~ Archivio di febbraio 2011 ~

Filippo: Oh, ma non scrivi nulla sugli Oscar?
nessuno2001: No.
Filippo: Perché?
nessuno2001: Per solidarietà a David Fincher e Darren Aronofsky.
Filippo: Era prevedibile… l’immarcescibile predilezione dell’Academy per il mosciume.
nessuno2001: Ah-a.
Filippo: Dai, fai uno sforzo. Bucare gli Oscar è imperdonabile per un blog di cinema.
Oliviero: Ah, è un blog di cinema?
Filippo: Boh, sì, anche.
Marcel: E di libri!
NiK: E di peluche!
Filippo: Ragazzi, calmatevi. Ogni volta sennò è un circo.
NiK: Il circo! I clown! Gli acrobati! Gli elefanti!
Filippo (a nessuno2001): Ti prego, scrivi qualcosa.
nessuno2001: “Oscar 2011: Fuck. Fuck! Fuck, fuck, fuck and fuck! Fuck, fuck and bugger! Bugger, bugger, buggerty buggerty buggerty, fuck, fuck, arse! Balls, balls… fuckity, shit, shit, fuck and willy. Willy, shit and fuck and… tits.” Posso andare?

Fuck, fuck, fuck, fuck!

Il film inglese Il Discorso del Re, superfavorito agli Oscar, è stato classificato R (Restricted) dalla Motion Picture Association of America per “profanity” a causa della scena in cui Re Giorgio tenta di combattere la sua balbuzie inanellando una serie di “fuck!” Il rating system acconsente (pare) a un paio di “fuck” ma al terzo fa scattare il visto R: minori di 17 anni accompagnati da un adulto.

E già mi viene voglia di sgozzare quegli ipocriti. Per chi non li conoscesse, sono quelli che hanno abbassato il rating di American Pie da NC-17 a R non appena le spinte pelviche contro la torta sono state ridotte da quattro a due, e sempre loro hanno causato quel pasticciaccio brutto delle figure digitali in Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick (giusto per dirne due, la loro storia è piena di successi). Ma ora viene il bello.

La Weinstein Company che distribuisce Il Discorso del Re in America si è ovviamente appellata contro la decisione e da qualche settimana rimbalzano sui media richieste di tagli da parte del distributore e risposte piccate del regista che non vuole modificare il film per compiacere quei bigotti dell’MPAA.

La posta in gioco è squisitamente economica: un film PG-13, cioè minori di 13 anni preferibilmente accompagnati dai genitori, ha un pubblico potenziale infinitamente più grande, specie in periodo pre-Oscar con le 12 nomination che il film ha ottenuto.

Oggi la MPAA ha abbassato il visto accontentando Weinstein, anche se non è dato sapere cosa abbia promesso (o già fatto) l’intraprendente distributore. Tom Hooper, il regista del film, aveva dichiarato che al massimo era disposto a bippare i “fuck” – una scelta da applauso per rimarcare l’idiozia della faccenda. Più probabile, secondo i rumors, che le parolacce siano state silenziate. Stupenda poi anche la deroga speciale che ha permesso al film di essere ridistribuito subito in sala nella nuova versione senza aspettare i 90 giorni imposti dal regolamento: presto, presto, fatemi fare più soldi e vi prometto quel che volete!

Caro Tom, se il contratto di distribuzione non ti consente di opporti, accetta il mio consiglio: alla cerimonia degli Oscar in cui sicuramente trionferai, nel tuo discorso di accettazione limitati a ripetere, tossicchiando prima e scandendo bene le parole, un frammento di sceneggiatura del tuo bel film. Questo:

Il Discorso del Re: FUCK!

Magari non ti faranno più fare un film in America, ma sai la soddisfazione?

Also Sprach Zarathustra (1994)

Secondo (primo) cortometraggio della A Piece Beyond: un omaggio a 2001: Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick… più o meno.

Girato con la fida Panasonic VHS-c, audio montato collegando uno stereo al videoregistratore: l’alba della tecnologia.

Also Sprach Zarathustra

Sull’andare al cinema di questi tempi

Considerazioni sparse dopo la visione ieri sera di Sanctum, proiezione in 3D, tecnologia RealD, al cinema Moderno di Piazza della Repubblica a Roma.

