Federico Fellini, la vita e i film
Tullio Kezich
Feltrinelli, Milano 2002

Kezich parte malissimo, con una serie di capitoli raffazzonati e senza ritmo che accavallano episodi su episodi. Soprattutto qui e nell’orribile introduzione viene ribadita la dicotomia che imprigiona l’Italia degli ultimi settant’anni: comunisti vs. fascisti, comunisti vs. cattolici, comunisti vs. chiunque. Siamo, e siamo sempre stati lì, tra Don Camillo e Peppone.

Per carità, Kezich prova anche a prendere le distanze da questa gabbia culturale, aiutato tra l’altro dallo stesso Fellini che – sbigottito, annoiato, infastidito – ha insistito per tutta la sua carriera a dire che nulla aveva a che fare col cinema di sinistra o di destra, tuttavia ci riesce fino a un certo punto.

Fortunatamente, quando Fellini diventa regista, il critico dedica ogni capitolo a un film solo e il libro migliora così tanto che pare scritto da un altro. Kezich ragguaglia sulla trama e sulle idee soggiacenti a ogni progetto, dà un minimo di informazioni sulla produzione e si concentra molto sull’accoglienza del film all’uscita. Ricade talvolta nel solito “non è un film abbastanza di sinistra,” ma non è colpa sua quanto dei critici dell’epoca.

Punteggiando con frasi felliniane, Kezich ha soprattutto il grande merito di dare un’impressione veloce ma nitida della personalità e del carattere del regista, caposaldo di ogni biografia fatta bene.