In Super 8 di J.J. Abrams, la scena di maggior impatto per me è quella iniziale ambientata alla piccola stazione ferroviaria. Non mi sto riferendo tuttavia al deragliamento del treno, una sequenza pur impeccabile per riuscita tecnica ed emotiva, ma al momento precedente in cui i giovani protagonisti si apprestano a girare una scena del loro film in Super 8. Qui Elle Fanning dà una prova di recitazione meravigliosa, recitando la parte di una ragazzina che recita la parte della moglie del detective.

Questa scena mi ha ricordato Mulholland Dr. in cui l’attrice Naomi Watts interpreta l’aspirante attrice Betty Elms: in un provino per il suo primo ruolo importante, recita una scena molto intensa dialogando con un attore di fronte a lei.

Quella scena mi aveva ricordato King Kong, in cui l’attrice Fay Wray interpretava la giovane attrice Ann Darrow: sulla barca verso l’isola sperduta, girava i reaction shots in primo piano da montare sul futuro girato con il gorilla.

In questi tre casi, tre attrici interpretano tre attrici, con una abilità e potenza tali che lo spettatore non solo si dimentica di guardare un film, ma si dimentica anche la doppia finzione della scena.

Questo per dire due cose: la prima è che l’attore è il veicolo principale per trasportare lo spettatore nella finzione artistica del film. Senza buoni attori ogni film crolla, ossia non si crea la sospensione dell’incredulità necessaria al godimento artistico. Ogni opera d’arte che si dica tale ha il potere di catturare l’osservatore e trasportarlo nel proprio mondo: una foto, un quadro, una scultura, un brano musicale, un libro, un palazzo, sono tutti in grado di esser letti come ambiente, cioè sono in grado di smettere anche solo per un istante di esser percepiti come oggetto.

L’attore è l’elemento essenziale affinché un film miri a scomparire come giochi di luce su uno schermo.

La seconda cosa è che queste due scene hanno la capacità di soddisfare due gratificazioni estetiche contemporaneamente: lo spettatore gode della finzione cinematografica perché si emoziona con il personaggio e contemporaneamente, senza che questo faccia smettere il primo godimento, gode anche della vertigine del gioco di doppia finzione.

In questi tre casi, e ce ne saranno sicuramente altri, lo spettatore è sospeso tra il trucco e lo svelamento del trucco, che miracolosamente coesistono in un paradosso: un’attrice che recita un’attrice che recita un personaggio. Sarebbe da provare un terzo livello, e poi dire con Gertud Stein: un’attrice è un’attrice è un’attrice.