Il film non è niente di memorabile – claustrofobica avventura subacquea con stereotipi a manetta – e sarebbe passato inosservato se non fosse stato girato con la Fusion Camera inventata da James Cameron per Avatar. Questo tra l’altro giustifica l’intero marketing del film, la cui locandina vede i nomi “Cameron” e “Avatar” più grandi del titolo stesso – per non parlare poi del nome del regista, scritto tipo in corpo 2. Vedi alla voce: specchio per le allodole.

Risultato: “un film di James Cameron, fico, vado a vederlo!” Oppure (l’ho sentita veramente) “il sequel di Avatar, fico, andiamo a vederlo!” che praticamente è a un passo dal sentire “Avatar subbaqquo!” Cameron è il produttore esecutivo di questo film, che tradotto significa: “Ciao regista sconosciuto, ti presto la mia cinepresa” ma d’altra parte è già più di quel che aveva fatto Quentin Tarantino per Hostel e Hero (mi sono sempre chiesto quanto l’avessero pagato per scrivere sulle locandine “Quentin Tarantino presents”).

Io non sono un’allodola, o al massimo mi presto ad esserlo per valutare la riuscita della caccia. Stavolta ci sono andato per vedere il 3D applicato a riprese reali e non ai mondi virtuali di Cameron.

Background: io odio il 3D, penso sia la più grossa cazzata cinematografica degli ultimi cinquant’anni, che periodicamente ritorna come un’epidemia (vedi anni ’60 e anni ’80) per tentare di risolvere le sorti di un’industria perennemente in crisi. Non c’è alcun bisogno di avere la terza dimensione per sentirsi avvolti da un film: il nostro cervello è meravigliosamente ingenuo e si crea l’illusione spaziale da solo. Assecondiamolo, cazzo. Invece no, baracconate a non finire. Su tutte: convertire in 3D un film girato normalmente per spennare soldi agli spettatori. L’aspetto più idiota è che sono quasi riusciti a convincere la gente di vedere meglio i film, quando palesemente il 3D di qualsiasi tecnologia (ce ne sono a mazzi) fornisce un’immagine più scura (di uno stop!), percepita più piccola (la metà!), instabile, con bizzarri luccichii sui riflessi, visione periferica degradata e pessima fluidità nei movimenti. Per non parlare poi dell’affaticamento oculare, del mal di testa e delle facce idiote degli spettatori occhialuti.

Ridicolo pubblico 3D

Mi consolo sapendo che non sono il solo a pensarla così e che soprattutto ci sono ben altri lumi cinematografici a dirlo. No, davvero, vi prego di leggerlo. E anche quest’altro dove vi dice tutto lui, il filosofo dell’immagine cinematografica. Con buona pace di James Cameron che – me ne spiace – stavolta ha preso un granchio.

Ma comunque. Il 3D di Sanctum è il migliore che abbia mai visto. La Fusion Camera fa egregiamente quello che deve fare e, con i suoi due obiettivi paralleli, restituisce una genuina tridimensionalità. A differenza di Avatar dove era stata usata poco visto che il film è al 90% un enorme cartone animato, qui la Fusion fa il lavoro della normale cinepresa che riprende l’azione reale: attori in carne e ossa, location, scenografie. La profondità degli ambienti è molto naturale ma ciò che mi ha sorpreso è vedere la resa tridimensionale dei volti: il naso è leggermente più avanti degli occhi, le orecchie leggermente dietro… sembra idiota dirlo, ma è la prima volta che un volto appare come nel mondo reale.

L’uso della Fusion che ne fa lo sconosciuto regista è altrettanto ammirevole: nessun effettaccio facile, balzi prospettici vietati, cambio di punto di vista molto moderato, cambio di fuoco proibito. In un paio di scene riesce anche a sfruttare la tridimensionalità per un effetto drammatico: il passaggio dall’aria all’acqua per la prima immersione e la claustrofobia nel terzo atto. Bravo Nome Cognome.

