~ Archivio di gennaio 2011 ~

Dracula di Bram Stoker

Dracula
Bram Stoker
Mondadori, Milano 2005

Perfetto esempio di libro che tutti conoscono ma che quasi nessuno ha letto, Dracula è un capolavoro di intelligenza, stile e costruzione.

Bram Stoker si serve della forma epistolare, di solito più adatta ai romanzi di introspezione che a quelli di azione, per innescare abilmente la suspense e soprattutto per orchestrare un sistema di punti di vista via via sempre meno attendibili: l’inaffidabilità dei narratori, tutti in condizioni psicologiche alterate, conferisce alla vicenda i contorni inquietanti e sfumati di un vero incubo.

In un romanzo in cui il protagonista eponimo quasi non appare, il finale brusco che chiude frettolosamente una caccia al vampiro durata centinaia di pagine non fa che amplificare il senso di sinistra incertezza.

Lontano anni luce dalle versioni romantiche del mito del vampiro che verranno, tanto quelle splendide di Anne Rice che quelle puerili di Twilight, il Conte Dracula di Stoker è animalesco, primitivo e terrorizzante, un insetto famelico che zampetta agilmente nel regno del metafisico.

Il pur notevole di film di Coppola che a questo libro si ispira con presunta fedeltà è viziato dalla stessa chiave sensuale. Il miglior adattamento resta ancora Nosferatu di Murnau, appropriatamente rigido, polveroso e sconcio come un cadavere decomposto. Consiglio di vedere il film e dopo leggere il libro. E poi di dormire, se ci riuscite.

Trama n.2 – Alla ricerca del Proust perduto

Un uomo è ossessionato dalla Recherche di Proust. Passa l’intera sua vita a leggerla, riscriverla minuziosamente a mano su quaderni a righe, rileggerla, una frase dal libro e una dai quaderni, impararla a memoria e recitarla a se stesso, registrandosi col magnetofono e riascoltandosi poi rileggendo di nuovo ancora e ancora dai libri e dai quaderni finché non prende forma nella sua mente la folle idea di darle un sequel. Mentre viaggia col treno per l’Europa per fare “ricerche” per il suo libro, si convince di aver scoperto un ottavo volume lasciato incompiuto da Proust (cioè più incompiuto degli altri), ovviamente si illude di essere predestinato a completarlo e così facendo, in un delirio superomistico d’autore fallito, decide di ammalarsi di polmonite e poi muore.

(Metafora dell’artista post-moderno che invece di darsi una mossa e inventare qualcosa di nuovo rimugina e rimpasta quello che qualcun altro ha fatto, codardo.)

Prontuario da discussione per stupidi

Nello sventurato caso qualcuno… no, aspetta, riformulo. Tantevolte qualcuno mentre stai lì belbello ti venisse a scombussolare i piani e ti trascinasse tuo malgrado… cioè, vuol dire senza che tu lo voglia, in una discussione disturbando il tuo stato di quiete, oppure se metticaso devi chiedere qualcosa o chiarire un contenzioso, che sarebbe qualcosa su cui io e te non siamo d’accordo, pare impossibile lo so ma succede, eccoti un breve prontuario, come dire una serie di consigli, per uscirne vincitore e portare la ragione dalla tua parte, che è dove era già e dove deve stare, ci mancherebbe altro.

1. Se stai chiedendo o contrattando, come prima cosa inizia con una pretesa molto più in là dell’equità (che tanto ti viene facile, anzi, ti dirò un segreto, quella che tu pensi essere la posizione neutra o equa è già molto a tuo vantaggio) poi, a ogni risposta negativa che ottieni, rilancia. Chiedevi 10 e l’altro voleva darti 1? Ora chiedi 15, così quando otterrai 10 sarai quello generoso.

2. Quando parlate e non capisci ciò che l’altro dice, è perché ti sta raggirando. Se la normale sequenza di preposizioni connesse con qualche coordinata e nesso logico con cui il tuo interlocutore sta cercando di spiegare il proprio punto di vista diventa alle tue orecchie una prosopopea di paroloni incomprensibili (Eh? Appunto), non è perché non ci arrivi ma perché lui gioca a fare lo sborone, l’acculturato e l’egocentrico.

