Hunger Games è il primo capitolo cinematografico di una saga letteraria di successo, rivolta al settore di mercato degli “young adults” (ossia i post-adolescenti). Il fatto che mi sia arrivata pressoché sconosciuta – quando anni fa ero stato controvoglia travolto dal ciclone mediatico di quella porcheria che è Twilight – è segno che ormai devo definitivamente rassegnarmi a far cadere lo young dalle mie etichette identificative.

Ma il film di Gary Ross aveva dalla sua un surplus di intelligenza – così leggevo sulle critiche d’oltreoceano – che lo rendeva interessante anche al di fuori del ristretto target. La storia poi pareva promettente – il classico futuro distopico con strapotere mediatico, qui declinato in salsa reality-show: quando il Grande Fratello di riferimento non è tanto quello di Orwell ma quello della Marcuzzi (il che la dice lunghissima) – anche perché risultava una sorta di traduzione yankee del nippo cult Battle Royale. Insomma, ero curioso.

Per la prima metà ero anche contento: un bel prodotto mainstream gestito con gusto e solido mestiere in ogni dipartimento produttivo. Una scena in particolare mi aveva fatto ben sperare sull’intera operazione: dopo la selezione e una settimana di allenamento, i ventiquattro sfortunati partecipanti ai giochi sono ai blocchi di partenza, pronti a scattare verso il punto di raccolta del cibo e delle armi; il countdown parte e sappiamo che tutto si giocherà in pochi secondi: una carneficina che i telespettatori, e anche noi in sala, stiamo aspettando.

Gary Ross prende questo momento – apice della tensione che stava costruendo da una buona mezz’ora – e lo svuota completamente di ogni spettacolarità, con un sapiente montaggio di dettagli confusi e una colonna sonora che implode in un silenzio straniante. La scena è solo apparentemente un autogol emotivo, perché funziona come chiarissima presa di posizione e di distanza dallo spettacolo degli Hunger Games: siamo qui per seguire la storia della ragazza che si ribella al sistema, per cui facciamo di tutto per non confonderci con esso e per non farvi confondere a voi spettatori: non sollazzeremo il vostro gusto per i reality abbrutenti.

Il linguaggio cinema va di conseguenza: moltissimi primi piani, camera a mano, fotografia desaturata, insomma quanto di più alieno dal format televisivo propinato dallo show, che infatti è talmente pop da tracimare nel kitsch.

Poi a poco a poco quel che c’era di valido si perde. Il pezzo più grosso se ne va con il buonismo che la trama riserva alla protagonista, sempre tenuta pavidamente al di fuori del crudele meccanismo uccidi-o-muori del gioco, un altro lo si perde con una certa ripetitività nelle situazioni, un altro ancora col doppiaggio televisivo che impedisce di valutare se davvero il film ha questo meraviglioso casting che tutti dicono (inoltre: petizione per bandire Pino Insegno dal cinema, firmate qui: ___________________________).

Il colpo finale lo dà però la regia, ed è per sua natura mortale: dimentico della distinzione tra il suo Hunger Games e gli Hunger Games, Gary Ross gira le scene con progressiva vocazione allo spettacolo facile fino alla sequenza del bacio nella grotta dove musica, dialoghi e movimenti di macchina arrivano al nadir della soap opera. A questo punto io non so più se quel che vedo è il film o parte dello show mediatico che si voleva fin qui criticare: la protagonista finge? Fa il doppio gioco? Cede all’amore? Boh.

E non è un caso che solo da qui in avanti io mi sia accorto delle quattro ragazzine starnazzanti che avevo sedute dietro, quando i miei amici mi garantiscono che hanno sovrastato di urletti vaginali le intere due ore e venti del film.

Hunger Games, di Gary Ross [USA 2012]
Voto: 5. parte bene poi progressivamente annoia e non convince.