Nella Ricerca sull’origine delle idee del sublime e del bello del 1756, il filosofo inglese Edmund Burke teorizzò per primo l’antitesi tra questi due concetti estetici: mentre il bello è qualcosa che ispira sensazioni estetiche piacevoli a partire dalla perfezione delle forme, dalla loro armonia, regolarità ed equilibrio, il sublime è un sentimento che agisce in maniera analoga al terrore perché prodotto da qualcosa di non controllabile né misurabile e che è affine alle idee di pericolo, di smisurata grandezza e potenza, di incompiutezza e di oscurità. Il sublime è collegato alla sofferenza, al dolore, alle malattie e alla morte, e per questo produce emozioni più forti del bello perché attinenti alla sopravvivenza stessa del soggetto.

Immanuel Kant precisò nel 1764 che il sublime nasce dal conflitto tra sensibilità e ragione: è un sentimento misto di sgomento e di piacere che è determinato sia dall’assolutamente grande e incommensurabile, sia dallo spettacolo dei grandi sconvolgimenti e fenomeni naturali che suscitano nell’uomo il senso della sua fragilità e finitezza. La contemplazione di tali spettacoli induce la mente a prendere coscienza del proprio limite razionale e a riconoscere la possibilità di una dimensione sovrasensibile, da esperire sul piano puramente emotivo.

Nel 1819, Arthur Schopenhauer aggiunse con precisione che se il sentimento del bello è semplicemente il piacere provato guardando un oggetto piacevole, il sentimento del sublime è il piacere che si prova osservando la potenza o la vastità di un oggetto che potrebbe distruggere chi lo osserva.

Nel 2011, Lars von Trier realizzò uno dei più totali esempi di sublime, nel suo film Melancholia.

Melancholia: opening scene