~ Archivio di settembre 2013 ~

Che strano chiamarsi Federico: che orrore piuttosto chiamarsi Ettore.

Scola racconta Fellini, dice il sottotitolo del film, e nulla potrebbe essere più falso. Ma anche il titolo è falso, perché di quanto sia strano chiamarsi Federico nel film non c’è traccia. Ettore Scola perde tempo, affastella cose, ricostruisce stancamente pezzi di cinema e di storia italiana tenendoci un’ora mezzo seduti senza darci nulla in cambio.

Al netto di lungaggini noiosissime, della totale mancanza di brio, di attori non proprio in parte, della staticità e ripetitività della messinscena, della banalità ritrita del bianco e nero per le scene del passato, dei giochini “meta-” che non aggiungono o rivelano nulla, l’errore massimo è stato mostrare Fellini in scena.

Il regista è interpretato da un sosia, ma vigliaccamente perché sempre di tre quarti da dietro, sempre in ombra, sempre ridotto allo schizzo del cappotto di tweed, degli occhiali spessi, del borsalino in feltro e della sciarpa rossa: insomma, uno stereotipo.

Quando apre bocca, Fellini parla alternativamente con una voce che imita quella vera e con estratti dalle interviste di Sono un gran bugiardo, creando un effetto artificiale che disturba nonostante sia coerente con la manifesta ricostruzione cinematografica delle scenografie perché discontinuo, posticcio, falso: la prosodia di un vecchio seduto a meno di un anno dalla morte non può essere la stessa di un uomo di mezza età che guida l’auto di notte e fa conversazione con gli amici.

Ma soprattutto l’errore sta nell’aver messo in scena un regista che già si era fatto da solo personaggio dei suoi film, che già aveva raccontato il cinema dal di dentro e perfino ripreso la macchina produttiva disvelandone l’artificialità senza sminuirne la potenza: gli esempi si sprecano, dalla biografia d’artista Otto e 1/2, alla biografia reinventata di Roma, dalla messinscena del ricordo di Amarcord alla confessione-meta di Intervista. Rimettere in scena un Fellini finto, pavidamente come fa Scola, è tanto inutile quanto sciocco.

Ricordarsi poi che Scola è – era – non solo un regista di peso della nostra storia e non solo un collega di Fellini ma anche un suo amico, giacché questo dovrebbe venir fuori da questo film, ci lascia sbigottiti: un amico si racconta per stereotipi?

Ma c’è di peggio. Quello stupore del narratore per il teatro 5 di Cinecittà come fosse un luogo reso mitologico da Fellini, quelle battutine sulla critica che stronca i primi film, quella messinscena della sequela di premi Oscar vinti insinuano uno spiacevole sospetto e, quando il narratore prende a chiamare Scola “Scola” e Fellini “Maestro”, ecco che quasi ci si convince che questa operazione non sia mossa da affetto, da amicizia, dal desiderio di ripercorrere le dolorose ma calde strade della memoria ma sia da un lato una palese operazione di marketing (Scola racconta Fellini! Venite! Venite!) e dall’altro sia offuscata da una sottile invidia, quasi un complesso di inferiorità: perché altrimenti raccontare specularmente l’arrivo di Scola al Marc’Aurelio dopo quello di Fellini, perché rifare questa scena pedissequamente, una scena che tra l’altro non racconta nulla né dell’uno né dell’altro e al massimo ci dà un’infarinatura alquanto superficiale del ventennio fascista? (Fatta meglio, perché più folle, da Fellini in Amarcord, e l’averle montate una dopo l’altra è tanto didattico quanto impietoso.) Perché insistere sul fatto che in redazione c’erano Steno, Age e Scarpelli e altri numi del cinema di quegli anni, spiattellati con paternalismo dal narratore? Ci aiutano a capire il clima culturale in cui si è sviluppata la personalità artistica di Fellini? No. Ci aiutano a raccontare il suo carattere? No. Almeno ci dicono come è nata l’amicizia tra i due? No. Si sospetta che sia solo un modo per dire quanto fosse fortunato Scola ad esser stato parte di quella illuminata combriccola.

E il finale del film affossa irrimediabilmente l’opera. Sulle riprese TV della camera ardente a Cinecittà con la passerella di divi e gente comune, si ascolta il frammento audio finale di Intervista: “Ecco, il film dovrebbe finire qui, anzi, è finito! Mi sembra di sentire la voce di un mio antico produttore: ‘Ma come!? Finisce così… senza un filo di speranza… un raggio di sole… ma dammi almeno un raggio di sole!’ Un raggio di sole? Mah, non so… Proviamo.” Il feretro viene illuminato da un faretto e tra il pubblico vediamo il Fellini-finto che guarda la morte del Fellini-vero, poi ha un guizzo di ribellione sulla morte e “il Pinocchio del cinema italiano” (brutta ma almeno vera definizione) prende a correre discolo per i teatri di Cinecittà inseguito dai Carabinieri. Banalotto ma almeno è un’idea. E però Fellini corre e corre, gira a destra e a sinistra, semina i Carabinieri ma non arriva da nessuna parte, Scola se lo perde per strada e attacca un montaggio di tutte le scene iconiche dei capolavori del regista a ritmo della musica di Nino Rota: la pietra tombale della regia.

All’uscita dalla sala non sappiamo nulla di Fellini regista, né di Fellini uomo, amico, collega, rivale. Nulla di nulla. Sappiamo forse qualcosa in più di Scola, ma avrei preferito non saperlo. Che strano chiamarsi Federico è un colossale fallimento, un film vuoto. E dannoso.

Che strano chiamarsi Federico, di Ettore Scola [Italia 2013]
Voto: 2. Un orrore di documentario: noioso, stereotipato, pavido e forse invidiosetto.

Mood Indigo – La schiuma dei giorni: la morte di Michel Gondry

Dopo le parentesi blockbuster (Lanterna Verde) e docufiction (The we and I), Michel Gondry torna al cinema che più gli si confà: quello stralunato e sbilenco della macchina di sogni di cartapesta.

La storia boy-meets-girl in salsa dramedy sarebbe potuto essere una rinfrescante riaffermazione della magia del cinema fatto in casa dopo le epidemie della CGI e del 3D e soprattutto la rifondazione della bravura folle e geniale di Gondry che abbiamo amato incondizionatamente come autore dei più stupefacenti videoclip dello scorso decennio.

Mood Indigo è invece il punto di non ritorno del regista francese che, come Tim Burton prima di lui, è diventato l’aggettivo di se stesso.

Dopo L’Arte del Sogno e Be Kind, Rewind è palese che Gondry si limita a cercare storie strampalate per usarle come scusa per mettere in scena le sue trovate artigianali di effetti speciali. Inanellando un trittico di opere di una noia mortale, Gondry dimostra di essere un narratore incapace sulla lunga distanza e un regista totalmente disinteressato alle sorti dei personaggi che mette in scena, relegati a esili figurine che non ci coinvolgono in nessun modo. Sono dieci anni che stiamo qui ad aspettare un nuovo Eternal Sunshine e bisognerà pur decidersi di andarlo a cercare dalle parti di Kaufman.

Mood Indigo: La Schiuma dei Giorni, di Michel Gondry [Francia 2013]
Voto: 4. Qualcuno riporti Gondry ai videoclip, a vantaggio di tutti.

Postilla italiota: in Francia il film si chiama La Schiuma dei Giorni; per il mercato anglosassone è stato ribattezzato Mood Indigo. Noi, sia mai che prendiamo una decisione intelligente, abbiamo fatto doppietta lasciando l’inglese in un film francese perché si sa, l’inglese tira.