Ieri sera al Cinema Teatro Odeon di Firenze, nell’ambito del 52esimo Festival dei Popoli a cui sono stato invitato, è stato proiettato Cave of Forgotten Dreams, documentario di Werner Herzog che porta gli spettatori a scoprire le pitture risalenti al paleolitico scoperte nel 1994 dentro la Grotta Chauvet nella Francia meridionale.

A parte la qualità filmica dell’opera – un documentario a rischio marchetta meno stimolante di quanto herzoghianamente possibile, fitto di frasette un po’ banali e risaputi battiti cardiaci, dove il guizzo personale è intermittente e esplode in extremis in un inquietante epilogo cortazariano di coccodrilli albini al posto degli axolotl – la serata è stata un cinematografico trip spazio-temporal-estetico.

Cave of Forgotten Dreams, film del 2010, è un ritorno al cinema degli albori come lo si intendeva al crepuscolo dell’800, meraviglia tecnica per vedere luoghi lontani ed esotici, per un viaggio non spaziale ma temporale, indietro di 32.000 anni, alla scoperta di una galleria d’arte sigillata nella roccia.

Ieri sera ho visto cose tipo una forma d’arte che indaga un’altra forma d’arte, una tecnologia che da un secolo prova ciclicamente ad emergere e che viene sempre e comunque rigettata dalle sabbie del tempo, stalattiti e stalagmiti avvolti da carrelli e steadicam, carbone grattato su pietra e impronte di mani a firma dell’artista e artisti elencati nei titoli di coda, pittogrammi anzi pitture anzi dipinti dove l’uso del chiaroscuro è sconvolgentemente moderno e la resa del movimento per sovrapposizione (bisonti a otto zampe, profili di corna di rinoceronte ripetuti come fotogrammi successivi) è roba da ridurre Balla a un copista.

E ancora: un altro artista (Peter Zeitlinger, DOP, presente in sala) che parla di come ha inteso riprendere il lavoro del pittore, le torce elettriche fredde al posto delle torce ardenti di fuoco, la prima volta che l’Odeon, costruito negli anni ’20, ospita una proiezione in 3D per per la prima volta in cui le cineprese sono entrate dentro la Grotta Chauvet, centinaia di persone in fila per entrare in sala e un gruppetto sparuto di scienziati a varcare la porta sigillata, il silenzio della cava rotto dallo sgocciolio lontano delle infiltrazioni e quello della sala dallo scricchiolio delle poltroncine in legno, occhialini XpanD in un teatro di velluti, stucchi e ceselli in oro, per un loop temporale di ossessioni tecnico-artistiche infinito, secoli e millenni che si sovrappongono incessantemente come una risacca di sedimenti calcarei, per cui alla fine ebbro di vortici e vertigini esco a prendere una boccata d’aria e fiorentinamente a riveder le stelle.