~ Archivio di febbraio 2012 ~

Titoli e copertine di libri

Sfogliando Vanity Fair di questa settimana leggo un articolo che individua i trend in salita e discesa per i titoli dei libri. Mentre crollano quelli a monosillabi (tipo “XY” di Sandro Veronesi), continuano a tenere bene i titoli lunghi e misteriosi (modello: “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano) perché – dice l’esperto – incuriosiscono e sfidano il potenziale acquirente.

In rampante ascesa i titoli che puntano al senso del gusto: “Giorni di zucchero, fragole e neve”, “Amore, zucchero e cannella”, eccetera eccetera. Funzionano perché – sempre secondo l’esperto – sono esotici e allo stesso tempo rassicuranti.

In realtà trovo che l’invasione di questi titoli papillocentrici sia dovuta principalmente alla direzione che il mercato dei libri ha preso nell’ultimo anno. Passeggiando in libreria ho notato come la stragrande maggioranza dei libri si rivolga apertamente a un pubblico di donne. Le copertine sono un tripudio di primi piani di giovani ragazze, quasi sempre coi capelli rossi e ricci, o di dettagli di vita domestica (tazzine, biscotti, tovaglie di pizzo, scorci da finestre), su sfondi con colori caldi (molto giallo, molto arancione) e grafiche a svolazzi.

A guardare da lontano la parete dei best seller di una libreria Mondadori l’effetto cromatico era identico agli scaffali del supermercato con le confezioni di biscotti del Mulino Bianco.

Non si tratta necessariamente di letteratura rosa. Qualsiasi libro viene promosso (dal titolo alla copertina, dalla descrizione alla collocazione) agganciandolo a un supposto gusto femminile.

Alberto Rollo, direttore editoriale di Feltrinelli, e Riccardo Falcinelli, grafico di Minimum Fax, mi danno ragione: la formula magica per il successo 2012 in libreria è la parola “spezie” nel titolo e un bel viso di donna in copertina.

Se per la mancanza di fantasia grafica vi rimando all’arguto blog Copertine di Libri, dove una misteriosa libraia-investigatrice individua doppioni e plagi (con esiti esilaranti tipo Son sempre mi, Solo me ne vo o Alterigia), per i titoli vi riporto qui alcuni tra i libri più venduti del momento, tutti titillanti il gusto, il mistero, il romanticismo, e vediamo se non ho ragione.

  • Il negozio di dolciumi
  • Il gusto segreto del cioccolato amaro
  • La voce invisibile del vento
  • Il prigioniero del cielo
  • La cucina del buon gusto
  • L’ombra della profezia
  • Il linguaggio segreto dei neonati
  • Le prime luci del mattino
  • Il cabalista di Praga
  • La strada in fondo al mare

Ne segue il titolo perfetto.

Alle prime luci del mattino la voce invisibile del linguaggio segreto dei neonati prigionieri del vento nella cucina del negozio di dolciumi col buon gusto segreto del cioccolato all’ombra della profezia del cabalista della strada in fondo al mare di Praga

Successone.

Gran Turismo Veloce European Tour 2012

Fatto n. 1: L’album di esordio dei Gran Turismo Veloce, di Carne, di Anima, è stato recensito con articoli incredibilmente lusinghieri dalla stampa specializzata, italiana e internazionale. Alcuni esempi.

GTV’s debut is truly excellent. This band is one of the new trailblazers who will help define the modern RPI scene. It’s not just about the 1970s anymore and yet GTV are smart enough to not dismiss the good things that old period gave us. Fantastic job across the board, gentlemen. A new era classic. Finnforrest , Prog Archives [USA], 12.05.2011

E’ bello, nel mare di produzioni insipide o mediocri che ogni trimestre arrivano all’attenzione di noi editorialisti, pescare la perla che occuperà un posto di rilievo tra i gioielli della nostra collezione di dischi. Christian Barbier, Progresisté [FR], 01.02.2012

