~ Post scritti da Marcel ~

La fusione

Nell’anno 2087 si rese necessaria una soluzione alla decennale guerra che impegnava i Computer e gli Human. Dopo anni di armistizi infranti e falliti trattati di pace, il Presidente della Razza Human e il CP-65.725 si incontrarono per discutere il futuro del pianeta. Quello su cui dovettero concordare, dopo due intere settimane di confronti (ovviamente più faticose per la controparte umana), fu che l’unica soluzione contro la completa e irrimediabile distruzione delle due razze, e probabilmente del pianeta stesso, era di dare alla luce una terza razza: gli Human avrebbero fornito l’involucro esterno, il corpo, e i Computer l’avrebbero abitato con il loro cervello. Fu così presto calcolato che sarebbero stati necessari appena 23 mesi e 7 giorni per portare a compimento la fusione: sia gli Human che i Computer si sarebbero estinti, lasciando il dominio del mondo agli Huter.

Lolita di Vladimir Nabokov, e un’occasione per parlar di copertine

Lolita
Vladimir Nabokov
Adelphi, 1996

Lolita è un romanzo complesso, stilisticamente brillante, strutturalmente perfetto, narrato in prima persona da un protagonista sull’orlo della follia eppure (o proprio per questo) dotato di un fascino insidioso e malevolo, e con una trama mortalmente crudele che si fa beffe tanto del narratore quanto del pubblico, flirtando continuamente con la tragedia e la commedia: quando è insopportabilmente triste vorremmo un tocco di leggerezza, ma quando è innegabilmente divertente vorremmo proprio che non lo fosse. Ne segue per forza di cose tanto un capolavoro quanto un’opera radicalmente controversa, probabilmente molto più oggi di quando uscì quasi sessant’anni fa.

John Bertram, un architetto e blogger, fece partire tre anni or sono un concorso per trovare una nuova copertina a Lolita, dopo aver visto una raccolta di 160 edizioni del romanzo da tutto il mondo e constatato come quasi tutte fossero interamente concentrate sull’aspetto erotico per titillare il pubblico. Indubbiamente un autogol: chi acquista il libro per torbidi fini resterà immancabilmente deluso (o non capirà la sottile e indiretta prosa di Nabokov o non otterrà comunque soddisfazione perché l’erezione esige immediatezza e banalità), chi lo compra per leggere un’opera di altissima letteratura si sentirà uno sporcaccione.

D’altra parte Lolita è davvero tutto quello che già pensate che sia (se non l’avete letto; se l’avete letto è anche di più). E’ fattibile presentare questo libro in modo chiaro, possibilmente non moralistico, e più rispondente alla sua vera natura? Alla domanda di Bertram hanno risposto fior fiore di designer e grafici, i cui risultati stanno per essere pubblicati in un libro (i libri generano libri, che non lo sapete? Chissà se godono quando si riproducono. Scommetto di sì. Traboccheranno punti esclamativi). Alcuni esempi di copertine partorite dai creativi:

Si vede facilmente come quasi tutte si concentrino su uno degli aspetti del romanzo: chi l’erotismo insozzato di morte, chi la masturbazione verbocentrica del narratore, chi la pedofilia. D’altra parte sintetizzare in un’immagine un libro così complesso (ma anche qualsiasi libro, o in effetti anche qualsiasi film con le locandine) è un compito che annichilirebbe qualsiasi creativo.

Però un paio di copertine sono indubbiamente più efficaci delle altre: il calzino è un’idea che veicola in modo elegante l’argomento infantile senza cadere nel morboso riuscendo pure a preservare un vago erotismo (funziona perfino meglio per chi ha già conosciuto Lolita “ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo”), mentre le sillabe del nome risuonano indelebili a chiunque abbia anche solo aperto la prima pagina, e per tutti gli altri fanno compiere con malizia alla punta della lingua quel “breve viaggio di tre passi sul palato per andare a bussare, al terzo, contro i denti” (lettore già stregato).

Ma c’è un ultima copertina che vince su tutte le altre: risultando claustrofobica e inquietante come certe pagine del romanzo, ci ricorda soprattutto come la perversione sia primariamente negli occhi di chi guarda. Nessuno può guardare questa copertina senza sentirsi a disagio, o in colpa, per aver pensato che…

Così potente da ritorcere contro il potenziale lettore qualsiasi accusa preventiva fatta al libro. Non credo si potesse fare di meglio.

