~ Archivio di settembre 2011 ~

Il Re di Raipure – Gran Turismo Veloce

I Gran Turismo Veloce sono stati invitati a partecipare alla realizzazione dell’album Tre dei Pierrot Lunaire, storica band progressive italiana.

Nel 1978, dopo i successi degli album Pierrot Lunaire e Gudrun, il gruppo aveva registrato tre brani nuovi, ma il terzo disco non vide mai la luce. Oggi il pianista e compositore Arturo Saltieri ha realizzato questo terzo album con le tre registrazioni originali e otto cover suonate da altrettanti gruppi di progressive italiano.

I Gran Turismo Veloce hanno scelto di omaggiare i Pierrot Lunaire con un riarrangiamento del brano Il Re di Raipure tratto dal loro primo album uscito nel 1974.

Il disco è prodotto e distribuito in CD da MP Records e GT Music.

Il vero risultato del Ministero dell’Istruzione

Lo strafalcione del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Mariastella Gelmini sull’esperimento con i neutrini sta tenendo banco in rete con gustosissime battute (una delle migliori: “i neutrini sono particelle elementari che si sprigionano quando esplode una Mariastella”).

Più che la gaffe sull’esistenza del tunnel che collegherebbe il CERN con il Gran Sasso, a me sconvolge il tono del comunicato stampa. Come ha scritto molto bene sabato Il Post:

ha suscitato comprensibile ilarità il tono mussoliniano e celebrativo del pronunciamento del ministro, che ha fatto ricordare quelle persone che si affacciano per entrare nelle riprese del telegiornale o comparire nelle foto vicino alla Coppa. La vanità provinciale della prima persona – “rivolgo il mio plauso”, “sono profondamente grata” -, l’enfasi olimpionica – “una vittoria epocale” – che trasforma la serietà del metodo scientifico in una competizione quasi fisica. E l’idea che – nella medesima ottica infantil-sportiva – i ricercatori italiani abbiano battuto un record di velocità: “il superamento della velocità della luce è una vittoria epocale”.
Il buio in fondo al tunnel
Il Post 24.09.2011

Naturalmente il comunicato non è stato scritto personalmente dalla Gelmini ma da qualcuno del suo ufficio stampa. Dico questo non per scagionare il Ministro né per sminuirne le responsabilità, ma perché mi ha fatto tornare alla mente un altro comunicato stampa che avevo ricevuto anni fa per il lancio di un libro su Kubrick pubblicato dalla Lindau. Come curatore di ArchivioKubrick ricevo spesso simili segnalazioni, ma questa svetta tuttora tra tutte in modo luminosissimo. I toni da sagra di paese erano gli stessi, con in più svariati errori di battitura e di sintassi:

Oggetto: messaggio per responsabile ufficio stampa e/o webmaster e/o responsabile commerciale
Buongiorno,
E’ appena uscita in libreria edito da Lindau STANLEY KUBRICK.L’UMANO NE PIU’NE’ MENO E’ un titolo che può rivestire per Lei particolare interesse. Qui sotto troverà la copertina del libro assieme al comunicato stampa. Il libro è anche visibile nella home-page di www.lindau.it
Stanley Kubrick è ritenuto, universalemente, una pietra miliare della cinematografia mondiale. Non c’è regista o uomo di spettacolo che abbia così tanti estimatori e fans.
Questo volumone scritto da Michel Chion, notissimo studioso e già autore di altri libri di Lindau, si configura come il testo definitivo, l’opera omnia su Kubrick: 608 pagine, formato grande, oltre 1000 forogrammi in bianco e nero dei suoi famosissimi film. E’ un testo imperdibile proposto da Lindau, casa editrice che ha pubblicato almeno 10 titoli concernenti Kubrick.
Quindi sarebbe bello (e di questo La ringrazio) che tutti coloro che visitano il Vostro sito fossero a conoscenza dell’uscita di questo libro così importante. Lo strumento potrebbe essere una news-letter e/o una recensione sul vostro sito (ovviamente se le fate).
L’intento è quello di far sapere che esiste questo libro.Insomma penso che se Lei lo segnalasse (precisando che è in vendita nelle migliori librerie in Italia oltrechè richiedibile sul sito www.lindau.it ) ai Suoi lettori renderebbe loro un bel servizio.
Ovviamente sono pronto a omaggiarVi di un nostro libro: ma la cortesia che Vi chiedo è di non richiedere questo volume che costa 40,00 euro e la cui lavorazione ci è costata decine di migliaia di euro. Sarò felice perciò di omaggiarVi del Vostro servizio di un qualsiasi nostro libro Lindau: www.lindau.it (tra l’altro su Kubrick ce ne sono parecchi).
Io La ringrazio ancora e sperando che la mia richiesta venga esaudita rimango a Sua disposizione.

