Gaspar Noé, il cui precedente Irreversible svetta al vertice della mia personale classifica, è il solo regista che mi viene in mente quando penso alla parola inglese “uncompromising” troppo spesso usata a sproposito e con leggerezza. Ha un’idea e il coraggio di restarci fedele fino alla fine nonostante tutto, inclusa la fruibilità dell’opera da parte del pubblico. Inoltre non ha la minima remora a esagerare, requisito che trovo essenziale per provare a toccare l’assoluto.

Coerenza è un’altra parola che si associa perfettamente al suo cinema: ogni film (ma anche ogni cortometraggio, ogni videoclip e ogni spot che gira) si appoggia al precedente, in modo perfino sfacciato riciclando inquadrature ed effetti, e partecipa alla costruzione di un universo di personaggi allo sbando, potente e disturbante.

Enter The Void è così un altro passo avanti nella direzione che Noé ha intrapreso fin dal suo esordio col mediometraggio Carne. Di più: risulta perfino la chiave per riconsiderare i suoi film precedenti. Al contempo però non è né l’apice né la summa del suo cinema e soprattutto è un film imperfetto, cosa che, lungi dall’essere un male, ci dà all’opposto la rassicurante sensazione che non abbiamo ancora visto la conclusione della sua parabola artistica.

Enter The Void: trailer

La storia: Oscar, piccolo spacciatore a Tokyo, viene ucciso in una retata: la sua mente ripercorre la sua vita e, suggestionata dalla lettura del Libro Tibetano dei Morti, inizia un viaggio tra passato, presente e futuro per non lasciar sola la sorella Linda, attorno cui volteggia come uno spirito.

La prima metà del film è oggettivamente travolgente. La parola ENTER scritta su un’insegna al neon è l’inizio di un trip psichedelico e allucinogeno di rara potenza. Le recensioni estere avevano assolutamente ragione: siamo di fronte a un artista che sta provando a dare al pubblico qualcosa che non ha mai visto prima, qualcuno che sta davvero facendo qualcosa di nuovo col medium, spingendosi molto in là senza aver paura di sbatter contro la videoarte.

E’ stato tirato in ballo il viaggio oltre l’infinito di 2001: Odissea nello Spazio, e a ragione. A parte l’indubbia qualità estetica dei momenti di trip del film di Noé, si ravvisa una simile ambizione e un simile desiderio di avvolgere il pubblico nelle proprie visioni.

E scrivere di Enter The Void è un po’ come scrivere di 2001: sostanzialmente inutile. Sono opere così squisitamente cinematografiche che meritano solo di esser viste. Tentare di spiegare a parole o anche solo semplicemente di descrivere e raccontare le immagini del film rischia di essere un’opera di traduzione forzata di un’opera intraducibile. (Penso spesso che la critica cinematografica sia proprio una cattiva traduzione di una lingua in un’altra, e in questo caso mi sembra verissimo. Per lo stesso motivo non ho scritto nulla su The Tree of Life di Terrence Malick dopo essermi baloccato per un po’ con l’idea di chiudere un post dicendo semplicemente: “Malick a 67 anni è in grado di fare un film più sperimentale di chi ne ha 30.”)

Enter The Void è un’unica lunghissima soggettiva tripartita, reale nelle scene prima della morte di Oscar (e la radicalità di Noé impone anche battiti di ciglia), mentale nei flashback sulla sua infanzia (con l’ingombrante nuca del protagonista in primo piano) e spirituale nei volteggi in plongée attraverso Tokio (Noé perfeziona e amplifica quanto già tentato all’inizio di Irreversible).

Se le soggettive reali hanno il gusto infantile di un trucco ben riuscito – Noé si diverte a mostrare quanto perfetta sia la sua inquadratura mettendo il protagonista davanti a uno specchio – le soggettive mentali sul passato sono il primo colpo da maestro: si dice comunemente che in punto di morte si veda la propria vita come un film, quindi Noé inquadra il protagonista di nuca, ricostruendo per lo spettatore la visione cinematografica classica in sala, con il pubblico della fila davanti che copre parzialmente il film.

Enter The Void: flashback sul passato

Merita spendere qui due parole per lodare la sconvolgente capacità di Noé di creare e sviluppare un genuino senso di affetto tra i personaggi con pochissimi elementi: i flashback sull’infanzia e adolescenza di Oscar e Linda sono uno dei momenti di cinema più violentemente emotivi che abbia mai visto, al pari della ineguagliata intimità di Monica Bellucci e Vincent Cassel nell’inizio/fine di Irreversible.

Terze, le soggettive spirituali che attraversano palazzi e si avviluppano attorno ai personaggi, radicali anch’esse – si impiega sempre un tempo realistico per volteggiare da un punto all’altro di Tokyo – fino al punto di dare sui nervi e implorare un’ellissi, si agganciano al film precedente portano a riconsiderarne il prologo, che vantava una altrettanto mobilissima camera fluttuante in aria, come la visione dello spirito di Alex (Bellucci) o Alex (Cassel).

Sempre da Irreversible, Enter The Void prende lo spiegone iniziale: un lungo monologo di un personaggio che introduce tutti i temi del film. Qui tocca all’amico spacciatore raccontare per filo e per segno quello che secondo il Libro Tibetano dei Morti succede all’anima dopo la morte del corpo e che Oscar percepirà nelle successive due ore di film: quasi uno spoiler colossale che pare un madornale errore di sceneggiatura. Ma non lo è: al pari di Mulholland Dr. di David Lynch che sfruttava le convenzioni cinematografiche per dare realtà al sogno/incubo della protagonista per poi rivelarlo tale solo negli ultimi minuti di film, il racconto dell’esperienza post mortem e pre-reincarnazione come previsto dal Buddismo è largamente ingannevole tanto per Oscar quanto per lo spettatore, imboccando a quest’ultimo una interpretazione del film che solo apparentemente mette tutti i pezzi a posto.

Seguendo la lettura preparata dal monologo iniziale, Enter The Void risulta meramente una illustrazione visionaria della metafisica orientale, ma in realtà il suo nucleo è ben più nichilista e disperato. Il finale, con il vagito interrotto bruscamente dalle parole THE VOID, sta lì a suggerire che il vuoto non è la morte, ma la stessa vita. E poi buio e a casa. Genio.

Enter The Void, di Gaspar Noé [FR 2009]
Voto: 8. Cinema allo stato puro, ambizioso, imperfetto, imperdibile.