3. Sei quindi in difficoltà? Attacca. Non capisci quello che sta dicendo l’altro? Evidentemente è colpa sua, evidentemente lo fa apposta a non farti capire, evidentemente ti vuole raggirare, evidentemente è uno stronzo, quindi sarà meglio che diventi subito tu il più stronzo dei due.

4. D’altra parte è così evidente che sei buono e giusto che quando l’altro ti fa presente che non lo sei affatto, deve per forza esserci qualcosa sotto. Anzi, ora che ci penso, è lui che non è buono e giusto. Altrimenti non stareste discutendo, no? Avrebbe semplicemente detto sì alle tue condizioni. Infatti! Vedi? È proprio uno stronzo, lo dicevo io.

5. Quando non sai cosa dire, fai confusione. Se per caso l’altro è riuscito a portare a termine un’argomentazione ma tu non l’hai capita (ti sei solo accorto che ha smesso di parlare e ti sta guardando) è il momento giusto per affastellare passato presente e futuro, cose non dette ma pensate, travisazioni e salti pindarici (tanto ti riesce benissimo). È l’altro che ha il brutto vizio di usare la logica, non tu, quindi è lui che sarà in difficoltà, perché – scemo – tenterà di rispondere di nuovo in chiave logica e quindi si troverà costretto nel labirinto illogico che gli hai appena servito. Morirà lì dentro di stenti.

6. Riempi ogni interstizio possibile del ragionamento altrui con tue invenzioni. Metti in bocca all’altro cose che non ha mai detto, e quando ti farà notare di non averle mai dette, dì che le ha sicuramente pensate. Se non demorde e insiste col dire che non le ha neanche pensate (certi sofisti, fai conto di dire segaioli della mente, arrivano a dire che non puoi sapere se le ha davvero pensate e che non ha quindi senso portare pensieri come prove, tsé, che gente) tu dì che le hai intuite dal suo comportamento, dì che è quello che chiaramente lasciava intuire. Difficilmente avranno voglia di controbattere ancora.

7. Se proprio non sai più cosa rispondere, lascia il campo e porta via la palla. Non dimenticare di ribadire velocemente la tua posizione d’inizio, o anche meglio aumentala, e vattene. Ma non lo fare in modo offeso, dì piuttosto “allora così sei contento?” e allontanati mento in su con la sicumera che solo i tuoi pari possono permettersi.

Vittoria garantita. Milioni di italiani già seguono questo metodo. Provalo con fiducia.

Furti, ladrocini e ruberie

Anni fa avevo scritto nel frontespizio della mia tesi di laurea la seguente frase:

Se rubi a un autore è plagio, se rubi a molti è ricerca. Wilson Mizner

Sono sempre stato interessato al concetto di rubare quando applicato all’arte (non che la mia tesi di laurea rientrasse nella categoria) perché impatta su due cose che mi interessano: la buona ricerca, pietra angolare di ogni lavoro fatto bene, e l’interreferenzialità delle opere, concetto un po’ astruso del post-modernismo riassumibile simpaticamente con il detto “le opere d’arte si parlano tra di loro” – frase che appena uno la sente vorrebbe subito sapere cosa si dicono.

Ho letto oggi una delle regole che il regista Jim Jarmush ha scritto per la rivista online MovieMakers:

Niente è originale. Ruba dappertutto qualsiasi cosa ti dia ispirazione o alimenti la tua immaginazione. Divora vecchi film, nuovi film, musica, libri, quadri, fotografie, poesie, sogni, conversazioni casuali, architettura, ponti, segnali stradali, alberi, nuvole, masse d’acqua luce e ombra. Seleziona tra le cose da rubare solo ciò che parla direttamente alla tua anima. Se farai così, il tuo lavoro (e il tuo furto) saranno autentici. L’autenticità è senza prezzo, l’originalità non esiste. E non stare a preoccuparti di nascondere il tuo ladrocinio – onoralo se ti sembra il caso. E comunque ricorda sempre quello che ha detto Jean-Luc Godard: “Non è da dove prendi le cose, è dove le porti.” Jim Jarmush

E qui si arriva ad un altro regista, Stanley Kubrick, che in una conversazione con Jack Nicholson ai tempi di Shining aveva chiarito il suo punto di vista su dove portare le cose:

Ogni scena è già stata girata. Il nostro compito è sempre solo quello di farla giusto un pochino meglio. Stanley Kubrick

Inspiring, uh?