Ecco, così è come lavora un addetto stampa di una casa editrice nazionale, tra l’altro neanche una delle più piccole: un annuncio roboante scritto in modo pedestre, del tutto simile ai volantini delle gitarelle ai santuari con annessa vendita di pentole e posate di pregio. Le successive email del prode comunicatore in risposta al mio ringraziamento per la segnalazione ne rivelavano non solo l’ignoranza ma anche la molestia:

06.12.2006
Grazie gentile signore,
vedrà che i suoi lettori saranno felici di leggere questa opera monumentale.
Grazie ancora per quello che ha già fatto e che farà.
Tra l’altro alla Fiera della Piccola Media Editoria che comincia domani fino al 10/12 all’Eur la Lindau ci sarà (stand m09)
Se verrò sarò felice di conoscerLa e ringraziarLa.
Saluti

22.12.2006
Gentile signore,
Ancora grazie per quello che ha fatto: ha ricevuto ringraziamenti da parte di suoi iscritti alla mailing-list per essere venuti a sapere che è uscita questo monumentale lavoro su Kubrick?I nostri 2 libri li ha ricevuti?
Mi fa sapere?
So che sta lavorando al sito, sarebbe bello anche che un libro di tale levatura fosse addiritturra sulla home-page.
Mi fa sapere?
Ancora grazie e tanti auguri di Buon Natale e di un sereno 2007 ricco di salute.
Buongiorno

Dopo aver risposto che nessuno tra i lettori di ArchivioKubrick aveva reagito con l’entusiasmo da lui sperato all’annuncio dell’uscita dell’ennesimo saggio-mattone autoreferenziale su Stanley Kubrick, l’intraprendentissmo addetto stampa vinceva gli indugi sul colossale sforzo economico dell’azienda e decideva di inviarmene una copia per recensirlo.

Grazie sig.,
vedrà che rimarrà “a bocca aperta” (come Funari!!). Non vedo l’ora di vederLa sul sito!
Ancora grazie

Mi faceva quasi tenerezza, specie quando se ne uscì con gli “auguroni di tutto cuore” per l’anno nuovo.

Superfluo parlare di meritocrazia, di sistema scolastico allo sfascio, di abissale ignoranza, di impressionante incompetenza, di ridicola concezione di internet, o anche solo dell’assenza di un banale stare-al-mondo.

In finale, per tornare alla vicenda Gelmini e chiudere il cerchio, vorrei anche notare come tutti i blogger si erano affrettati a ricopiare il testo del comunicato prima che il sito del Ministero lo togliesse. Ingenui. E’ ovvio che il testo resti sul sito, perché non si tratta di una gaffe e anzi, la rettifica diffusa a seguito delle proteste ne ribadisce prevedibilmente tanto i toni quanto il contenuto. Che resti pure lì per sempre, quel comunicato. E’ chiarissimo e comunica molte più cose della scoperta scientifica.

Secuestrados: un film fatto bene per far male

In barba ai vari Hostel e ai suoi innumerevoli epigoni, lo spagnolo Secuestrados è un film che fa davvero male. Per turbare lo spettatore non serve aprire una macelleria né oltrepassare il limite del disgusto: è invece necessario creare dei personaggi per cui tener parte e fargliene passare di ogni.

