Powaqqatsi: trailer

Come per Koyaanisqatsi, la difficoltà di descrivere a parole quello che Powaqqatsi comunica è sempre soverchiante. Quasi quasi vi suggerirei di vedere il film prima di leggere queste righe e soprattutto – va da sé – di considerarlo come un sequel. Dovreste correre il rischio di non farvi piacere Powaqqatsi per avere comunque la possibilità di guardarlo senza alcuna interferenza. Lo troverete probabilmente noioso e banale, ma guardatelo e poi ci rivediamo qui. Su, forza, smettete di leggere, prendete il DVD e tornate tra un’ora e mezza. Siete sempre qui. Via, via!

Io ho impiegato tre o quattro visioni prima di comprendere Powaqqatsi e di considerarlo un capolavoro quasi pari al primo episodio. Se Koyaanisqatsi ti cattura immediatamente, questo secondo capitolo è più obliquo e richiede più attenzione per essere assorbito.

Questa difficoltà deriva sia dalla forma che dal contenuto. Riguardo alla forma, per dirne una, questo film è privo delle metafore visive che in Koyaanisqatsi indicavano chiaramente l’idea guida (la topografia di una città che si dissolve nel tracciato di una scheda madre, uomini che sfociano dalle scale mobili come würstel dai macchinari, ecc.): Powaqqatsi gioca meno sulla giustapposizione delle immagini preferendo puntare sulla forza del singolo quadro. E’ un procedimento di comprensione meno immediata perché il film è un mezzo diacronico: siamo abituati a leggere qualsiasi scena come uno sviluppo della scena precedente, a mettere in relazione quel che vediamo ora con ciò che abbiamo visto prima; ogni immagine cinematografica è sempre in relazione con la precedente e la successiva. Powaqqatsi funziona invece più come una serie di fotografie, di quadri immobili posti uno accanto all’altro piuttosto che uno dopo l’altro.

Per quanto riguarda il contenuto, poiché l’oggetto d’indagine è l’emisfero sud del mondo, è quasi immediato cadere nello stereotipo del ritratto compassionevole delle popolazioni povere e “arretrate”. A prima vista infatti il film parrebbe compiere un’apologia della povertà: esaltare il terzo mondo e fornire una visione romanticizzata dei suoi problemi, complice una fotografia che abusa del ralenti e di colori caldi. Un discorso del genere è ben fastidioso, e personalmente ci sono caduto tanto alla prima che alla seconda visione. In realtà Powaqqatsi tenta di fare un discorso molto più sottile, più stimolante e soprattutto più intelligente.

Facciamoci aiutare dalla struttura, una mia vecchia amica.

Se Koyaanisqatsi dopo una breve introduzione sui quattro elementi e sull’ambiente non modificato dall’uomo passava subito a presentare la condizione umana occidentale con sempre maggior forza fino all’apocalittico finale, Powaqqatsi è nettamente diviso in due parti uguali.

Dopo un prologo dentro la miniera Sierra Pelada in cui una massa di uomini trasporta sacchi di terra e oro in superficie, la prima parte del film esplora per circa quaranta minuti l’emisfero meridionale del mondo: spostandosi con carrellate aeree sulle note ritmate di Philip Glass tra mari, monti, vallate, villaggi, piantagioni, fiumi e campi arati, Reggio mostra lo stile di vita di varie culture non occidentali: la vita nei villaggi, il contatto con una dimensione spirituale, il commercio nei mercati all’aperto, le danze rituali.

Si tratta di popolazioni assolutamente eterogenee che compiono azioni diversissime: solcano mari, tessono stoffe, macinano semi, trasportano legnami. Sono tuttavia accomunate dal fatto che ogni loro utensile e ogni loro mezzo di trasporto è mosso da forza umana o animale. Serve uno sforzo di attenzione per cogliere il punto: ciò che ci viene chiesto di vedere è l’elemento invisibile, il grande assente, quella che era la star di Koyaanisqatsi.

La tecnologia irrompe solo a questo punto, sotto forma di un treno che per un interminabile minuto passa veloce e ripetitivo impedendoci di osservare un albero, delle montagne e un cielo limpido. La seconda parte di Powaqqatsi si apre così su una città (San Paolo, ma è ininfluente), inquadrata a piombo come nel primo film. La bestia è tornata. Una gigantesca antenna radio inizia a sparare i suoi proiettili: un collage di fintissime immagini televisive e clip pubblicitarie. Il virus è stato inoculato.

Scene da metropoli del terzo mondo si accalcano quindi confusamente in una disturbante parodia di Koyaanisqatsi. E qui Reggio ha un colpo di genio: se nell’altro film aveva ripreso masse di persone con brevi primi piani per dare una guida emotiva al discorso, in Powaqqatsi tiene costantemente in primo piano uomini, donne e bambini, li segue mentre con difficoltà tentano di attraversare una strada o aspettano immobili nel traffico o corrono senza una meta. Sono le stesse persone della prima parte, ma ormai spaesate, impaurite, frastornate. Hanno perso la grazia.

Troppe automobili passano davanti alle inquadrature disturbando la visione. E’ la tecnologia che si intromette. E le inquadrature sono per la maggior parte fuori asse: l’equilibrio mostrato nella prima parte è, forse irrimediabilmente, perduto.

L’uomo occidentale del primo capitolo era spersonalizzato, un anonimo insetto tra i mille uguali a lui, una massa informe e frenetica. L’uomo non tecnologico invece è in primo piano in questo secondo film, mentre lo sfondo gira vorticoso e vorrebbe ghermirlo. Se in Koyaanisqatsi il ritmo della tecnologia aveva travolto tutti rendendoci ingranaggi dell’enorme Moloch del progresso, qui le persone arrancano per tenere il passo di un ritmo che non è il loro. E quando un bambino africano vestito di abiti tradizionali viene sommerso dal fumo di un camion che gli passa accanto fino a non essere più visibile, è difficile fraintendere quello che Reggio ci sta mostrando.

Powaqqatsi torna così dove era cominciato, sulla Sierra Pelada, e l’uomo morente intravisto all’inizio, trasportato in superficie sulle spalle dei colleghi, diventa una sorta di Pietà michelangiolesca che funziona come immagine simbolo capace di raccogliere e chiudere il senso del film (col rischio di banalizzare: se Cristo è morto per i peccati del mondo, quest’uomo è ferito dal peccato del nostro mondo sul suo).

Una volta abbandonato l’effetto Koyaanisqatsi e ascoltata la struttura di questo secondo capitolo, il suo punto di vista è lampante, fin dal titolo: una forma di vita che consuma le forze vitali di un altro essere per continuare a vivere. Non è apologia della povertà né una descrizione poetica del mito del buon selvaggio moderno. Semplicemente Reggio ci fa presente che il sud del mondo non può essere aiutato con i mezzi del nord perché così facendo lo snaturiamo e rischiamo di accelerarne la caduta.

Powaqqatsi, di Godfrey Reggio [USA 1988]
Voto 8. Un gran film, meno incisivo del primo ma ugualmente notevole.