~ Archivio di maggio 2011 ~

Titolo per film n.8

Per la serie Titoli, oggi presentiamo: Titolo per un film quantomeno innovativo.

Godzilla contro Hitler

Salviamo Il Labirinto Femminile

Ho ricevuto la seguente email, e ancora fatico a crederci.

Un utente di ciao.it ha scritto:
«…non ho letto nemmeno una riga di questo libro perché è introvabile, tranne in internet, e sinceramente ancora non ho capito perché questo romanzo sia tanto boicottato dalle librerie, tanto che non solo non si trova, ma è impossibile anche farselo procurare dalla libreria stessa… La stellina che ho dato non è una critica rivolta al libro o allo scrittore, ma alla scarsissima reperibilità del prodotto. E pensare che un mio amico ha scaricato gratuitamente e poi letto le prime 140 pagine, asserendo che concorda pienamente con Lele Mora nel dire: “È davvero bellissimo”».
Lo riporto, per coloro che vogliono il cambiamento, come esempio di quante poche speranze ci sono di divulgare il proprio pensiero in un regime che è riuscito, non solo a rendere irreperibile un libro che da mesi è il più noto e più citato d’Italia, ma addirittura a mettere le persone che vogliono comprarlo in condizione di vergognarsi di chiederlo.
Avvocato Raffaele Ferrante

Per chi non avesse capito, il libro in questione è questa roba qui. Solidarietà alle vittime dell’ostruzionismo regimentale.

Il gianduiotto

Gianduiotto: s.m. ciccolatino ripieno di ‘nduja.

Il Giandujotto: cioccolatino ripieno di 'nduja.

Un Errore di Cottura (2000)

Come annunciava il teaser trailer, cinque anni di lavorazione per il capolavoro della A Piece Beyond: Un Errore di Cottura, un apologo morale sull’espiazione della colpa.

Buio in sala.

Un Errore di Cottura

Bello eh? E ora un po’ di storia.

Making of

Se non ricordo male, il budget totale è stato di 37.000 lire comprensive di due cassette VHS-c e di carni varie acquistate in macelleria (pezzi di polmone suino, metà cuore bovino, budelli di pecora).

Mentre massimo recitava… (cioè soffriva? No, recitava) io tenevo la videocamera con una mano e lanciavo frattaglie con l’altra (olè). Il sangue era una speciale mistura di Amarena Fabbri, cacao e probabilmente qualche altra cosa. Adesso dovrebbe essere chiaro il senso dell’ultima chart dei titoli di coda.

Il padre di Massimo ebbe la (s)fortuna di entrare in cucina mentre giravamo la scena finale: si trovò davanti il figlio in un lago di sangue, immobile per non dire morto (mai perdere la continuità), ripreso da un amico che con sorriso di circostanza disse “Abbiamo avuto una giornata un po’ difficile, abbia pazienza.”

Il montaggio analogico (non quello di Ejzenštejn)

Come tutta la produzione storica della APB, il corto è stato montato con due videoregistratori collegati con una presa SCART, premendo PLAY/PAUSE su un telecomando, REC sull’altro, e cercando di tenere il sync con la musica.

Ogni volta che sbagliavamo un attacco, dovevamo tornare al punto di partenza e rifare tutto da capo. Cosa che succedeva facilmente, visto che la musica proveniva da uno stereo non collegato ai videoregistratori.

Funzionava così: Massimo premeva PLAY sullo stereo, insieme cantavamo Tchaichovsky per prendere il ritmo e quando il momento del taglio arrivava lui premeva PLAY sul primo registratore e io, arrivando cantando al punto giusto, premevo PAUSE sul secondo per registrare. Poi, cantando e solfeggiando, lo rimettevamo in pausa appena dovevamo staccare. FFWD per andare a prendere il ciak successivo, e di nuovo PAUSE. Tornare indietro col CD, ricanticchiare e riprendere ritmo, e via verso l’attacco successivo.