Il regista Miguel Ángel Vivas e lo sceneggiatore Javier García fanno la prima cosa in cinque minuti con rara maestria, poi spendono i restanti settanta in un crescendo di sorprese e cattiveria senza mai perdere ritmo. Non c’è spazio non dico per un sorriso ma neanche per riprender fiato: un’ora e un quarto tiratissima e oggettivamente faticosa.

Se ci aggiungete un sapientissimo uso del piano sequenza, così meravigliosamente non virtuosistico che passa inosservato ma lascia il segno, otterrete una gran bella lezione di sadismo cinematografico. Guardare a vostro rischio e pericolo, alla fine si resta così:

Secuestrados

Secuestrados, di Miguel Ángel Vivas [Spagna 2010]
Voto: 8. agghiacciante horror di impressionante bravura.

La felicità di Jorge Luis Borges

Chi abbraccia una donna è Adamo. La donna è Eva.
Tutto accade per la prima volta.
Ho visto una cosa bianca in cielo. Mi dicono che è la luna, ma
Che posso fare con una parola e con una mitologia?

Gli alberi mi fanno un poco paura. Sono così belli.
I tranquilli animali si avvicinano perché io gli dica il loro nome.
I libri della biblioteca sono senza lettere. Se li apro appaiono.
Sfogliando l’Atlante progetto la forma di Sumatra.

Chi accende un fiammifero al buio sta inventando il fuoco.
Nello specchio c’è un altro che spia.
Chi guarda il mare vede l’Inghilterra.
Chi pronuncia un verso di Liliencron partecipa alla battaglia.

Ho sognato Cartagine e le legioni che desolarono Cartagine.
Ho sognato la spada e la bilancia.
Sia lodato l’amore che non ha né possessore né posseduta, ma entrambi si donano.
Sia lodato l’incubo che ci rivela che possiamo creare l’Inferno.

Chi si bagna in un fiume si bagna nel Gange.
Chi guarda una clessidra vede la dissoluzione di un impero.
Chi maneggia un pugnale prevede la morte di Cesare.
Chi dorme è tutti gli uomini.

Ho visto nel deserto la giovane Sfinge appena scolpita.
Non c’è nulla di antico sotto il sole.
Tutto accade per la prima volta, ma in un modo eterno.
Chi legge le mie parole sta inventandole.

Il casino spaziale di Il Cavaliere Oscuro

I film su Batman diretti da Christopher Nolan non mi sono mai piaciuti. Il primo era tecnicamente ineccepibile ma narrativamente un accumulo di scene senza una vera direttrice emotiva: prima scena seguita dalla seconda scena seguita dalla terza scena, e avanti così all’infinito senza mai un’impennata di ritmo o di pathos. Il secondo mi ha lasciato ancor più freddo nonostante un tripudio di scene d’azione, di colpi di scena e di personaggi in pericolo.

In definitiva, hanno fallito l’obiettivo di coinvolgermi emotivamente. Mi spiegavo questa cosa con un difetto di struttura narrativa e di messinscena sbrigativa: la prima non consente all’emozione dello spettatore di crescere perché non mette alcun puntello solido da cui la scena successiva possa partire e crescere, la seconda non pone attenzione al ciclo emotivo dei personaggi, impedendo tanto l’immedesimazione quando l’empatia.

Oggi un amico mi ha passato questo video che spiega, da un punto di vista grammaticale e in modo ineccepibile, perché io fossi completamente disinteressato agli eventi narrati dal film. La messinscena di Nolan e il lavoro del montatore hanno fatto un casino totale ignorando o sovvertendo le basilari leggi di organizzazione spaziale. Non si tratta di errori di continuità ma di una scarsa capacità di costruire un’azione all’interno di uno spazio.

