Opera ambiziosa di Luca Guadagnino, Io Sono l’Amore è stato tanto stroncato qui da noi quanto esaltato all’estero: critici e blogger nostrani scatenati nel giochino di chi meglio insulta il regista/sceneggiatore e cinéphiles albionici e statunitensi in brodo di giuggiole travolti dall’estetismo made in Italy.

Sostanzialmente è vero tutto quello che hanno scritto, chiunque sia: è un film laccato (però potrebbe essere elegante e freddo), è una storia banalissima (è vero, ma è anche archetipica), stereotipi italiani a piene mani – ecco perché piace agli stranieri, Guadagnino gioca a fare Visconti senza averne lo spessore (beh, almeno ci prova e visto come siamo messi in Italia lo applaudirei), non arriva manco a Ivory ma gli piacerebbe, ecc. ecc.

L’accusa principale e che trovo più interessante è quella di pretenziosità, ossia l’aver fatto un polpettone melodrammatico per criticare la società italiana tutta prendendo spunto da una famiglia dell’altissima borghesia tessile milanese come catalizzatore dello scontatissimo peggio dell’Italia, il tutto condito da scelte di messinscena inutilmente estetizzanti, stucchevoli e fini a se stesse. Insomma, un film autocompiaciuto con velleità di critica sociale.

A me Io Sono l’Amore non ha infastidito, eppure ho il radar per la pretenziosità molto sensibile. Per dire, American Beauty mi resta intollerabile: un film fatto apposta per lavare le coscienze alla middle class americana, che così all’uscita del cinema può dire “Oh, sì… come siamo cinici e orribili, che pena. Dove ho lasciato la Chrisler?”

Guadagnino mi ha ben disposto dall’inizio: gli riesce di costruire una buona prima mezz’ora di tensione montante, sguardo attento, notevole orchestrazione dei movimenti macchina-attori, montaggio sincopato interessante.

I critici hanno scritto “La confezione è perfetta, tuttavia…” Ma nell’arte, la confezione è il prodotto: forma e sostanza si sovrappongono, e quando non sono aderenti, l’opera stride. Qui la ricerca formale di eleganza, opulenza e barocchismo è funzionale alla presentazione del contesto e del carattere della famiglia. La villa enorme, la città grigia innevata, le inquadrature sostenute sui dettagli, la scenografia che sovrasta i personaggi rendendoli piccoli piccoli – sono tutte scelte che dicono per immagini molto più di quello che vien detto a parole. D’altronde, l’immagine del post-finale para-idilliaco non a caso si svolge in una grotta.

Quel che davvero nuoce al film sono gli orpelli visivi da videoclip che Guadagnino non è riuscito del tutto a scrollarsi di dosso: ad esempio, la scena dell’amplesso tra la Swinton e Gabbriellini in controluce tra i fili d’erba con svolazzo di insetti e fiori sbocciati pare presa pari pari da un video di Elisa (Luce, Broken e così via), e sarebbe stato meglio aver una maggiore economia espressiva. Non giova che questa scena voglia rappresentare l’amore come forza della natura che irrompe. Non faccio fatica a veder qui i detrattori sghignazzare.

Però li vorrei vedere nelle altre scene, specialmente una qualsiasi della prima metà e il lungo finale dove Tilda Swinton eccelle e Alba Rohrwacher e Maria Paiato non sono da meno. Cinema-cinema.

Ma oltre la tecnica ho trovato un surplus di intelligenza, soprattutto nel modo in cui l’italianità della vicenda è stata presentata: la straniera che prova a integrarsi nella nostra società ma per farlo deve tradire se stessa (il marito le cambia anche il nome), il giovane proletario sincero e vitale contrapposto alla falsità e crudeltà dell’alta borghesia (tema già caro a Pasolini), e soprattutto le radici fasciste del successo economico-sociale italiano – spunto pervasivo che occhieggia fin da subito, nelle architetture, nei marmi, nel font delle scritte e che una battuta lanciata là, en passant, in fabbrica aiuta a cementare con fermezza.

Non c’è nulla di casuale nel film, dal libro galeotto che richiama un’artista tessile rivoluzionaria allo svolazzo liberty del titolo, e sospetto che anche aver incasellato dentro la Rete4 di Mediaset la doppia citazione mélo di Philadelpia e dell’Andrea Chenier abbia un suo senso.

E’ vero che la sceneggiatura utilizza un evento catalizzatore quanto di più scontato possa esistere (al cinema l’abbiamo visto quasi identico in Il Danno di Louis Malle) e che Guadagnino si lascia andare a qualche metafora e simbolismo di troppo, ma è un sovra-dosaggio che imputerei più all’entusiasmo che alla pacchianeria.

Leggendo i massacri dei blogger e dei critici, Guadagnino, a cui comunque non perdono Melissa P., mi è anche diventato simpatico. Magari ho preso un abbaglio innamorato di Tilda, eppure stamani ancora ci ripenso, il che non è poco.

Io Sono l’Amore, di Luca Guadagnino [IT 2009]
Voto 7. Ben scritto, ben diretto, ben recitato: riuscito.