(La locandina nera al centro c’era andata molto vicina, ma ha esagerato: un laccetto fucsia per capelli, che si trasforma dopo un po’ in un segno di rossetto, e dopo un altro po’ in qualcos’altro di molto volgare, troppo, così tanto da risultare respingente.)

Sei per dodici – quattro: l’esattezza

Dopo circa un anno, torno a citare Raymond Carver e il suo Il Mestiere di Scrivere.

Se le parole sono appesantite dall’emozione incontrollata dello scrittore, o se sono imprecise e inaccurate per qualche altro motivo, fatalmente gli occhi del lettore scivoleranno sopra di esse e non si sarà ottenuto un bel niente. Raymond Carver

L’esattezza di pensiero deve essere seguita dall’esattezza dello stile. Disciplina è quel che serve. E lentezza, per ponderare i sottintesi, le connotazioni e i suoni di ogni singolo nome, avverbio, aggettivo.

Senza dimenticare l’esattezza della punteggiatura. Dopo la visione apocalittica di Aldo Busi su una virgola messa male, il punto di Isaak Ėmmanuilovič Babel’:

Non c'è ferro che possa trafiggere il cuore con più forza di un punto messo al punto giusto. Isaac Babel.

Un punto del genere può rivaleggiare in potenza con il CUT TO BLACK cinematografico: l’assoluto dell’assertività, dopo il quale gli indici e i titoli di coda sono propaggini superflue e quasi fastidiose.

La noce di cocco

Cazzo che vista, sembra proprio di stare in un film. Ahh, il profumo del mare. Certo in Sardegna è meglio, ma anche qui non è male. La sabbia è pure più bianca, guarda come brilla, pare vetro. Quasi quasi era meglio se scappavo prima, meno corse, meno trambusto, un bacio con le consegne ai ragazzi. Pianificavo un’uscita in sordina, da un giorno all’altro, puf, magari restava anche un ricordo migliore. Vabbè chi se ne frega di cosa pensa quel popolo di coglioni. Già me l’immagino i titoli sui giornali. Avvocato, me li mandi che mi ci pulisco il culo. Fa un cazzo di caldo però, fammi prendere un po’ di fiato, vai, è un pezzo che cammino, fammi appoggiare lì a quell’albero. Chissà se quelli là stanno facendo quello che gli ho detto. Era meglio non dargli tutto ‘sto potere a quei due, ci mettono un attimo a voltarti le spalle, vedrai se non avevo ragione, due serpi in seno sono, vedrai. Ragazzi miei state attenti. Vabbè, se ne riparla tra qualche mese, magari un anno, dipende come lavorano i legali. E quegli altri. Calmiamoci e godiamocela ora, che altro posso fare. Guardo il mare. Bello il mare. Senti però che aria umida, porca troia, con quanto sudo mi si attacca la sabbia al culo. Ce l’avranno l’aria condizionata in hotel? Economia emergente un par di palle. Due passi dalle scimmie sono. Però cucinano bene, la cena dell’altro giorno me la ricordo ancora. Magari dopo qualche settimana a frutta e crostacei mi sarà pure andata via un po’ di pancia e ci sta che riesca a farmi qualche pelle anche qui, ah sì non sarebbe male sollazzare il papero con queste filippine. Lo sanno tutti cosa si dice delle asiatiche. Sai l’invidia di quella testa di cazzo. Voglio vedere come fa a trombare adesso. Che tanto anche lui c’ha poco a venir qui, dove altro vuoi che vada, se aspetta un altro po’ il cerchio si chiude e lo beccano. Ma sia chiaro, qui tra le palle non ce lo voglio, quel leccaculo. E’ pieno di isole, vada su un’altra. Questa è mia, magari me la compro, sì, sì, me la compro, finale perfetto. Mi mancava solo un’isola, in effetti. E poi mi ci faccio re per davvero, con tutte le carte e la corona stavolta. Sai le risate. Mi faccio pure lo stemma araldico, ci metto una bella palma dritta e dura con due noci di cocco che penzolano, come quelle lassù, viste da qui sotto paiono proprio due coglioni, non ci avevo mai fatto caso, tu guarda alle volte la natura. Le noci di cocco. Mi pare di ricordare che qualcuno mi aveva detto che se te ne cade una in testa ti può ammazzare.

