Steve Jobs
Walter Isaacson
Mondadori, 2011

Seicento pagine e non sentirle: Isaacson racconta la vita, la morte e i miracoli del co-fondatore di Apple raccogliendo interviste a lui, i suoi familiari e praticamente chiunque si sia trovato sul suo cammino, tra geni dell’informatica, cantanti, business men, giornalisti, amici, rivali, visionari, artisti, designer, guru e fidanzate, imbastendo lotte, passioni, idiosincrasie, manie, sogni e valori ottenendo una lunghissima eppure quasi mai noiosa biografia, a tratti perfino appassionante.

Isaacson evita anche il pericolo dell’agiografia, sempre in agguato per chiunque scriva una biografia autorizzata, anche se lo fa mettendo le mani avanti nella prefazione e dando versioni alternative di episodi significativi quando sarebbe stato più convincente un artificio narrativo trasparente.

Si tratta in fondo del modo di scrivere biografie tipicamente americano: intervistare testimoni, raccogliere il più ampio quantitativo di fatti e organizzare il materiale in forma scorrevole, cronologica, con qualche digressione tematica, senza preoccuparsi di restituire un’atmosfera del contesto o dare spessore emotivo al racconto.

La scorrevole piattezza della prosa di Isaacson delude solamente nelle prime cento pagine, dove l’infanzia e la genesi della Apple Computer vengono raccontate senza mai un guizzo di ritmo (e sarebbe stato facilissimo introdurli), e nel finale, quando l’appassionante cavalcata si sgonfia senza chiudersi e il lascito non è che un superfluo riassunto buono per la quarta di copertina.

Nel mezzo, fortunatamente, la personalità di Jobs, titanica eppure minimale, aggressiva eppure spirituale, riempie ogni riga e appassiona con la sua determinazione a piegare il mondo a una visione da raggiungere.