Si ha l’emozione di essere assorti in meditazione. Utilizzano assoli di chitarra fatti col cuore, e aggressività tecnica. Il finale dell’album è completato da un suono di nuova generazione pieno di Progressive Rock italiano degli anni ’70, ma rivisitato in chiave moderna. Il mellotron arriva per dare drammaticità allo sfondo, aumenta la malinconia classica, sulla scena svolazza il flauto e il finale è bello ed emozionante come quello di un film. Garden Shed [JAP], 04.04.2011

Tutto “di Carne, di Anima” trasuda una pienezza ed una competenza musicale senza pari nel panorama della musica rock contemporanea. Giona Nazzaro, Rock Hard, 09.2011

Fatto n. 2: A fronte di tutto questo, la band non riesce a trovare spazio nei locali con musica dal vivo, in numero sempre più esiguo e sempre più interessati esclusivamente alle tribute band (o tempora). Niente da fare anche con le agenzie di booking che chiedono migliaia di euro in anticipo senza garantire nulla (ma una volta gli agenti non lavoravano a percentuale?)

Dunque, che fare? Questa domanda se la pone ogni gruppo musicale emergente. Di lamentele sul blocco del sistema sono pieni i forum, sfoghi di sincera frustrazione abbondano su YouTube.

Ed è qui che entra in gioco la beyondness™. Non ci fate suonare? Non ci date spazi per far arrivare la nostra musica al pubblico? Gliela portiamo noi. A casa. Col camper.

Da aprile il gruppo partirà per un tour di due mesi completamente indipendente e autofinanziato che toccherà le principali città europee: Vienna, Praga, Amburgo, Bruxelles, Berlino, Bonn, Amsterdam, Londra.

I preparativi in questo ultimo mese sono frenetici, e proprio ieri il gruppo dovrebbe aver risolto il problema principale: la scelta del camper. Di oggi invece è la notizia che due importanti portali musicali sono talmente entusiasti del progetto da inaugurare ciascuno una rubrica dedicata al tour.

I GTV filmeranno l’intera esperienza e posteranno un videoblog sul loro sito. Le riprese dei concerti e della convivenza forzata per due mesi dentro gli otto metri quadri del camper confluiranno al loro ritorno in un documentario che potrebbe rivelarsi la storia di come il sistema musicale italiano venne distrutto oppure un simpatico esperimento sociologico in stile Shining.

Lars, ti prego deprimiti!

Ho comprato il DVD di Melancholia e continuo a pensare del film tutto il bene possibile. Rivedendolo, ho anche deciso di spostarlo un posto più in su nella mia personale classifica.

Però però…

Nel retro della copertina del DVD c’è una lettera firmata da Lars in persona. Ne riporto qualche stralcio.

E’ stato come svegliarsi da un sogno. La mia produttrice mi ha mostrato una prova per il manifesto. “Che cos’è?” le ho chiesto. “E’ il film che hai fatto!” ha risposto. “Stai scherzando,” ho balbettato. Girano i trailer… le foto… che orrore. Sono sconvolto. [...] E’ sdolcinato, è un film da donna! Mi verrebbe voglia di rigettarlo come un organo trapiantato. [...] Mi sento confuso e in colpa. Che ho fatto? E’ la fine di Trier? Mi aggrappo alla speranza che in tanta melassa possa esserci una scheggia d’osso che rompe qualche dente.

Ecco, lo sapevo. La depressione è finita, è tornato il solito sbruffone fastidioso di sempre.

