~ Archivio di maggio 2012 ~

Suono più per me che per voi

Suono più per me che per voi
Suono più per me che per voi.
Via del Babuino, Roma, 30.05.2012

In sala prove coi GTV

I Gran Turismo Veloce sono tornati in patria dopo i successi del loro tour europeo. Claudio, Flavio e Massimo hanno subito ripreso possesso dei loro strumenti vintage per prepararsi al concerto di sabato prossimo a Milano. Occasione fausta per un po’ di foto al sapor d’anni ’70.

Il paese che fa nascere e morire l’UNHATE

La campagna UnHate realizzata dal Gruppo Benetton lo scorso novembre con tanto di fondazione per contribuire alla creazione di una nuova cultura contro l’odio – in fondo nient’altro che un aggiornamento del classico “fate l’amore non fate la guerra” benché fatta con gran gusto e incisività, e non ce ne sono mai abbastanza – ritraeva nella sua controparte di cartellonistica provocatoriamente e intelligentemente i leader del mondo intenti a baciarsi in bocca: Obama che bacia Chavez, Obama che bacia il presidente della Repubblica Popolare Cinese, la Merkel che bacia Sarkozy, il leader della Korea del Nord che bacia quello della Korea del Sud, il presidente della Palestina che bacia il primo ministro israeliano, il Papa che bacia l’imam egiziano di Al-Azhar.

Benetton UnHate campaign series

Indovinate chi s’è risentito?

Si è concluso oggi il procedimento legale che il Vaticano aveva messo in atto per tutelare l’utilizzo dell’immagine del Papa: un accordo tra le parti ha sancito le pubbliche scuse della Benetton, una donazione monetaria che non fa mai male, e il ritiro urbi et orbi dell’immagine che tanto aveva “urtato la sensibilità” del Papa e dei credenti (gli insensibili la trovano qui).

Da oggi quindi “l’immagine del Papa può essere usata solo previa autorizzazione della Santa Sede”, annuncia soddisfatto l’avvocato, e c’è chi fa giustamente notare come il Papa sia ora come Topolino, che per disegnarlo occorre la previa autorizzazione della Disney.

Aspetto quindi Papa™ nelle confezioni degli Happy Meal di McDonald’s.

Intanto, frenato dal terrore degli avvocati vaticani, rinuncio a portare alla logica conclusione l’enunciato “il Papa contro unHate” e soprattutto a far partire un meme papale pomicioso; scelgo invece per il mio personale contributo alla diffusione dell’amore qualcuno di meno suscettibile, qualcuno che si fa meno problemi a comparire qua e là, abituato anzi ai contatti con la gente che tanto gli vuole bene, insomma un tipo parecchio più unHate di Benedetto XVI.

Conversazioni al citofono 2

BZZZ BZZZZZZZ
Filippo: Sì, chi è?
Voce: Buongiorno, sono Loredana, sto conversando con le persone su certi temi molto importanti…
Filippo: No, guardi [interrompendola] primo io non sono la gente, secondo con la gente non si fa conversazione al citofono ma al bar, e terzo fossi in lei eviterei comunque quei certi temi. Addio.
CLICK

Hunger Games: la regia che perde i pezzi

Hunger Games è il primo capitolo cinematografico di una saga letteraria di successo, rivolta al settore di mercato degli “young adults” (ossia i post-adolescenti). Il fatto che mi sia arrivata pressoché sconosciuta – quando anni fa ero stato controvoglia travolto dal ciclone mediatico di quella porcheria che è Twilight – è segno che ormai devo definitivamente rassegnarmi a far cadere lo young dalle mie etichette identificative.

Ma il film di Gary Ross aveva dalla sua un surplus di intelligenza – così leggevo sulle critiche d’oltreoceano – che lo rendeva interessante anche al di fuori del ristretto target. La storia poi pareva promettente – il classico futuro distopico con strapotere mediatico, qui declinato in salsa reality-show: quando il Grande Fratello di riferimento non è tanto quello di Orwell ma quello della Marcuzzi (il che la dice lunghissima) – anche perché risultava una sorta di traduzione yankee del nippo cult Battle Royale. Insomma, ero curioso.

Per la prima metà ero anche contento: un bel prodotto mainstream gestito con gusto e solido mestiere in ogni dipartimento produttivo. Una scena in particolare mi aveva fatto ben sperare sull’intera operazione: dopo la selezione e una settimana di allenamento, i ventiquattro sfortunati partecipanti ai giochi sono ai blocchi di partenza, pronti a scattare verso il punto di raccolta del cibo e delle armi; il countdown parte e sappiamo che tutto si giocherà in pochi secondi: una carneficina che i telespettatori, e anche noi in sala, stiamo aspettando.

Gary Ross prende questo momento – apice della tensione che stava costruendo da una buona mezz’ora – e lo svuota completamente di ogni spettacolarità, con un sapiente montaggio di dettagli confusi e una colonna sonora che implode in un silenzio straniante. La scena è solo apparentemente un autogol emotivo, perché funziona come chiarissima presa di posizione e di distanza dallo spettacolo degli Hunger Games: siamo qui per seguire la storia della ragazza che si ribella al sistema, per cui facciamo di tutto per non confonderci con esso e per non farvi confondere a voi spettatori: non sollazzeremo il vostro gusto per i reality abbrutenti.

Il linguaggio cinema va di conseguenza: moltissimi primi piani, camera a mano, fotografia desaturata, insomma quanto di più alieno dal format televisivo propinato dallo show, che infatti è talmente pop da tracimare nel kitsch.

Poi a poco a poco quel che c’era di valido si perde. Il pezzo più grosso se ne va con il buonismo che la trama riserva alla protagonista, sempre tenuta pavidamente al di fuori del crudele meccanismo uccidi-o-muori del gioco, un altro lo si perde con una certa ripetitività nelle situazioni, un altro ancora col doppiaggio televisivo che impedisce di valutare se davvero il film ha questo meraviglioso casting che tutti dicono (inoltre: petizione per bandire Pino Insegno dal cinema, firmate qui: ___________________________).

Il colpo finale lo dà però la regia, ed è per sua natura mortale: dimentico della distinzione tra il suo Hunger Games e gli Hunger Games, Gary Ross gira le scene con progressiva vocazione allo spettacolo facile fino alla sequenza del bacio nella grotta dove musica, dialoghi e movimenti di macchina arrivano al nadir della soap opera. A questo punto io non so più se quel che vedo è il film o parte dello show mediatico che si voleva fin qui criticare: la protagonista finge? Fa il doppio gioco? Cede all’amore? Boh.

E non è un caso che solo da qui in avanti io mi sia accorto delle quattro ragazzine starnazzanti che avevo sedute dietro, quando i miei amici mi garantiscono che hanno sovrastato di urletti vaginali le intere due ore e venti del film.

Hunger Games, di Gary Ross [USA 2012]
Voto: 5. parte bene poi progressivamente annoia e non convince.

Padrepio al matrimonio

Sabato sono stato invitato al matrimonio tra un mio compagno del liceo e una nostra amica dell’università. La cerimonia si è tenuta nel convento di Santa Maria di Loreto a Paduli, un paese in provincia di Benevento.

Ovviamente, la gente di Paduli è molto devota a Padrepio, nato a soli otto chilometri di distanza nella vicina Pietrelcina. L’affetto dei Padulesi è assolutamente ricambiato da Padrepio che si fa vedere spesso nella piazzetta su Via Libertà assorto in mille pensieri.

Padrepio a Paduli, Benevento

Quello che non mi aspettavo è che i miei amici l’avessero invitato al rinfresco.

Padrepio al matrimonio