Poiché ogni volta che il videoregistratore veniva messo in pausa tornava indietro di qualche fotogramma, dovevamo tenere a mente di attaccare un po’ dopo rispetto a quanto il ritmo suggeriva, così che quando il videoregistratore avrebbe riavvolto il nastro, l’attacco sarebbe venuto dove intendevamo. E ancora, tornare indietro col CD, ricanticchiare e riprendere il ritmo, nuovo attacco.

Non era neppure possibile controllare l’esattezza di ogni attacco subito dopo averlo fatto: poiché mettere in STOP causava un riavvolgimento del nastro molto maggiore, dovevamo lasciare una coda più lunga prima di stoppare, ma questa coda, una volta sovrascritta, lasciava una scia fantasma sotto le immagini nuove, rovinandole. Ma non sempre, diciamo una volta ogni tre.

E così, dopo cinque o sei attacchi, quando andare avanti senza controllare avrebbe causato un rischio ben maggiore che una scia fantasma, stoppavamo e controllavamo.

Si capisce facilmente che più si andava avanti e più aumentavano le possibilità di una cazzata da parte nostra o del videoregistratore, nonché il relativo danno. Ad esempio, era bello scoprire che tutti i dieci attacchi appena fatti erano venuti bene, tranne il quarto: buttare tutto e ripartire dal terzo.

Ci volle un’intera settimana. Ricordo distintamente le lacrime alla realizzazione che anche l’ultimo attacco era venuto finalmente a tempo.

Solo l’incoscienza giovanile ci ha fatto fare quegli attacchi rapidi sull’occhio. Non lo rifarei mai più, ma sono contento di averlo fatto.

Le reazioni del pubblico

Come si dice in questi casi, Un Errore di Cottura ha diviso il pubblico. Ad esempio la mamma di Massimo non riuscì che a balbettare “Ma… ma…”, mentre un’amica di mia mamma si limitò semplicemente a vomitare (come John Waters insegna, è una standing ovation).

Il corto è dedicato a Katia Dolce, sorella di Massimo, che ha pianto ciascuna delle tre volte che ha visto il fratello morto. Katia, non vedevi il corto da dieci anni, facci sapere se ci piangi ancora.

Il restauro digitale

A forza di stacchi e attacchi, riavvolgimenti e fotogrammi mangiati, la qualità del montato finale era molto più bassa del girato originale. Nel 2006, per celebrare il quinto anniversario di Un Errore di Cottura (ma tu guarda a volte le coincidenze), il corto è stato rimontato digitalmente: acquisendo il girato sul computer è stato possibile replicare con esattezza gli attacchi del film originale senza perdita di qualità.

Due ore di lavoro con Final Cut in viaggio sul treno Grosseto-Roma (ah, il progresso).

Un Errore di Cottura: Restauro

Qui il trailer per il lancio della “versione restaurata con l’approvazione dei registi”, mica cazzi.

Il paese degli uomini vuoti

Come avrete notato, questo blog se ne sta ben alla larga dal patetico chiacchiericcio della vita pubblica italiana (impossibile definirla politica). Alcune volte però – questa è la seconda – mi fanno saltare la pazienza e non riesco a trattenermi dallo scrivere.

Ricapitoliamo.

IKEA: Siamo aperti a tutte le famiglie.Prima mossa: l’IKEA, per pubblicizzare il punto vendita di Catania, realizza questa cartellonistica.

Il Sottosegretario con Delega alla Famiglia della Repubblica Italiana Carlo Giovanardi risponde che il manifesto è “in aperto contrasto con la nostra legge fondamentale che dice che la famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio.” Scioccato perché la campagna “attacca la Costituzione italiana con tale violenza,” il Sottosegretario della Repubblica ritiene “grave e di cattivo gusto che una multinazionale svedese, a cui il nostro Paese sta dando tanto in termini di disponibilità e che sta aprendo centri commerciali a manetta, venga in Italia e dica agli italiani cosa devono pensare polemizzando contro la loro Costituzione.” Segue coro di approvazioni da destra e da sinistra.