Filippo: Oscar?
nessuno2001: Umpf.
Oliviero: Ahahahah, lo sapevo che gliel’avresti chiesto.
Filippo: Beh, ci riprovo.
nessuno2001: Dai, ma come si fa? Hai visto le nomination? Sono anni che ormai gli Oscar hanno completamente perso interesse.
Oliviero: Ha ragione. Ha ragione.
Filippo: Vabbene, ha ragione.
nessuno2001: Che poi… sono sempre stati l’autocelebrazione dell’industria, ma ricordo che quando ero piccolo segnalavano indubbiamente film fichi. Adesso è una tristezza infinita…
Oliviero: Marketing.
nessuno2001: Ecco, sì. Puro pierre.
Oliviero: Che la colpa sia dei Weinstein?
nessuno2001: E del loro modo di fare. Ma anche del tempo.
Marcel: La colpa è sempre dello spirito dei tempi.
Filippo: Sì. Vabbè. Ma insomma anche quest’anno li buchiamo?
nessuno2001: Sì. Leggiti invece le nomination ai Razzies. Peggior Attore: Adam Sandler per Jack & Jill. Peggior Attrice: Adam Sandler per Jack & Jill. Peggior Attore Non Protagonista: Al Pacino nel ruolo di Al Pacino in Jack & Jill. Peggior Coppia sullo Schermo: Nicholas Cage e chiunque gli sia accanto in uno qualunque dei suoi film di quest’anno. Oppure, Kristen Stewart e uno dei due tra Taylor Lautner e Robert Pattinson in Twilight Saga Breaking Dawn Parte 1. Indubbiamente più interessanti, non trovi?

Hugo Cabret: sputtanarsi e rinnegare se stessi

Secondo film di quest’anno con la nostalgia per l’età del muto dopo The Artist, Hugo Cabret è la storia di un bambino orfano che per risolvere il mistero di un automa meccanico lasciatogli dal padre si imbatte in Georges Méliès, padre della cinematografia fantastica ormai dimenticato.

Se volete una recensione al film, vi bastino queste poche parole: noioso e incapace di fondere adeguatamente la parte da spettacolone di Natale per famiglie e quella riflessiva sul cinema per spettatori adulti; Scorsese si ubriaca di 3D (letteralmente: solo dandogli dell’avvinazzato è possibile comprendere tanto le sue esagitate dichiarazioni a favore della stereoscopia quanto le inutilmente lunghe e ripetute sequenze da capogiro del film) e perde quasi subito il controllo sul mezzo e sulla materia a disposizione. In un film che si definisce d’avventura, la noia è un peccato mortale; il momento più emozionante di Hugo Cabret, cioè il montaggio delle iconiche scene dei film muti da Il Gabinetto del Dottor Caligari ad Assalto al Treno, è la sua lapide: una monumentale mancanza di immaginazione.

Ma d’altra parte si sa, Scorsese ormai è morto da anni: il suo lavoro causa poco più che uno sbadiglio e la sua presenza nel mondo del cinema è da considerarsi innocua.

O almeno, finora.

Quel che rende molesto questo film è la distorsione che Scorsese, girando in 3D, ha portato alla filosofia che motivava il romanzo illustrato di Brian Selznick da cui il film è tratto: se La Straordinaria Invenzione di Hugo Cabret attuava una sapiente operazione di recupero educativo del modo di narrare favolistico del cinema degli albori, con pagine dove i bellissimi disegni in bianco e nero erano importanti tanto quanto le poetiche parole, la stereoscopia del film snatura irrimediabilmente questo discorso.

Inutile portare un coraggioso vessillo passatista, ossia tentare di raccontare ai bambini quanto siano magici i libri e il cinema perché fanno viaggiare con la fantasia, se per dirlo fai un film dove il 3D ti butta sull’ottovolante. Dimostri di non crederci tu per primo al potere immaginifico del cinema.

E quando alla fine mi fai vedere il redivivo Méliès che ripropone al pubblico del teatro i suoi film ritrovati, tu li proponi al pubblico cinematografico convertendoli in 3D. Sacrilegio. Anzi peggio: vomito.

Mi fai di molto schifo, caro Martin, giacché non posso non pensare al fatto che tu stesso fondasti nel 1990 la Film Foundation for Film Preservation, organizzazione di cui tra l’altro eri stato il portavoce e il presidente. Lo statuto della fondazione, che ti ricorderai perché l’hai scritto tu, prevedeva l’impegno a difendere e preservare i film del passato al fine di proteggere la visione dei registi che li avevano creati. In quegli anni in particolare tu e gli altri registi iscritti alla fondazione vi batteste contro l’idiota pratica della colorizzazione dei film in bianco e nero, una cretinata che mirava a rendere accattivanti i vecchi capolavori convertendoli al supposto gusto del pubblico corrente. Non penso occorra essere delle faine per notare degli indubbi parallelismi con quanto succede oggi con le riconversioni in 3D.

