.

Ricordarsi poi che Scola è – era – non solo un regista di peso della nostra storia e non solo un collega di Fellini ma anche un suo amico, giacché questo dovrebbe venir fuori da questo film, ci lascia sbigottiti: un amico si racconta per stereotipi?

Ma c’è di peggio. Quello stupore del narratore per il teatro 5 di Cinecittà come fosse un luogo reso mitologico da Fellini, quelle battutine sulla critica che stronca i primi film, quella messinscena della sequela di premi Oscar vinti insinuano uno spiacevole sospetto e, quando il narratore prende a chiamare Scola “Scola” e Fellini “Maestro”, ecco che quasi ci si convince che questa operazione non sia mossa da affetto, da amicizia, dal desiderio di ripercorrere le dolorose ma calde strade della memoria ma sia da un lato una palese operazione di marketing (Scola racconta Fellini! Venite! Venite!) e dall’altro sia offuscata da una sottile invidia, quasi un complesso di inferiorità: perché altrimenti raccontare specularmente l’arrivo di Scola al Marc’Aurelio dopo quello di Fellini, perché rifare questa scena pedissequamente, una scena che tra l’altro non racconta nulla né dell’uno né dell’altro e al massimo ci dà un’infarinatura alquanto superficiale del ventennio fascista? (Fatta meglio, perché più folle, da Fellini in Amarcord, e l’averle montate una dopo l’altra è tanto didattico quanto impietoso.) Perché insistere sul fatto che in redazione c’erano Steno, Age e Scarpelli e altri numi del cinema di quegli anni, spiattellati con paternalismo dal narratore? Ci aiutano a capire il clima culturale in cui si è sviluppata la personalità artistica di Fellini? No. Ci aiutano a raccontare il suo carattere? No. Almeno ci dicono come è nata l’amicizia tra i due? No. Si sospetta che sia solo un modo per dire quanto fosse fortunato Scola ad esser stato parte di quella illuminata combriccola.

E il finale del film affossa irrimediabilmente l’opera. Sulle riprese TV della camera ardente a Cinecittà con la passerella di divi e gente comune, si ascolta il frammento audio finale di Intervista: “Ecco, il film dovrebbe finire qui, anzi, è finito! Mi sembra di sentire la voce di un mio antico produttore: ‘Ma come!? Finisce così… senza un filo di speranza… un raggio di sole… ma dammi almeno un raggio di sole!’ Un raggio di sole? Mah, non so… Proviamo.” Il feretro viene illuminato da un faretto e tra il pubblico vediamo il Fellini-finto che guarda la morte del Fellini-vero, poi ha un guizzo di ribellione sulla morte e “il Pinocchio del cinema italiano” (brutta ma almeno vera definizione) prende a correre discolo per i teatri di Cinecittà inseguito dai Carabinieri. Banalotto ma almeno è un’idea. E però Fellini corre e corre, gira a destra e a sinistra, semina i Carabinieri ma non arriva da nessuna parte, Scola se lo perde per strada e attacca un montaggio di tutte le scene iconiche dei capolavori del regista a ritmo della musica di Nino Rota: la pietra tombale della regia.

All’uscita dalla sala non sappiamo nulla di Fellini regista, né di Fellini uomo, amico, collega, rivale. Nulla di nulla. Sappiamo forse qualcosa in più di Scola, ma avrei preferito non saperlo. Che strano chiamarsi Federico è un colossale fallimento, un film vuoto. E dannoso.

Che strano chiamarsi Federico, di Ettore Scola [Italia 2013]
Voto: 2. Un orrore di documentario: noioso, stereotipato, pavido e forse invidiosetto.

Mood Indigo – La schiuma dei giorni: la morte di Michel Gondry

Dopo le parentesi blockbuster (Lanterna Verde) e docufiction (The we and I), Michel Gondry torna al cinema che più gli si confà: quello stralunato e sbilenco della macchina di sogni di cartapesta.

La storia boy-meets-girl in salsa dramedy sarebbe potuto essere una rinfrescante riaffermazione della magia del cinema fatto in casa dopo le epidemie della CGI e del 3D e soprattutto la rifondazione della bravura folle e geniale di Gondry che abbiamo amato incondizionatamente come autore dei più stupefacenti videoclip dello scorso decennio.