Intermezzo: sagace battuta del Ministro della Repubblica Italiana Ignazio La Russa che, commentando l’ipotesi di una famiglia con due genitori uomini, si chiede “il figlio cosa avrebbe? Un papà e un popò?” Coro di risate, ah ah ah.

Seconda mossa: il videogioco The Sims, decennale successo mondiale che si basa sulla creazione di un alter-ego virtuale da far interagire con altri giocatori (sostanzialmente una versione più sofisticata del “facciamo che io ero un re”), poiché non impedisce alcuna caratterizzazione dei personaggi consente la creazione di alter-ego gay che hanno amici, fidanzati, fidanzate, figli e figlie, vanno in vacanza, in palestra, addirittura a lavorare in ufficio.

L’Europarlamentare UDC Carlo Casini, leader del Movimento per la Vita, afferma che “questi videogiochi sono molto pericolosi, minacciano l’educazione di un bambino, la loro diffusione ha risvolti di carattere igienico-sanitario” tanto che si propone di farsi portavoce al Parlamento Europeo per una proposta per vietare il gioco ai minori di 18 anni o “quantomeno a spiegare ai consumatori che in Italia il matrimonio omosessuale è fuori legge.” Seguono approvazioni varie.

Militia Christi contro IKEA: Boicottiamo.Titoli di coda (provvisori, figuriamoci) e si chiude il cerchio: Militia Christi, movimento integralista cattolico, “esprime tutto il suo biasimo per l’ennesima manifestazione di degrado morale e sociale” e distribuisce questi volantini davanti al punto vendita IKEA di Roma Bufalotta. Interviene la Digos per cacciarli via.

Ora, si potrebbe rispondere in molti modi, e il mio preferito sarebbero le bombe a mano oppure ristampare i volantini della Militia scrivendo “Sulla famiglia non si specùla”, ma ieri sera casualmente ho letto questa pagina di Kafka sulla spiaggia del giapponese Haruki Murakami e tutto ha fatto clic.

– A causa del tipo di persona che sono, ho subito discriminazioni in vari modi e in varie circostanze, – dice Ōshima. – Che cosa significhi essere discriminato, e quanto profondamente si resti feriti, sono cose che solo chi le ha subite può capire. Ogni dolore è unico, e anche le cicatrici hanno una forma diversa per ciascuno. [...] Ma se c’è una cosa che mi indigna ancora di più, sono le persone prive di immaginazione. Quelle che T. S. Eliot chiamava “gli uomini vuoti”. Persone insensibili che coprono questa loro mancanza di immaginazione, questo loro vuoto, con un ammasso di segatura, e senza rendersene minimamente conto se ne vanno in giro per il mondo a tentare di imporre a tutti i costi questa loro ottusità agli altri, mettendo in fila parole vuote e senza senso. [...] Quando sono di fronte a persone così, perdo ogni controllo, e finisco per dire anche cose che non vorrei. [...] Non mi so controllare. E’ il mio punto debole. Capisci perché è un punto debole?
– Perché se uno volesse confrontarsi seriamente ogni volta con le persone senza immaginazione, non gli basterebbero molte vite, – rispondo.
– Esatto, – dice Ōshima, e si preme leggermente l’estremità di gomma della matita contro la tempia. – E’ proprio questo il punto. Però Kafka, ricordati bene una cosa. Anche quelli che allora uccisero il ragazzo della signora Saeki erano gente così. Gente priva di immaginazione, intollerante, senza orizzonti. Gente che vive una realtà fatta di convinzioni tutte sue, slogan vuoti, ideali orecchiati qua e là, sistemi rigidi. Sono queste le persone che a me fanno davvero paura. Le temo e le disprezzo. Naturalmente, anche capire ciò che è giusto e sbagliato è importante. Ma nella maggior parte dei casi, ognuno col tempo può correggere i propri errori di valutazione. Se si ha il coraggio di riconoscere i propri errori, il più delle volte è possibile rimediare. Ma la ristrettezza di vedute, la rigidità di chi è privo di immaginazione ha una natura simile a quella dei parassiti. Si trasferiscono da un organismo all’altro, mutano di forma e continuano a vivere e a proliferare. Sono casi senza speranza. Ma almeno qui vorrei che non mettessero piede. Haruki Murakami,
Kafka sulla spiaggia, p.199

Un Errore di Cottura (2000) – Teaser trailer

Per creare la giusta suspense, ecco il teaser trailer di Un Errore di Cottura, l’apice della produzione storica della A Piece Beyond.