Vedi di riconvertirti il cervello, vai.

Hugo Cabret, di Martin Scorsese [USA 2011]
Voto: 4. una favola completamente priva di magia e immaginazione.

L’Altra Faccia del Diavolo: esorcizzate piuttosto il cinema dal found footage

Ieri sera sono andato all’anteprima romana del film horror L’Altra Faccia del Diavolo, recente e molto pubblicizzata variazione indipendente sul sempreverde filone degli esorcismi.

Per promuovere il film, che in America ha fatto inaspettate faville al botteghino, la Universal Pictures ha organizzato una proiezione gratuita a invito al Cinema Farnese di Campo de’ Fiori, addobbato per l’occasione con tappeti rossi disposti a croce, ceri funebri e drappi neri. Durante l’attesa, un figurante in abiti talari cercava di tenere a bada una Bibbia dispettosa che continuava a prendere fuoco e una pia sorella distribuiva ostie ai più devoti e aspergeva gli altri con boccetta d’acqua santa.

Ora, io mi sono divertito: la messinscena era ben fatta, i ceri accesi a terra creavano una bella atmosfera, la vetrata con rosone proiettata su una parete della sala cinematografica era notevole e il buffet a pane e vino è stato sicuramente gradito dai più – non da me, detesto il vino rosso; la sorella mi ha bollato come infedele e io ho mostrato pronto pentimento mangiando un’altra ostia.

Lo so che a caval donato non si guarda in bocca (ci hanno anche regalato una borsa e una maglietta), ma non posso tacere quanto il film sia indifendibile. Nonostante le scene di esorcismo fossero valide a dispetto dell’esiguo budget e malgrado in un paio di sequenze si avvertisse un inizio di inquietudine e suspense, la sceneggiatura era talmente ridicola, infarcita di assurdità e salti logici, che dopo la prima mezz’ora ho smesso di chiedermi perché i personaggi continuassero a litigare e prendere decisioni idiote. Il doppiaggio poi era così artefatto e mal missato che era impossibile credere anche solo per un momento alla messinscena da finto documentario.

Sì, ancora il found footage. Lo possiamo dire? Non se ne può più. Il filone delle videocassette ritrovate, delle bobine rinvenute, delle riprese amatoriali, delle immagini da telecamere di sorveglianza e della troupe documentaristica che segue il protagonista ha esaurito in pochi anni, a causa di un esasperante sovradosaggio, qualsiasi appeal e efficacia.

Inoltre, quando questo stile non è adeguatamente supportato da tutti gli altri elementi della messinscena, come accade in questo L’Altra Faccia del Diavolo dove spuntano continuamente nuove telecamere e altre spariscono dalla scena per non impallare le riprese, alla noia si somma l’irritazione: ci si sente inequivocabilmente presi in giro.

Non spendiamo poi parole né sulle “cavolate romane”, con nomi e logistica totalmente irreali che il film parrebbe essere girato a Paperopoli, né sull’imbarazzante finale del film: basta menzionare le continue risatine e il boato di mugugni a fine proiezione.

Mi spiace rovinare il trend social e il marketing viral del film con questo mio post, però cari press-agent pensateci due volte prima di affidare alla rete la promozione di una bufala: la regola del passaparola, che è la stessa da secoli checché lo vestiate di neologismi contemporanei, vuole che sia indubbia la qualità del prodotto; se il film è scadente, fareste bene a usare la tattica del “prendi i soldi e scappa” (creare attesa, molte sale occupate, una settimana in programma, addio). Voglio proprio vedere se riescono a trovare qualche faccia spaventata nelle riprese che hanno fatto in sala. Se ne vedete una annoiata, è la mia.