Mood Indigo è invece il punto di non ritorno del regista francese che, come Tim Burton prima di lui, è diventato l’aggettivo di se stesso.

Dopo L’Arte del Sogno e Be Kind, Rewind è palese che Gondry si limita a cercare storie strampalate per usarle come scusa per mettere in scena le sue trovate artigianali di effetti speciali. Inanellando un trittico di opere di una noia mortale, Gondry dimostra di essere un narratore incapace sulla lunga distanza e un regista totalmente disinteressato alle sorti dei personaggi che mette in scena, relegati a esili figurine che non ci coinvolgono in nessun modo. Sono dieci anni che stiamo qui ad aspettare un nuovo Eternal Sunshine e bisognerà pur decidersi di andarlo a cercare dalle parti di Kaufman.

Mood Indigo: La Schiuma dei Giorni, di Michel Gondry [Francia 2013]
Voto: 4. Qualcuno riporti Gondry ai videoclip, a vantaggio di tutti.

Postilla italiota: in Francia il film si chiama La Schiuma dei Giorni; per il mercato anglosassone è stato ribattezzato Mood Indigo. Noi, sia mai che prendiamo una decisione intelligente, abbiamo fatto doppietta lasciando l’inglese in un film francese perché si sa, l’inglese tira.

Diseducare il pubblico a suon di mostri

Ho visto in una sala cinematografica inglese lo spot televisivo americano per l’imminente film di mostri di Guillermo del Toro, Pacific Rim.

Pacific Rim trailer

Dice: Servono scene di battaglia che ti lasciano a bocca aperta, esplosioni mozzafiato e dominio sui mostri per darti un’esperienza cinematografica per cui valga la pena di pagare.

Quanto diseducativa è questa roba?

Da un lato, dicendo che se non c’è il grasso e gradasso spettacolo non vale la pena di pagare per un film, sottintende che si può anche scaricare qualcosa illegalmente, purché sia quella roba pallosa alla Haneke, mi raccomando; dall’altro condanna il cinema a seguire questa direzione apocalittica: sempre più battaglie, sempre più esplosioni, sempre più mostri, altrimenti il pubblico non paga. E lo dice al pubblico stesso, autorizzandolo a sentirsi nel giusto per la sua pigrizia e per i suoi gusti dozzinali.

Serve ben più di un nerd col complesso di Peter Pan per darmi un’esperienza cinematografica per cui valga la pena di pagare.

Le dolci vite

Remake di La Casa, e le strategie di marketing

Il remake di La Casa si prende troppo sul serio, a partire dal poster: “Non conoscerai terrore più grande.” Anche meno. In questo, il film di Fede Alvarez commette due errori: prendere sul serio un film che aveva nell’allegro verminoso il suo punto di forza e prendere sul serio l’idea di remake.

Fine della recensione.

Intanto che aspettavo di entrare in sala, gli schermi TV di fronte al bar mandavano – muti – i trailer dei film in arrivo. Ho notato che Il Grande Gatsby viene presentato “da Baz Luhrmann, regista di Romeo + Giulietta e Moulin Rouge” nascondendo zitti zitti il noiosissimo e rovinosissimo Australia: una strategia di marketing piuttosto comune, quella di ripescare il più recente successo ignorando l’ultimo flop.

Poi è arrivato After Earth, il colossal di fantascienza con Will Smith e suo figlio. Poco più in là mi è caduto l’occhio sul relativo gigantesco poster. Né il trailer né il poster fanno menzione del regista. Un’idea di marketing così efficace che non ho la minima intenzione di rovinare.

Hunger Games: la regia che perde i pezzi

Hunger Games è il primo capitolo cinematografico di una saga letteraria di successo, rivolta al settore di mercato degli “young adults” (ossia i post-adolescenti). Il fatto che mi sia arrivata pressoché sconosciuta – quando anni fa ero stato controvoglia travolto dal ciclone mediatico di quella porcheria che è Twilight – è segno che ormai devo definitivamente rassegnarmi a far cadere lo young dalle mie etichette identificative.

Ma il film di Gary Ross aveva dalla sua un surplus di intelligenza – così leggevo sulle critiche d’oltreoceano – che lo rendeva interessante anche al di fuori del ristretto target. La storia poi pareva promettente – il classico futuro distopico con strapotere mediatico, qui declinato in salsa reality-show: quando il Grande Fratello di riferimento non è tanto quello di Orwell ma quello della Marcuzzi (il che la dice lunghissima) – anche perché risultava una sorta di traduzione yankee del nippo cult Battle Royale. Insomma, ero curioso.

