Da una trama classica (lei incontra lui), Banana Yoshimoto aveva tirato fuori con Kitchen un piccolo capolavoro di atmosfera, non detti, sensazioni e immagini: quando la leggerezza non fa il paio con inconsistenza. Alla fine della lettura era rimasto qualcosa di flebile, ma luminoso. Indubbiamente era presente, anche se “le parole sono sempre troppo crude e finiscono con lo spegnere luci preziose e fievoli.” La Yoshimoto in qualche modo c’era riuscita.

Folgorato da quella lettura, in libreria mi ero ritrovato davanti allo scaffale coi suoi libri: settanta centimetri di titoli monoparola con costole dai colori vividi, nell’insieme un effetto gradevole. Scelsi Il Corpo Sa Tutto, per il titolo meno banale degli altri. Come spesso succede nelle raccolte di racconti, l’esito era stato discontinuo e nel complesso l’impressione di esilità mi aveva tolto un bel po’ di gusto nella lettura. L’entusiasmo si era spento, dovevo ammetterlo, e le nostre strade si erano allontanate.

Ho rincontrato Banana solo qualche mese fa a casa di un amico. Avevo frequentato altre scrittrici, e lei stava lì, sullo scaffale, con meno centimetri del solito ma col consueto cromatismo gradevole. Ho ceduto. “Posso prenderti qualcosa della Yoshimoto?” avevo chiesto.

N.P. è stato il libro che ci ha riavvicinato: una storia affascinante e anche ben costruita. Dai, Banana, magari avevi ragione tu, forse ero stato impulsivo, lo sono spesso. Però procedevi stentata, le tue parole si ripetevano in modo esasperante, i dialoghi e le descrizioni non si amalgamavano e l’atmosfera non prendeva mai corpo. Alla fine, tra “malinconie struggenti”, “atmosfere particolari”, “sensazioni stranissime” e “silenzi preziosi” la parola che più avevo in mente era cliché.

Ma Banana insisteva, non mollava, voleva essere letta. A piccole dosi, l’ho frenata, e ho preso Lucertola. Non ho la minima idea di quali storie contenesse, eppure le ho lette, ne sono sicuro. Come una serata al pub in cui lei ti parla, ti parla, e la mattina dopo non ricordi nulla. Siamo stati bene ieri sera, no?, ti dice quando ti ritelefona, e non sai cosa rispondere.

E poi è stata la volta di L’Ultima Amante di Hachiko e la scoperta della verità, pura e semplice: letto uno, letti tutti.

Non era un brutto libro, anzi. Però quasi perfettamente sovrapponibile agli altri. Memo per il futuro: non leggere mai due libri della Yoshimoto di fila, ti si confondono l’un l’altro e non capisci più cosa era successo in questo o in quello. Comunque, la trama non ne risente.

E così, dopo un paio di mesi di pausa e un buon numero di altre frequentazioni, ieri sera Banana mi aveva convinto di nuovo. Stava rannicchiata sul comodino da settimane, ho allungato il braccio e l’ho presa. Alle due e mezza ero lì che leggevo Tsugumi, pagina dopo pagina, sbadigliando, ma certo per il sonno. Poi sono arrivato alla trentatré e mi son detto: ma… me ne frega qualcosa?

“Prendili, prendili tutti, tanto non li rileggerò di certo,” aveva risposto quel mio amico, evidentemente anche lui un innamorato deluso. Domani gliela riporto, tutta. Addio Banana, è stato un amore intenso ma breve, il nostro.