Padrepii d’Italia: Riccia (CB)

Padrepio a Riccia: Etciù!
Padrepio a Riccia: Etciù!

Dispetto 4: Una nuova primavera

Dispetto n. 4: “Una nuova primavera” per Le Quattro Stagioni.
Individuato in 98 ore e 12 minuti da: Oliviero

Naqoyqatsi: ovvero guarda che casino

Naqoyqatsi: trailer

Naqoyqatsi è il terzo capitolo, dopo Koyaanisqatsi e Powaqqatsi, della trilogia di Godfrey Reggio e Philip Glass dedicata all’impatto della tecnologia sull’essere umano e al nuovo ordine mondiale che ne è derivato. Col consueto rischio di semplificare a parole quanto il film esprime in modo non verbale, riassumerei l’intento di Naqoyqatsi come un tentativo di mostrare come il mondo moderno globalizzato sia permeato dalla tecnologia e come questa tecnologia abbia portato a una spersonalizzazione della società e a un sempre maggior incremento della violenza, alimentando guerre, accentuando le divisioni sociali e servendo il più forte o il più ricco di turno.

Ho provato varie volte a entrare dentro a questo film, ma ho sempre avvertito una certa resistenza. Eppure ha una delle migliori partiture che Philip Glass abbia prodotto negli ultimi anni, impreziosita dall’elegantissimo violoncello di Yo-Yo Ma. Di sicuro manca dell’impatto estetico immediato che gli altri due film avevano.

Lo stesso regista ha ammesso che questo capitolo è il più difficile da abbracciare poiché il suo oggetto d’indagine è ciò che comunemente teniamo sullo sfondo o utilizziamo come mezzo. Reggio si concentra sulla tecnologia in sé, su come essa sia diventata “la nuova culla della vita” per usare una sua definizione: viviamo nella tecnologia e di tecnologia, così tanto da esserne interamente trasformati senza esserne coscienti. Citava Einstein, Reggio, e la sua frase “probabilmente il pesce è l’ultimo che conoscerà l’acqua,” e credo abbia ragione.

Per presentare questa evoluzione del genere umano, Reggio utilizza esclusivamente materiale di repertorio e lo modifica con effetti digitali: alterazioni cromatiche, pixellature, deformazioni, sovraimpressioni, split screen, animazioni in 3D – un processo di tortura sulle immagine che ha definito “perfected degrading”. Tutto finisce in un unico calderone tecnologico da cui ne esce mutato, deformato.

Deformato letteralmente: poiché il girato d’epoca è tutto in 4/3, Reggio sceglie di schiacciarlo e presentarlo in formato panoramico 16/9, un’idea che se volesse suggerire la violenza della moda tecnologica nei confronti di immagini del passato non potrebbe trovarmi più d’accordo, ma che alla lunga risulta fastidiosa. Non riesco a non considerarla un filtro tra me e l’opera: non posso fare a meno di pensare costantemente a come sarebbero state quelle immagini nel loro formato naturale. (Sì, ho fatto l’esperimento di riprodurre il film in 4/3 e onestamente lo preferisco, ma mi rendo conto di aver violato l’intentio auctoris.)

Un’altra piccola resistenza penso derivi dal fatto che il film è pensato soprattutto per un pubblico americano: per farlo ragionare sull’impatto tecnologico, Reggio ha scelto immagini di repertorio con cui fosse più familiare; alterandole, poteva spostare l’attenzione dall’oggetto in sé – quell’immagine vista milioni di volte – alla mutazione digitale che l’ha stravolta. Lo stratagemma funziona indubbiamente meglio con chi quelle immagini le ha davvero viste milioni di volte.

Tuttavia ciò che maggiormente mi impedisce di considerare Naqoyqatsi allo stesso livello dei due precedenti capitoli della trilogia credo sia la mancanza di una struttura portante articolata dialetticamente.