Può anche succedere il finimondo sullo schermo, ma se non mi trascini dentro l’azione dandomi informazioni corrette a me non frega nulla, non ti seguo. E’ come raccontare qualcosa saltando qua e là a casaccio nell’ordine temporale: non puoi pretendere che la tua storia mi coinvolga se fai di tutto – anche inconsapevolmente – per confondermi le idee.

Caro Nolan, così facendo mi butti costantemente fuori dallo schermo.

Il Cavaliere Oscuro: un'analisi sul montaggio

Si potrebbe anche infierire ricordando come Nolan stia sempre a dire nelle interviste che il suo obiettivo è creare scene d’azione realistiche e quanto poco sia interessato alla computer graphic preferendo far tutto dal vivo perché solo così si ottiene un buon risultato. Ma oggi siamo buoni e la chiudiamo qui.

Raschiare il fondo del barile cinematografico

Qualche settimana fa, facciamo anche un paio di mesi, ero al cinema a vedere non mi ricordo cosa, forse Harry Potter, con un amico. Guardando i trailer, notavamo come ormai ci aspettassero solo film fracassoni di effetti speciali, prevalentemente con origine fumettistica e tutti con trailer-fotocopia di musica epica e ralenti, oppure commedie decerebrate a sfondo giovanilistico-sessuale. Ma magari era l’estate.

Ma magari, infatti. Con la nuova stagione cinematografica alle porte mi è venuta la curiosità di scoprire cosa ci aspetta prossimamente nelle sale cinematografiche. Non l’avessi mai fatto. Andando in ordine di arrivo, sono appena usciti o stanno per uscire il remake di Ammazzavampiri (Fright Night), il reboot di Il Pianeta delle Scimmie (dopo il remake di Tim Burton), il remake di Conan Il Barbaro (in 3D ci mancherebbe), più tutta una serie di sequel che non sto manco a riassumere, fate prima voi a mettere il numero 2 dopo ogni titolo che vi viene in mente.

Una volta la parola remake indicava due cose, o un rifacimento mmerrigano di un film straniero – cosa che comunque aveva già poco senso e si spiegava solo con la pigrizia esterofoba degli yankee – o un vecchio film aggiornato al gusto d’oggi – che per quanto mi riguarda tranne rarissimi casi di senso ne aveva anche meno.

Nel primo filone sempreverde scopriremo a breve, dopo Let me In dallo svedese Lasciami Entrare, The Orphanage, Oldboy e tutta la trilogia svedese Millennium (che mi risulta interessante solo perché dietro c’è Fincher e perché gli altri erano bruttini). La miglior posizione spetta tuttavia ad Akira Kurosawa, con il futuro remake dei Sette Samurai e con l’annuncio di una casa americana che ha comprato i diritti di 69 suoi film per farne dei remake a stelle e strisce (se avete le palle, fateli uscire tutti insieme uno dopo l’altro, poi vediamo).

Per la seconda tipologia, facciamo un gioco: vi dico l’elenco dei remake in arrivo e vediamo se tirate voi la conclusione. Pronti? Via. Highlander, Point Break, Hellraiser, Atto di Forza, Dirty Dancing, Linea Mortale, Cane di Paglia, Wargames, Il Mucchio Selvaggio, Viaggio Allucinante, Il Corvo, Footloose, Robocop, La Cosa, Corto Circuito, Cimitero Vivente, E’ Nata una Stella, Carrie Lo Sguardo di Satana, L’Uomo Ombra, Arturo, Caccia al Ladro, Suspiria, La Bambola Assassina, Dredd – La legge sono io. Fiuuu pant pant. Ripigliatevi. Come dite? Sono troppi? Uhm… Non vi sembrano vecchi film? Effettivamente… Tu là in fondo? Non ti sembrano film di cui serva un remake. Ah ecco.

Fermi lì, c’è di meglio. Sam Raimi prepara il remake del suo stesso La Casa, a cui seguiranno manco a dirlo i remake dei La Casa 2 e L’Armata delle Tenebre. Ma il meglio è Ridley Scott, già regista a rischio decesso, che ha annunciato l’autoremake-ma-forse-no-faccio-un-sequel del suo Blade Runner. Auguri.