Un Errore di Cottura: Teaser trailer

Francis Ford Coppola e la vita d’artista

Durante il Marrakech International Film Festival, Francis Ford Coppola si è intrattenuto con un gruppo di studenti condividendo con loro quel che ha imparato sulla creatività, il cinema, l’arte. L’intera conversazione è degna di nota, ma qui vorrei sottolineare un paio di passaggi sulla necessità di prendersi rischi per far qualcosa di intentato.

Il rischio è un elemento essenziale di ogni arte. Se non corri alcun rischio, come puoi creare qualcosa davvero bello, qualcosa che non è mai stato visto prima? Dico sempre che il cinema senza rischio è come sperare di fare un bambino senza sesso. [...] Non ho mai avuto paura di rischiare. Ho sempre avuto una bella filosofia sui rischi: l’unico rischio è di sprecare la propria vita, di dire in punto di morte “Oh, avrei tanto voluto aver fatto…” Io ho fatto tutto quello che volevo fare, e ancora oggi continuo a farlo.

E mi piace chiudere con questa frase, di cui abbiamo indubbia esperienza personale.

Il più grande nemico è sempre l’autostima. L’artista deve continuamente combattere il proprio senso di inadeguatezza.

Consolazioni per scrittori frustrati

Ogni qual volta mi risale la frustrazione da mancata pubblicazione, mi ripeto come un mantra che J.K. Rowling ha visto il suo Harry Potter rifiutato dodici volte. Nei momenti più disperati penso invece a Stieg Larsson. Nessuno meglio di lui per smettere istantaneamente di lagnarsi.

Indeciso tra un PC o un Mac?

La Microsoft ha realizzato una campagna promozionale per convincere le persone a scegliere un PC al posto di un Mac. Nella migliore tradizione Microsoft, l’idea creativa dietro alla campagna è copiare quanto aveva già fatto la Apple. Nella migliore tradizione Microsoft, il risultato è tra il comico e il patetico.

PC over a Mac

Suddividendo in categorie quali “divertimento”, “semplicità d’uso”, “lavoro”, “compatibilità”, “varietà di scelta” la Microsoft inanella una serie di perle tipo queste:

  • Molti PC con Windows 7 sono progettati per collegarsi direttamente alla TV, così puoi vedere i film e le tue foto sul grande schermo. La maggior parte dei Mac non si collegano alla TV se non con un adattatore. (ah beh)
  • Il computer facile da usare è il computer che già sai usare. (questa è troppo bella!)
  • Quando usi un PC, il mouse e la tastiera funzionano come ti aspetti che funzionino. (forse solo quelli)
  • I formati dei file della Apple non si aprono sui PC con Office. Questo può essere un vero grattacapo per chi usa un Mac. (certo, diamo la colpa agli altri)
  • Con la nuova funzione di Windows 7 HomeGroup, non devi configurare manualmente la condivisione di cartelle e stampanti. (yeah, right.)
  • In una scuola o un ufficio dove tutti hanno PC, se hai un PC lavori meglio. (vorrai mica essere l’emarginato?)
  • Ci sono più programmi per i PC che per i Mac. Se anche esiste una versione Mac di un programma PC che sai usare, devi ricomprarlo e imparare di nuovo a usarlo sul Mac. (terrorismo psicologico)
  • I PC si trovano in una ampia varietà di modelli e colori, mentre i Mac sono tutti bianchi o argento. (ma siete seri?)