All’uscita del film Reggio ha dichiarato che Naqoyqatsi è strutturato in tre movimenti, come una sinfonia:

  1. Numerica.com, in cui il linguaggio umano e l’ambiente in cui viviamo cede il posto al codice numerico e alla realtà virtuale;
  2. Circo massimo, in cui la competizione, la vittoria, i record, la gloria, il fair-play e l’amore per il denaro sono elevati a valori primari della vita, che diventa quindi un gioco, una partita, una gara;
  3. Razzo spaziale del XX secolo, in cui l’accelerazione elettronica raggiunge la velocità di fuga e tutto diventa alterato, confuso, senza significato, producendo un mondo che non è più descrivibile con il nostro linguaggio.

Manca una vera progressione: sostanzialmente Reggio descrive il mondo contemporaneo affrontandolo da tre diverse prospettive; sono tre momenti della stessa realtà che ormai è già presente. Poiché aveva esplorato il “prima” con i due capitoli precedenti, non ha potuto qui lavorare per differenza, per dialettica. Il film funziona come terzo capitolo, come inevitabile conclusione del discorso inaugurato con Koyaanisqatsi ma non avendo uno sviluppo interno regge poco come opera a sé stante.

Non riesco infatti a togliermi il dubbio che la stessa riflessione potesse essere presentata in mezz’ora. Naqoyqatsi spesso gira a vuoto, ripetendo con immagini differenti concetti già affrontati. In questo senso, il momento migliore è verso il finale quando la musica di Philip Glass torna ai ritmi furiosi del primo capitolo e in una decina di minuti frulla insieme dati digitali, simboli ideologici e religiosi, scene di guerra, scene di violenza urbana, bambini, adulti, missili e fintissimi spot pubblicitari e chiude con tre persone di etnia differente che gridano il dolore del mondo. Sarebbe bastato questo, credo.

Ci sono comunque momenti di puro genio anche stavolta: la scena in cui i manichini dei crash test si muovono in ralenti sotto la forza di inerzia sono quanto di più inquietante abbia mai visto sulla condizione umana nell’era tecnologica; ugualmente la sequenza in cui i dipinti più famosi della storia si fondono in una colata digitale irriconoscibile suggerisce che neppure l’espressione artistica può più aiutarci perché la tecnologia l’ha già divorata; infine, quando per un brevissimo istante si torna al vecchio mondo, con scene di animali nel loro ambiente naturale, la colorazione delle immagini è talmente artificiale che si percepisce chiaramente la perdita dell’innocenza che ci siamo autoinflitti. In questi momenti Reggio dimostra ancora di essere un genio della comunicazione non verbale, il che non stupisce da uno che ha trascorso 14 anni in silenzio a meditare.

Naqoyqatsi, di Godfrey Reggio [USA 2002]
Voto: 7. Un film importante, anche se non perfettamente calibrato: l’idea di fondo ripaga la visione.

PS: Il film è in vendita su Play.com per 5 Euro, spese di spedizione gratuite. Non vogliamo dare 5 euro al caro Godfrey? Il DVD contiene anche la presentazione del film alla New York University con Reggio, Glass e il montatore/responsabile degli effetti digitali Jon Kane: oltre un’ora di pensieri di cui far tesoro.

Sei per dodici – due: Sgobbare e persistere

Il secondo consiglio per scrittori che Raymond Carver tiene appeso sulla parete davanti la propria scrivania è una frase di Isak Dinesen, pseudonimo di Karen Blixen.

Solo apparentemente pessimista, ricorda che sgobbare e persistere è la prima regola per qualsiasi cosa fatta bene.

Scrivi un po' ogni giorno, senza speranza e senza disperazione. - Isak Dinesen/Karen Blixen

Universi paralleli

Universi paralleli
Universi paralleli, portale uno
Museo delle Belle Arti, Bruxelles

 

Universi paralleli
Universi paralleli, portale due
Osteria La Carbonara, Roma

 

Universi paralleli
Universi paralleli, portale tre
Basilica di San Pietro, Vaticano

 

NiK: Il post di ieri era troppo volgare!
Marcel: Dici?
Filippo: Non starlo a sentire, lui è troppo perbenino. Era un post fighissimo!
NiK: Gliel’hai dettato tu, eh? Marcel non l’avrebbe mai scritto.
Filippo: No, no. Ha fatto tutto lui, io mi sono limitato ad applaudire.
Marcel: Grazie :-)
NiK: Non vi parlo più.