Ma passiamo alla parola che preferisco: reboot. La prima cosa che penso quando sento reboot è che il sistema abbia crashato e tocca riavviare. Le metafore spiegano il mondo, si sa, e lo fanno in modo piuttosto brutale: applicando al cinema il concetto di riavvio segue che il film da riavviare sia crashato, ossia abbia fatto schifissimo o quanto meno sia stato sdegnato dal pubblico causando flop (e allora che lo riavvii a fare, per perseverare?), e che necessariamente si debba riavviare un film crashato, altrimenti il sistema-cinema non riparte (come no). Metafora del cazzo, nevvero?

Saltando i reboot di Batman che sono già in corso (il fatto che li faccia uno bravo come Nolan non conta), stanno per arrivare i reboot di Spiderman, una trilogia che si era conclusa nemmeno 5 anni fa, e di Superman, già portato sul tavolo di rianimazione da Bryan Singer nello stesso periodo. E anche Daredavil ci riprova ricominciando da capo, che ormai è accanimento.

E poi, sempre perché le idee non si sa dove trovarle, ritroveremo un altro Re Artù, un altro lupo mannaro (dopo il fallimentare L’Uomo Lupo la Universal non ne ha avuto abbastanza e sadomasochisticamente va giù con Werewolf), un altro Zorro (oddio no!), altri tre moschettieri, due biancaneve con quattordici nani, e un nuovo Godzilla che a questo punto si spera sia Contro I Remake.

Che palle.

PS: E comunque la colpa è tanto di chi li fa quanto di chi li va a vedere.

Premio “Se mi qualcosi, ti qualcos’altro”

Dopo la classifica dei titoli peggio tradotti del 2010 ho deciso di istituire il premio “Se mi qualcosi, ti qualcos’altro” dedicato alle straordinarie fatiche creative dei titolisti italiani, autori di assoluti capolavori di traduzione per i titoli di film provenienti da ogni parte del mondo.

L’anno cinematografico 2010/2011, chiuso il giugno scorso, ahimé non ha riservato particolari perle.

Zack & Miri Makes a Porno, titolo che da solo aveva garantito l’acquisto della sceneggiatura di Kevin Smith da parte della Miramax, è diventato Zack & Miri – Amore a… primo sesso!, confermando come i titolisti italiani non solo siano bigotti ma pensino pure che il pubblico cinematografico vada trattato come quello di La Sai L’Ultima? con Pippo Franco. Nello stesso filone barzelletta Parto col folle per Due Date.

Tornano i vituperati puntini di sospensione per No Strings Attached che diventa Amici, amanti e… (stocazzo). Lo stravagante mondo di Greenberg è lo stravagante titolo di merda di Greenberg (cit. FridayPrejudice), poi si prosegue con tristezze assortite quali Mia Moglie Per Finta (era Just Go With It), Carissima Me (L’âge De Raison) e Segui il Tuo Cuore (Charlie St. Cloud). Saccarina, a me!

Titoli così mosci che mi rifiuto di assegnare il premio. A meno di non darlo simbolicamente al film italiano con Emilio Solfrizzi (chi?) e Belen Rodriguez (ah beh), che pare aver preso ispirazione da questo medesimo pregevole riconoscimento: Se Sei Così, Ti Dico Di Sì. Ma non glielo do per antipatia.

In attesa di un miglior anno 2011/2012, vi lascio con una recentissima perla che fa ben sperare per il futuro: il film di Matt Reeves Let Me In, remake dello svedese Lasciami Entrare (il cui titolo originale si traduce come “Lascia Entrare Quello Giusto”), è stato acquistato dalla Filmauro che, ovviamente, ha pensato di tradurlo come Amami, Sono Un Vampiro. Non fa una piega. Sommersa dalle pernacchie ha poi cambiato idea riproponendolo come Blood Story, confermando il felicissimo trend di proporre un titolo inglese diverso per un film già inglese (e in questo caso già conosciuto da tutti come Let Me In). Si spera che non glielo vada a vedere nessuno.