Per la prima metà ero anche contento: un bel prodotto mainstream gestito con gusto e solido mestiere in ogni dipartimento produttivo. Una scena in particolare mi aveva fatto ben sperare sull’intera operazione: dopo la selezione e una settimana di allenamento, i ventiquattro sfortunati partecipanti ai giochi sono ai blocchi di partenza, pronti a scattare verso il punto di raccolta del cibo e delle armi; il countdown parte e sappiamo che tutto si giocherà in pochi secondi: una carneficina che i telespettatori, e anche noi in sala, stiamo aspettando.

Gary Ross prende questo momento – apice della tensione che stava costruendo da una buona mezz’ora – e lo svuota completamente di ogni spettacolarità, con un sapiente montaggio di dettagli confusi e una colonna sonora che implode in un silenzio straniante. La scena è solo apparentemente un autogol emotivo, perché funziona come chiarissima presa di posizione e di distanza dallo spettacolo degli Hunger Games: siamo qui per seguire la storia della ragazza che si ribella al sistema, per cui facciamo di tutto per non confonderci con esso e per non farvi confondere a voi spettatori: non sollazzeremo il vostro gusto per i reality abbrutenti.

Il linguaggio cinema va di conseguenza: moltissimi primi piani, camera a mano, fotografia desaturata, insomma quanto di più alieno dal format televisivo propinato dallo show, che infatti è talmente pop da tracimare nel kitsch.

Poi a poco a poco quel che c’era di valido si perde. Il pezzo più grosso se ne va con il buonismo che la trama riserva alla protagonista, sempre tenuta pavidamente al di fuori del crudele meccanismo uccidi-o-muori del gioco, un altro lo si perde con una certa ripetitività nelle situazioni, un altro ancora col doppiaggio televisivo che impedisce di valutare se davvero il film ha questo meraviglioso casting che tutti dicono (inoltre: petizione per bandire Pino Insegno dal cinema, firmate qui: ___________________________).

Il colpo finale lo dà però la regia, ed è per sua natura mortale: dimentico della distinzione tra il suo Hunger Games e gli Hunger Games, Gary Ross gira le scene con progressiva vocazione allo spettacolo facile fino alla sequenza del bacio nella grotta dove musica, dialoghi e movimenti di macchina arrivano al nadir della soap opera. A questo punto io non so più se quel che vedo è il film o parte dello show mediatico che si voleva fin qui criticare: la protagonista finge? Fa il doppio gioco? Cede all’amore? Boh.

E non è un caso che solo da qui in avanti io mi sia accorto delle quattro ragazzine starnazzanti che avevo sedute dietro, quando i miei amici mi garantiscono che hanno sovrastato di urletti vaginali le intere due ore e venti del film.

Hunger Games, di Gary Ross [USA 2012]
Voto: 5. parte bene poi progressivamente annoia e non convince.

Titanic 3D: 14 oppure 100 anni dopo

Il Titanic resta un simbolo, il film resta splendido e il 3D resta inutile.

Video musicale di Gaspar Noé

SebastiAn: Love in Motion. Regia: Gaspar Noé

Sta diventando un po’ ripetitivo, l’amico. Certo, è divertente leggere i commenti su YouTube dove gli danno del pedofilo. Gli insulti sono sempre rivelatori dei pensieri di chi li formula.

Spero che il prossimo film di Gaspar Noé sia stilisticamente diverso da ciò che abbiamo visto negli ultimi anni. Tra Irreversible a Enter The Void, passando per gli spot, i video musicali e il cortometraggio all’interno di Destricted, ha detto e fatto tutto quello che si poteva dire e fare con la camera mobile e le luci strobo.

Nel settore videoclip, l’apice era Protège Moi dei Placebo (attenzione: il video contiene masturbazione e lesbismo, pertanto potrebbe compromettere irrimediabilmente la vostra moralità cattolica; pensateci prima di cliccare play).

Comunque, per ora pare che si diverta, la noia non affiora nemmeno in questi compitini un po’ marchetta. Per cui, finché dura, applausi per simpatia e per principio.