~ Archivio di dicembre 2011 ~

Wendyyy!!!

Shining cat

Here’s kitty!

Merri Crismas uid Padrepio

Mi raccomando, fate i bravi, mica come questo qui.

The Artist: parole, parole, parole

Osannato da tutti come un atto d’amore verso il cinema, The Artist di Michel Hazanavicius è stato definito un trionfo, un film delizioso e in stato di grazia, un tocco di genio, applausi in sala e spettatori rapiti. In tempi di 3D a tutti i costi, il regista dichiarava che il film muto è “l’espressione più pura del cinema”, in cui “tutto deve filtrare dall’immagine, dall’organizzazione dei segni inviati allo spettatore.”

Ah, soddisfazione! Mi aspettavo di trovare un’opera che riportasse al pubblico d’oggi il fascino del cinema degli albori, in cui tutto veniva comunicato attraverso le scelte di messinscena, fotografia e montaggio – insomma dalla regia. Stanley Kubrick diceva con rimpianto che dall’avvento del sonoro il cinema aveva perso la sua specificità e i film erano diventati sostanzialmente dei drammi teatrali su pellicola. Secondo lui era necessario che il regista abbandonasse la convenzionale struttura in tre atti e che si sforzasse di escogitare modi di raccontare una storia che fossero eminentemente cinematografici, dedicati all’occhio più che all’orecchio.

Mi aspettavo di godere con The Artist, di provare oggi quell’eccitazione estetica regalatami da Murnau, Dreyer, Lang. Le aspettative – si sa – sono il miglior modo per esser delusi.

The Artist inizia al tramonto del cinema muto con la storia di un attore in declino, soppiantato dall’arrivo del sonoro. Partenza perfetta per agganciarsi con riflessioni teoriche, tuttavia quello che il film cerca di fare è solo mescolare una tradizionale storia d’amore con la comicità fisica alla Buster Keton – non proprio il modello di film muto di cui parlavamo all’inizio.

Il fatto che il film sia senza dialoghi è sfortunatamente solo un giochino: non c’è una singola idea di regia che derivi dalla grammatica del muto; nessuna sequenza è pensata in funzione della macchina da presa o dell’illuminazione o del montaggio – perfino della colonna sonora, che risulta sempre immancabilmente a commento delle immagini. Anche la tanto elogiata sequenza di seduzione con il frac è una felice trovata di recitazione e non ha niente a che vedere con la forma cinema. Ed è inutile che Hazanavicius costruisca l’incubo del protagonista come un film sonoro, perché il suo film non è un muto.

The Artist raggiunge l’ossimoro di essere un film sì privo di dialoghi ma niente affatto un film muto, prova ne è che anche quando gli attori non pronunciano effettivamente nessuna battuta, la loro recitazione corrisponde sempre a qualcosa di verbale. Sia che gli interpreti muovano le labbra, sia che producano smorfie emotive, il pubblico sa sempre quale battuta inserire in quel momento. I film muti comunicavano aggirando la parola: non avevano bisogno di produrre un pensiero linguistico nella mente dello spettatore: il loro valore assoluto era aver creato una forma d’arte non verbale, fatta solo di musica e immagini combinate in modo significante e non traducibile a parole.

The Artist, al contrario, invece che negare il sonoro, paradossalmente lo conferma.

E infatti il lieto fine che mi aspettavo, in cui la forza del cinema muto avrebbe dovuto scardinare la novità del sonoro rimarcando la propria superiorità estetica (sennò, per quale motivo fare questo film?), non arriva: al suo posto abbiamo un vile tentativo di integrazione dell’attore del muto nell’era del sonoro con i balletti alla Fred Astaire, che sono varietà, avanspettacolo, non certo cinema.

Alla fine, invece di essere una rinfrescante opera retrò capace di riportare in auge la modernità e la potenza del cinema muto come si affanna a dire il regista nelle interviste, quello che The Artist fa è semmai sottolineare quanto siano superflue le battute nella maggior parte dei film che vediamo oggi in sala.

Una futile operazione nostalgia, altro che un atto d’amore verso il cinema.

PS: Vogliamo spendere due parole anche sulla sceneggiatura? Piena di buchi. Ad esempio: a che serve inventarsi il finto neo sul labbro se poi non viene quasi più menzionato in seguito? Le convenzioni, specie quelle del muto, pretendono che nella resa dei conti il neo faccia pagare il suo conto. O anche: che fine fa la moglie? Se volevi trattarla come un accessorio inutile, non spender tempo a rendermela personaggio mostrando la sua frustrazione, perché poi io voglio conoscere il suo destino. Meno importante: usi Malcolm McDowell per un minuto perché ti ha fatto il favore di venire nel tuo film? Non me lo mettere nei titoli di testa perché quelli non sono per i cammei ma per gli interpreti.

The Artist, di Michel Hazanavicius [Francia 2011]
Voto: 5. operazione nostalgia a uso e consumo di chi il muto non sa cosa sia.