Se volete divertirvi ulteriormente, qui la lista completa. A memoria, non ricordo una campagna Microsoft non dico efficace, ma anche solo gradevole. Perfino la testimonial è imbarazzata.

Deciding bwtween a PC and a Mac

Ancora contro il 3D: in difesa dell’inquadratura

Ci siamo lasciati con un articolo che riassumeva i motivi per cui dovremmo odiare il 3D. Gli ultimi due punti illustravano come il cambio di fuoco e un montaggio rapido diventassero un problema per i film tridimensionali. Come preannunciato, vorrei agganciare a questi ultimi due punti un’altra riflessione.

Non solo il regista di un film in 3D può disporre meno liberamente della serie di strumenti espressivi che si era gloriosamente guadagnato nel corso del secolo scorso, ma si trova privo dell’elemento basilare, quello su cui si poggiano tutti gli altri: l’inquadratura.

La composizione del quadro, ossia in parole povere come gli elementi di fronte alla macchina da presa vengono disposti all’interno del rettangolo dell’inquadratura, è la base della realizzazione di un’immagine. Lo sappiamo non dal 1895, ma da quando esiste l’arte pittorica, cioè praticamente da sempre.

La bidimensionalità di un’immagine fa sì che ciascun elemento occupi uno spazio preciso all’interno del quadro: la sua posizione lo mette in relazione tanto con i contorni dell’immagine quanto con gli altri elementi presenti in essa.

Alcuni esempi.

Arancia Meccanica

Persona

2001: Odissea nello Spazio

La bellezza, o se volete il grado di iconicità di queste immagini, sarebbe infinitamente minore se fossero state realizzate in 3D. Vediamo perché.

In primo luogo l’appiattimento della profondità su un unico piano crea un’impressione di graficità assente nella scena reale: ad esempio, nel fotogramma tratto da 2001: Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick le linee prospettiche diventano segmenti che puntano contro l’astronauta, mentre le barre di luce diventano cerchi ad esso concentrici; si crea un reticolo di direttrici che pilotano il nostro sguardo con molta forza, non così marcato in una scena tridimensionale.

Provate mentalmente a spostare il punto di vista su queste scene, come se la macchina da presa fosse stata più a destra, o più a sinistra, o più sopra o più sotto: la costruzione di queste immagini crollerebbe perché gli elementi perderebbero questo calibratissimo allineamento. Ecco, anche questo con un’immagine tridimensionale è meno vero.

La tridimensionalità impone una maggiore importanza alle relazioni di profondità, rispetto a quelle di posizionamento spaziale: vale a dire che in un’immagine 3D ci importa più di tutto sapere se un oggetto è vicino o lontano e molto meno se è – poniamo – all’immediata destra di un altro.

Anzi, il punto è che gli oggetti che appaiono vicini in un’inquadratura classica e creano interessanti relazioni spaziali magari sono distanti metri e metri nella realtà tridimensionale. La loro relazione è fittizia, creata ad arte da chi sceglie l’inquadratura, da chi ha scelto di riprenderli in quella particolare posizione reciproca. Tutto questo sparisce con l’introduzione della terza dimensione.

In sintesi, il 3D crea ambienti, più che immagini.

Inoltre il 3D tende a far sparire i bordi dell’immagine: anche quando non fa i giochetti scemi di roba che ti viene buttata addosso, il film tridimensionale trasforma lo schermo in una finestra aperta sul mondo. Si ha l’impressione che il quadro sia più esteso di quello che appare. Lo schermo non è più una porzione di spazio attentamente delimitata da quattro bordi che esclude e nega qualsiasi cosa ad essa esterna, ma una fenditura rettangolare su una realtà illimitata che presuppone e invoca quello che le sta fuori.

In altre parole, e a voler essere estremisti, il 3D delegittima l’uso del fuori campo.

Ora, senza un’immagine ben costruita e senza la scelta di una porzione di spazio ben definita, come si fa a chiamarlo cinema? Come si può parlare di visione? Di punto di vista sul mondo?