L’Altra Faccia del Diavolo, di William Brent Bell [USA 2012]
Voto: 4. il found footage al suo peggio, con script risibile.

PS: Visti i soldi che ‘sto film ha macinato in America, mi chiedo se non sono io ad aver perso definitivamente contatto coi gusti del grande pubblico. Ovviamente mi rispondo prontamente che in realtà è il pubblico ad aver perso capacità di giudizio, ci mancherebbe.

PPS: a metà film una ragazza seduta qualche fila avanti a me si è alzata per andarsene; fatti due passi incerti in penombra ha sbattuto sul radiatore e si è accasciata a terra. Una sua amica l’ha vista, ha urlato “Oddio!” e si è precipitata su di lei. Due agenti della security sono accorsi e le hanno sollevato le gambe trascinandola fuori dalla sala. “Seh vabbè!” ha commentato la mia vicina, interpretando il pensiero di tutti. Ma no, la ragazza si era sentita male veramente. Memo: non svenite più ai film con gli esorcismi, perché rischiate che la gente non vi soccorra.

Dolci Colline di Sangue di D. Preston, M. Spezi

Dolci Colline di Sangue
Douglas Preston, Mario Spezi
Rizzoli, 2009

In linea col post di nessuno2001 di ieri, che mi fa sentire meno in colpa a scrivere un articolo sotto l’etichetta “Recensione” quando non ho nulla di particolare da dire, anche io vi segnalo un libro da leggere: il resoconto romanzato dell’indagine sui delitti del Mostro di Firenze, ad opera di uno dei giornalisti fiorentini che più ha seguito il caso con al suo fianco la penna di un discreto giallista americano.

Il libro è splendidamente costruito con struttura e occhio cinematografici e risulta genuinamente inquietante dalla prima all’ultima pagina. Il fatto che continuasse a far suonare campanelli del mio passato (cartoni animati con sottopancia che annunciavano l’ennesimo delitto, speciali giornalistici a tutta pagina sfogliati nei quotidiani lasciati in salotto) moltiplicava i già abbondanti brividi.

Preston e Spezi sono riusciti a farmi fare ciò in cui Stephen King, Jeffery Deaver, Ken Follet e compagnia avevano fallito: guardare la radiosveglia, accorgersi che sono già le tre passate, girarsi dall’altro lato e continuare a leggere.

Resurrect Dead: analisi di una paranoia

Nella mia seconda vita da archivista kubrickiano, mi sono imbattuto varie volte nel mistero delle “mattonelle di Toynbee”, incastonate nell’asfalto in diverse città americane.

Una mattonella di Toynbee

Da una decina d’anni o forse più, sicuramente da quando c’è internet, avvistamenti di queste mattonelle vengono riportati e discussi in forum e newsgroup. L’incomprensibile testo recita:

L’idea di Toynbee
nel 2001 di Kubrick
risuscitare i morti
sul Pianeta Giove

Finora nessuno era riuscito a svelarne il significato, e soprattutto a risolverne il mistero: chi le ha sparpagliate per tutti gli Stati Uniti? E perché? Queste domande sono l’oggetto del documentario indipendente Resurrect Dead, proiettato l’anno scorso al Sundance Festival. Diretto dall’esordiente Jon Foy, il film si era aggiudicato il premio per la miglior regia. Meritatamente.

Più che una recensione, questo post vuole essere un consiglio e un invito: guardate assolutamente questo documentario. Non solo spalanca una porta sugli abissi del cervello, sulla paranoia e su come germina tra i neuroni, ma risulta anche una sfolgorante lezione di cinema: si guarda come i migliori thriller, non molla mai la presa sul ritmo, ha una fotografia che amplifica l’atmosfera ed è popolato da una serie di personaggi creati dal miglior sceneggiatore in assoluto (leggi: la vita).

Resurrect Dead: The Mystery of the Toynbee Tiles, di Jon Foy [USA 2011]
Voto: 8. un documentario inquietante con regia da applauso.