All’anno prossimo!

Super 8: quel che è passato è passato

Nell’estate del 1979, un gruppo di ragazzi in una piccola cittadina dell’Ohio riprende accidentalmente un incidente ferroviario. Inspiegabili sparizioni iniziano a spaventare la popolazione mentre l’esercito interviene tentando di coprire tutto.

Super 8

Super 8 di J.J. Abrams è un tuffo nell’immaginario cinematografico del nostro io bambino, cresciuto a pane e Goonies, Explorers, Navigator e naturalmente Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo ed E.T. L’Extraterrestre di Steven Spielberg.

La cura con cui Abrams ricostruisce un film adolescenziale anni ’80 è ammirevole: non solo frulla nella trama tutti i tòpoi del caso (extraterrestri, ragazzi intenti a svelare un mistero, l’esercito che nasconde, lo sceriffo rude ma buono, il lutto da superare, ecc.) ma realizza un’estetica genuinamente retrò, dalla scenografia (quanti poster) ai costumi, dall’uso delle biciclette (che tenerezza!) a una fotografia perfettamente vecchio stile. Non so se i lens flare e le distorsioni focali delle lenti siano stati riprodotti digitalmente o se Abrams abbia utilizzato macchine da presa equipaggiate con ottiche anamorfiche ripescate dal passato, ma l’effetto di mimesi delle pellicole di quegli anni è stupefacente.

Il risultato è il miglior film di Spielberg non diretto da Spielberg, con in più una discreta dose di ironia sugli stessi tòpoi che mette in scena (d’altra parte dal postmoderno non ci se ne libera facilmente).

Tutto questo dovrebbe far felice chi nella prima metà degli anni ’80 era un pre-adolescente, prenderlo per lo stomaco e il cuore e trasportarlo in lacrime in un posticino caldo e mai dimenticato, eliminando anche il senso di colpa dell’adulto con l’ironia. Eppure no, qualcosa si inceppa a metà strada.

E’ vero che il film funziona meglio nella prima parte, con una costruzione delle scene d’azione e di suspense degna di Spielberg quando ancora era un regista, mentre nella seconda metà si perde in risoluzioni della storia e dei personaggi poco interessanti, barattando l’avventuroso con l’azione. Tuttavia non sono sicuro che il difetto risieda solo nella storia che si sfilaccia e diventa sbrigativa e prevedibile.

Non penso neppure che il problema risieda nel fatto che lo svelamento di un mistero è sempre meno interessante del mistero stesso.

Sospetto che Abrams, se fino a quel momento era stato in grado di conferire alle immagini un’aura di fascino e stupore – quella che in sintesi si potrebbe chiamare magia – non sia riuscito a fare altrettanto nelle scene successive.

Però a questo punto mi chiedo: la magia che indubbiamente era presente in E.T. ce la mettevamo noi a 10 anni o era già sullo schermo? Spielberg, Joe Dante e compagnia erano registi migliori di J.J. Abrams, oppure il mio io bambino è morto sotto i colpi della vita e non si risveglia più neppure al cinema?

Super 8, di J.J. Abrams [USA 2011]
Voto: 6. Gradevole avventura nostalgica con meno magia del previsto.

Sul rapporto regista/attore

Ecco un bel tassello da aggiungere alla mitologia del regista, da una storiella classica della Hollywood dei tempi d’oro.

Il regista Raoul Walsh sta girando un film. La scena prevede che un attore debba saltare da un muro. Il muro è alto, l’attore si rifiuta, Walsh insiste. L’attore allora grida “Fallo tu!” Walsh sale sul muro e salta. Cade a terra, si rialza e si appoggia al muro. L’attore ora è costretto: sale sul muro e salta. A terra urla dal dolore. Si è rotto una gamba. Un uomo sul set chiama una barella. E Walsh interviene: “Due!” Anche lui si era rotto una gamba.