Una virgola messa male

[...] una virgola messa male o superflua altera il senso del mondo e dà adito al caos sociale, dato che, prestando il fianco a interpretazioni arbitrarie, legittima la violenza dei crudeli in cerca di un cavillo [...] Aldo Busi, La posta del cuore, Rolling Stone 09.2010

Titoli e copertine di libri

Sfogliando Vanity Fair di questa settimana leggo un articolo che individua i trend in salita e discesa per i titoli dei libri. Mentre crollano quelli a monosillabi (tipo “XY” di Sandro Veronesi), continuano a tenere bene i titoli lunghi e misteriosi (modello: “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano) perché – dice l’esperto – incuriosiscono e sfidano il potenziale acquirente.

In rampante ascesa i titoli che puntano al senso del gusto: “Giorni di zucchero, fragole e neve”, “Amore, zucchero e cannella”, eccetera eccetera. Funzionano perché – sempre secondo l’esperto – sono esotici e allo stesso tempo rassicuranti.

In realtà trovo che l’invasione di questi titoli papillocentrici sia dovuta principalmente alla direzione che il mercato dei libri ha preso nell’ultimo anno. Passeggiando in libreria ho notato come la stragrande maggioranza dei libri si rivolga apertamente a un pubblico di donne. Le copertine sono un tripudio di primi piani di giovani ragazze, quasi sempre coi capelli rossi e ricci, o di dettagli di vita domestica (tazzine, biscotti, tovaglie di pizzo, scorci da finestre), su sfondi con colori caldi (molto giallo, molto arancione) e grafiche a svolazzi.

A guardare da lontano la parete dei best seller di una libreria Mondadori l’effetto cromatico era identico agli scaffali del supermercato con le confezioni di biscotti del Mulino Bianco.

Non si tratta necessariamente di letteratura rosa. Qualsiasi libro viene promosso (dal titolo alla copertina, dalla descrizione alla collocazione) agganciandolo a un supposto gusto femminile.

Alberto Rollo, direttore editoriale di Feltrinelli, e Riccardo Falcinelli, grafico di Minimum Fax, mi danno ragione: la formula magica per il successo 2012 in libreria è la parola “spezie” nel titolo e un bel viso di donna in copertina.

Se per la mancanza di fantasia grafica vi rimando all’arguto blog Copertine di Libri, dove una misteriosa libraia-investigatrice individua doppioni e plagi (con esiti esilaranti tipo Son sempre mi, Solo me ne vo o Alterigia), per i titoli vi riporto qui alcuni tra i libri più venduti del momento, tutti titillanti il gusto, il mistero, il romanticismo, e vediamo se non ho ragione.

  • Il negozio di dolciumi
  • Il gusto segreto del cioccolato amaro
  • La voce invisibile del vento
  • Il prigioniero del cielo
  • La cucina del buon gusto
  • L’ombra della profezia
  • Il linguaggio segreto dei neonati
  • Le prime luci del mattino
  • Il cabalista di Praga
  • La strada in fondo al mare

Ne segue il titolo perfetto.

Alle prime luci del mattino la voce invisibile del linguaggio segreto dei neonati prigionieri del vento nella cucina del negozio di dolciumi col buon gusto segreto del cioccolato all’ombra della profezia del cabalista della strada in fondo al mare di Praga

Successone.

Dolci Colline di Sangue di D. Preston, M. Spezi

Dolci Colline di Sangue
Douglas Preston, Mario Spezi
Rizzoli, 2009

In linea col post di nessuno2001 di ieri, che mi fa sentire meno in colpa a scrivere un articolo sotto l’etichetta “Recensione” quando non ho nulla di particolare da dire, anche io vi segnalo un libro da leggere: il resoconto romanzato dell’indagine sui delitti del Mostro di Firenze, ad opera di uno dei giornalisti fiorentini che più ha seguito il caso con al suo fianco la penna di un discreto giallista americano.

Il libro è splendidamente costruito con struttura e occhio cinematografici e risulta genuinamente inquietante dalla prima all’ultima pagina. Il fatto che continuasse a far suonare campanelli del mio passato (cartoni animati con sottopancia che annunciavano l’ennesimo delitto, speciali giornalistici a tutta pagina sfogliati nei quotidiani lasciati in salotto) moltiplicava i già abbondanti brividi.