Millennium – Uomini che Odiano le Donne: registi che fottono il pubblico

La regia del primo capitolo della trilogia Millennium era per David Fincher un lavoro su commissione: la Columbia Pictures aveva acquistato i diritti per i remake americani dei romanzi di Stieg Larsson e aveva puntato la sua sicura carta sul regista fresco dei trionfi di Il Curioso Caso di Benjamin Button e di The Social Network. Praticamente, come puntare su Ridley Scott negli anni ’80 – e poi un pochino nei ’90, e un altro pochino nei 2000 e forse tra un po’ anche lui torna: il regista intermittente. Ma dicevamo di Fincher, il primo della classe, garanzia di un compitino perfetto che magari ci scappa pure un capolavoro.

E infatti Fincher fa il suo dovere egregiamente, tirando in maniera magistrale i complicatissimi fili di una trama-fiume rendendola digeribile tanto per chi ha già letto il libro (funziona!) quanto per chi non l’ha ancora letto (I want more!). E se è scontato confermare quanto sapientino-Fincher sia eccellente nel ricoprire tutto con una patina di innegabile figaggine (i titoli di testa! la composizione dell’immagine! il montaggio! gli attori cool!) molto meno ovvio è dargli credito per la sbalorditiva chiarezza espositiva che ti mette l’occhio esattamente dove serve perché tu registri un’informazione utile alla trama senza mai palesare il gioco di prestigio (che è il difetto principe di ogni giallo mal diretto).

Però Fincher non è di quei secchioni che alzano la mano per compiacere la maestra, è più di quelli che sanno tutto e se ne stanno per i fatti loro a scarabocchiare il diario intanto che pensano te la faccio vedere io. E così infatti fa alla Columbia: perché quello che gli interessa, lo si capisce subito, non è la trama gialla, non sono i brividi, non è la suspense, non è la soddisfazione spicciola della sterminata oceanica folla dei fan di Millennium, quello per cui batte il suo cuore nero sono i meravigliosi personaggi inventati da Larsson e i rapporti splendidamente complicati che intessono tra di loro.

Dirigendo un supercast da occasione di lusso e cavandone interpretazioni elettrizzanti tanto che tutti vanno a occupare nel tuo cervello più spazio del tempo che sono rimasti sullo schermo, Fincher si appassiona e fa appassionare agli snodi emotivi delle storie di Mikael Blomkvist, Lisbeth Salander, Erika Berger e dei membri della famiglia Vanger, e alle conseguenze delle loro azioni sugli altri. Quasi un thriller dell’anima più che un giallo col serial killer, mica roba da poco. (Ci fosse stato Max von Sydow al posto di Christopher Plummer potevo tirar fuori Bergman; in ogni caso siamo da quelle parti emotive, non solo geografiche.)

Ma è nell’ultimo rullo che Fincher dimostra di essere uno con le palle.

Inizia col chiudere in un lampo un mistero che si era dipanato con algida lentezza per tutto il film: cinque minuti scarsi di dialogo-su-flashback che però non risparmiano in emozione (della serie: me lo tolgo dalle palle ma non lo tiro via). Poi prende il film, a questo punto già oltre le due ore abbondanti, e lo spinge per un altro quarto d’ora, riaprendo improvvisamente una sottotrama ma imprimendole così tanto ritmo e entusiasmo che sembra il plot principale (tipo: capito cosa mi interessa?). Infine chiude il film, che voleva essere un thriller hollywoodiano macina miliardi, con la più spiazzante antitesi dell’happy ending da blockbuster: una delusione cocente se la guardi con gli occhi di Lisbeth, un finale sereno e riconciliatorio se lo guardi con quelli di Mikael e Erika, ma non c’è tempo di capirlo, il film è già finito e tu, caro spettatore medio della domenica, l’hai preso in quel posto.

Consolati con questo ipnotico teaser, che erano anni.

Millennium: Uomini che Odiano le Donne - Teaser

Millennium: Uomini che Odiano le Donne, di David Fincher [USA 2011]
Voto: 8. un thriller in cui il colpevole è il regista.