Il secondo motivo per applaudire The Social Network di David Fincher, dopo l’incredibile esperienza cinematografica che rappresenta con la sua perfetta combinazione di sceneggiatura impeccabile, regia solida, fotografia ammirevole e attori splendidi, è la chiave minore con cui rilegge il mito del sogno americano.

Ogni straccione può diventare ricco e famoso nella terra delle opportunità facendo affidamento su se stesso e la propria intraprendenza, e ottenere successo, soldi e riscatto. Oggi il sogno americano funziona nello stesso modo e Mark Zuckerberg da sfigato liceale senza amici, si è trasformato nel più giovane miliardario del mondo.

Eppure The Social Network ci racconta che non c’è vittoria, né happy ending: il successo è stato raggiunto sì, ma mediante tradimento, e la gioia è di conseguenza minata da invidie e rancori; i soldi sono sì infiniti, ma ottenuti con accordi in tribunale; il riscatto c’è ma non ha generato ammirazione e calore quanto piuttosto un’ulteriore inadeguatezza ed esclusione.

A guardare ancora meglio tra le maglie della storia, si percepisce chiaramente come l’impresa di Zuckerberg fosse già distorta in partenza, solamente il capriccio di un debole: non voleva cambiare il mondo, non mirava a far star meglio il prossimo, voleva solo essere accettato dal gruppo che ammirava e magari vendicarsi dei propri avversari. Dimostrare di essere più figo di loro. Essere invidiato dai maschi e ammirato dalle femmine. Motivazioni tutt’altro che nobili per conquiste misere.

Sottolineando continuamente l’aspetto capitalistico dell’impresa di Zuckerberg in spezzo dell’amicizia e dell’onestà, David Fincher e Aaron Sorkin ci consegnano un’opera cupa e disillusa, perfettamente in grado di descrivere la vacuità di questo mondo senz’anima.

The Social Network, di David Fincher [USA 2010]
Voto: 8. Un gran film, tecnica sopraffina e cervello in uso.