Il prezzo per questo spettacolino da luna park è di 11 Euro. Ora, già mi stava sulle palle il sovrapprezzo per il 3D quando i biglietti costavano meno (tipo tre mesi fa prima di Natale), ma aver superato la soglia psicologica dei 10 Euro è imperdonabile. Quindi OK, vi ho dato i miei soldi per vedere Avatar e Sanctum esaurendo tutto quello che il 3D poteva offrire, ho pagato l’obolo all’idiozia dei tempi, mi sono anche divertito per carità, ma ora posso tornare al cinema?

La fruizione dell’opera d’arte

Le continue interruzioni dei film trasmessi dalle televisioni private sono un vero e proprio arbitrio e non soltanto verso un autore e verso un’opera, ma anche verso lo spettatore. Lo si abitua a un linguaggio singhiozzante, balbettante, a sospensioni dell’attività mentale, a tante piccole ischemie dell’attenzione che alla fine faranno dello spettatore un cretino impaziente, incapace di concentrazione, di riflessione, di collegamenti mentali, di previsioni e anche di quel senso di musicalità, dell’armonia, dell’euritmia che sempre accompagna qualcosa che viene raccontato… Lo stravolgimento di qualsiasi sintassi articolata ha come unico risultato quello di creare una sterminata platea di analfabeti… Federico Fellini, 1986

Sarebbe facile usare queste parole per dar contro alla televisione, specie quando lo stesso film di Fellini generatore di questa filippica, Ginger e Fred, era tra le altre cose una riflessione sulla pervasività e cialtroneria del mezzo televisivo. Vorrei tuttavia allargare un po’ il discorso, prescindendo dall’interruzione pubblicitaria di un film e considerando qualsiasi impedimento nella fruizione continua di una generica opera d’arte. Leggo e rileggo queste parole e, ammirato dalla loro chiarezza e potenza, condivido.

Il Cigno Nero: ovvero ciò che non puoi reprimere

Servirebbe ben altra sede che un blog per parlare degnamente di Il Cigno Nero, ultimo film di Darren Aronofsky, gemello del precedente The Wrestler ma perfino superiore per ambizioni e riuscita. Mi limiterò a elencare gli elementi che mi hanno dato enorme soddisfazione durante la visione in sala.

  • Natalie Portman in un’interpretazione psicologicamente e fisicamente estenuante, mantenuta incredibilmente sotto controllo per l’intero film, senza mai una flessione di intensità;
  • Una macchina a mano vorticosa e invadente, e un uso degli specchi altrettanto ossessivo: bravissimo Matthew Libatique;
  • Una musica potente che parte da Tchaikovsky e approda all’elettronica per poi tornare alla classica, con volume sempre più alto;
  • Una serie di rimandi interni e connessioni che ampliano enormemente le aree investite dal film: bianco e nero, cerebrale e corporeo, repressione ed esplosione, autolesionismo e masturbazione, guardare e guardarsi e essere guardati, madre oppressiva e regista despota, frustrazione e ambizione.

Black Swan: Natalie Portman

Dice più Il Cigno Nero sul potere della mente che un trattatello di psicanalisi. Per quanto mi riguarda, ad oggi il miglior film di Aronofsky: ricco, potente, compatto, intenso, nerissimo.

Il Cigno Nero, di Darren Aronofsky [USA 2010]
Voto: 8. Un gran film, tecnica sopraffina e cervello in uso.

PS: meritano di essere presentate anche le locandine del film, stupende. In Italia è stata distribuita la peggiore: banale, sciatta, zero stile, per niente evocativa, noiosamente rispondente alla vecchia logica del faccione attoriale di richiamo.

Trama n.3 – Habemus Papam

L’elezione al soglio pontificio scatena la profonda crisi di fede e coscienza che covava nell’animo del nuovo Papa fin dai tempi dell’adolescenza in seminario. In un raptus di razionalismo e forte del dogma dell’infallibilità papale, il pontefice sfida l’esistenza di Dio e della sua Chiesa compiendo la più turpe serie di oscenità e delitti immaginabile: torture, omicidio, stupro, infanticidio, cannibalismo e suicidio per asfissia erotica. Il tutto ovviamente in diretta TV. Per rimediare il pasticcio, il concistoro si riunisce in tutta fretta, tradendo preoccupazione e nervosismo: scaricheranno i cardinali la colpa allo Spirito Santo che li ha consigliati male, o si rifugeranno dietro la balla del Signore che opera per vie misteriose?