Preston e Spezi sono riusciti a farmi fare ciò in cui Stephen King, Jeffery Deaver, Ken Follet e compagnia avevano fallito: guardare la radiosveglia, accorgersi che sono già le tre passate, girarsi dall’altro lato e continuare a leggere.

Il mistero insolubile

Dunraven, esperto in romanzi polizieschi, pensò che la soluzione del mistero è sempre inferiore al mistero. Questo partecipa del soprannaturale e finanche del divino; la soluzione, del giuoco di prestigio. Jorge Luis Borges, L’Aleph, p. 130

Dev’essere per questo che sono sempre insoddisfatto dei thriller e dei romanzi gialli, inclusi i miei.

Nulla è più triste della vita

Rileggevo Trilogia della Città di K. di Agota Kristof e, sarà il periodo, mi sono appuntato queste due pagine.

- Lei continua a parlare di rimborsi. Vorrei che parlasse d’altro. Tanto per cominciare, che cosa scrive?
- Quello che scrivo non ha nessuna importanza.
Insiste:
- Quello che mi interessa sapere è se scrive delle cose vere o delle cose inventate.
Le rispondo che cerco di scrivere delle storie vere, ma, a un certo punto, la storia diventa insopportabile proprio per la sua verità e allora sono costretto a cambiarla. Le dico che cerco di raccontare la mia storia, ma che non ci riesco, non ne ho il coraggio, fa troppo male. Allora abbellisco tutto e descrivo le cose non come sono accadute, ma come avrei voluto che accadessero.
Dice:
- Sì. Certe vite sono più tristi del più triste dei libri.
Dico:
- Proprio così. Un libro, per triste che sia, non può essere triste come una vita. p. 273

Mi metto a letto e prima di addormentarmi parlo mentalmente a Lucas, come faccio da molti anni. Quello che gli dico è più o meno la stessa cosa di sempre. Gli dico che se è morto, beato lui, e che vorrei essere al suo posto. Gli dico che gli è toccata la parte migliore e che sono io a dover reggere il fardello più pesante. Gli dico che la vita è di un’inutilità totale, è nonsenso, aberrazione, sofferenza infinita, un’invenzione di un Non-Dio di una malvagità che supera l’immaginazione. p. 374

Steve Jobs di Walter Isaacson

Steve Jobs
Walter Isaacson
Mondadori, 2011

Seicento pagine e non sentirle: Isaacson racconta la vita, la morte e i miracoli del co-fondatore di Apple raccogliendo interviste a lui, i suoi familiari e praticamente chiunque si sia trovato sul suo cammino, tra geni dell’informatica, cantanti, business men, giornalisti, amici, rivali, visionari, artisti, designer, guru e fidanzate, imbastendo lotte, passioni, idiosincrasie, manie, sogni e valori ottenendo una lunghissima eppure quasi mai noiosa biografia, a tratti perfino appassionante.

Isaacson evita anche il pericolo dell’agiografia, sempre in agguato per chiunque scriva una biografia autorizzata, anche se lo fa mettendo le mani avanti nella prefazione e dando versioni alternative di episodi significativi quando sarebbe stato più convincente un artificio narrativo trasparente.

Si tratta in fondo del modo di scrivere biografie tipicamente americano: intervistare testimoni, raccogliere il più ampio quantitativo di fatti e organizzare il materiale in forma scorrevole, cronologica, con qualche digressione tematica, senza preoccuparsi di restituire un’atmosfera del contesto o dare spessore emotivo al racconto.

La scorrevole piattezza della prosa di Isaacson delude solamente nelle prime cento pagine, dove l’infanzia e la genesi della Apple Computer vengono raccontate senza mai un guizzo di ritmo (e sarebbe stato facilissimo introdurli), e nel finale, quando l’appassionante cavalcata si sgonfia senza chiudersi e il lascito non è che un superfluo riassunto buono per la quarta di copertina.

Nel mezzo, fortunatamente, la personalità di Jobs, titanica eppure minimale, aggressiva eppure spirituale, riempie ogni riga e appassiona con la sua determinazione a piegare il mondo a una visione da raggiungere.