Ho visto un sacco di film ultimamente, belli e meno belli, ma di nessuno avrei granché da scrivere per giustificare una serie di post, per cui giusto per lo spirito di aggiornare il blog scrivo qui un po’ di impressioni alla rinfusa, appunti magari per recensioni future.

Melancholia: il disaster movie della A Piece Beyond. Inizio e fine di una potenza raramente vista al cinema – e dico da anni – parte centrale larsvontrieriana (nel bene e nel male). Dopo Antichrist, un altro film di Lars che mi è piaciuto moltissimo. La depressione gli giova. Peccato dice l’abbia superata. “Goditela finché dura.” Proprio così.

Le Avventure di Tin Tin: Il Segreto dell’Unicorno: che noia. Il protagonista è Tin Tin, eppure è il personaggio meno in vista, più piatto, meno interessante. La consolazione mi è arrivata quando nell’intervallo del primo tempo il ragazzino che avevo seduto davanti dice all’amichetto accanto: “Ti piace?” e quello risponde “Sì, dai, insomma.” Bravo Spielberg, bravo, hai perso i ragazzini di oggi dopo aver perso quelli di ieri, avanti così.

Carnage: ok, l’ho visto doppiato, e questo basterebbe a farmi star zitto. Col beneficio del dubbio dico: mi aspettavo molto di più. Dopo il meraviglioso thriller astratto L’Uomo nell’Ombra che dosava tempi e ambienti alla perfezione, questo dramma da camera e salotto e bagno pare non decollare mai finché non ti accorgi che era già decollato e pure finito.

This Must Be the Place: film sgangherato come il suo protagonista (e penso che questo sia il motivo). Mi sono divertito molto: temevo di spaccarmi le palle come a L’Amico di Famiglia dove l’estetica fagocitava il racconto, invece sono stato al gioco. Certo, ha degli sfilacciamenti incomprensibili, però “non mi hanno disturbato.”

Drive: non griderei al capolavoro né al miracolo, non sono tra quelli a cui Bronson è piaciuto, ma devo dire che se non fosse stato diretto da Winding Refn questo film non avrebbe avuto il minimo motivo di interesse. Se uno volesse capire cosa sia la regia, lo guardi che qualcosa impara.

La Pelle che Abito: un gran casino. Da una storia del genere si potevano fare almeno dieci film diversi, di cui quasi tutti migliori di quello adattato e diretto da Almodòvar. Il racconto si perde in involute digressioni, intermezzi comici inutili spezzano il pathos e le scene sembrano non attaccarsi per niente l’una con l’altra. Problemi di montaggio? Di sceneggiatura? Di regia? Anche tutti quanti insieme. Si riprende un po’ nel finale però è un peccato.

Fine.