Conversazione con Alfred Hitchcock

Un amico mi ha girato questo link, da cui è possibile ascoltare le registrazioni della conversazione con Alfred Hitchcock che François Truffaut tenne nel 1962 e che sono state poi trascritte nel celeberrimo Il Cinema Secondo Hitchcock.

Personalmente non sono un grandissimo estimatore di Hitchcock, i cui film mi sembrano sfoggi di tecnica senza emozione (ma so di avere un’opinione impopolare), però resta un gran piacere ascoltare il simpatico panzone parlare dei suoi film.

Il film sociale

William Dollace mi invia questo frammento di Biutiful, il nuovo film di Alejandro González Iñárritu. Segue uno scambio email che riporto perché mi ha dato modo di parlare della mia allergia ai “film sociali”.

Birds, Biutiful

nessuno2001: Sono perplesso… i film sociali non li reggo, ma mi dicono sia bello, quindi forse faccio uno sforzo.

William: Film sociali? What? Secondo me non esiste film sociale, o lo sono tutti, dipende dagli occhi di chi vede, altrimenti anche Arancia Meccanica lo è. A me non me ne frega un cazzo dei film sociali ma qui una decina minuti di signor cinema ci sono, e bada bene che è cosa sempre più rara. Comunque quella è la mia scena preferita. Delle trame non me ne frega un cazzo.

nessuno2001: Per film sociale intendo quel film che si concentra sulla società ai margini, sui poveri che lottano per la loro misera vita o sull’emarginato che soffre, guardandola con occhio complice e basso. Hai ragione a dire che qualsiasi film potrebbe essere sociale, nel caso in cui parta da una storia particolare e poi si innalzi all’universale. Io sono allergico a quei film che restano bassi e diventano vietamente politici. Succede SEMPRE nel cinema italiano delle periferie, che detesto sopra ogni cosa (disoccupazione, spacciatorucoli, delinquentelli, straccioni vari, tutti nobilitati perché puri o vivi o genuini – ma uccidetevi!) e anche nel cinema inglese di Ken Loach e altri compari. Si può parlare di qualsiasi cosa, anche della disoccupazione e della povertà del proletariato, ma chissà come mai 9 volte su 10 hanno uno sguardo misero e ricattatorio: film che mirano a ottenere un coinvolgimento facile per sciacquare la coscienza, così il pubblico dice “Ah, che società ingiusta!” – lo stesso pubblico che poi va a casa in Mercedes (incluso il regista di quei film). Il cinema per me deve puntare alto e raccontare di miti e sogni e massimi sistemi, non di storielline trite e micragnose. E concordo infine sul guardare la maestria, più che le trame. Cosa che appunto non succede mai nei “film sociali” quali intendo, che sono sciatti tecnicamente e registicamente (al massimo sono interpretati bene, se inglesi).

William: Sono perfettamente d’accordo, Ken Loach fa film mediocri, infatti. Iñárritu è molto bravo tecnicamente e si circonda di altrettanta maestria. Biutiful è un 6/10: io adoro solo quella scena. Ultimamente fra i “nuovi” registi mi sta esaltando parecchio David Ayer.

nessuno2001: Uhm… a giudicare dai temi che tratta abitualmente (droga, delinquenza, corruzione della polizia) è a forte rischio allergico. Vedrò!

NiK: Hello, my name is NiK.
Filippo: Sì, ci conosciamo già.
NiK: I come from a shitty country.
Filippo: NiK?
NiK: Non disturbarmi, sto imparando l’inglese.
Filippo: Così?
NiK: Sì, ho trovato un corso fikissimo su youtube. Ci sono le lezioni di grammatica, i racconti sottotitolati, i dettati e una signora gentilissima a spiegarti le cose. Guarda!
Filippo: Ah, dai, molto bello in effetti. E lei è proprio di gran classe. Dove…
NiK: Shut the fuck up!