~ Archivio del 23 novembre 2010 ~

Margherita ti amo

Se il sito del Corriere della Sera fosse fatto in maniera decente, embedderei qui l’intervista a Margherita Hack di ieri.

Al suo posto presento una selezione delle sue illuminanti risposte, da questa e altre videointerviste, da mandare a memoria.

D: Si saprà mai perché si è formato l’Universo?
R: Probabilmente no, ma questo non vuol dire che si debba ricorrere per forza a Dio.

D: Non sei credente, quindi.
R: A me sembra una cosa infantile, credere in Dio. Un po’ come credere alla Befana.

D: E le Madonne che piangono?
R: Ma perché un ridon mai?

D: Sai l’atto di dolore?
R: Un so nemmen che cosa sia.

D: Quando sei nella merda a chi ti rivolgi?
R: A quelli che vòtano i pozzi neri.

Sarò bizzarro io, ma voglio vivere in un cascinale con Margherita Hack, Rita Levi Montalcini, Tullio De Mauro e Carlo Azeglio Ciampi, perché in questo paese gli over 80 sono più rivoluzionari dei giovani.

Millennium trilogy: una lezione di regia

Gli adattamenti della trilogia di Stieg Larsson, il primo diretto da Niels Arden Oplev e gli altri due da Daniel Alfredson, possono esser presi come esempi per una veloce lezioncina di regia e di sceneggiatura. Basta guardarli uno dopo l’altro per accorgersi della differenza che passa tra un buon adattamento ben diretto e una riduzione cinematografica girata senza brio e con poco gusto.

La prima sceneggiatura seleziona gli episodi salienti e li organizza in una struttura in cui ogni scena si poggia sull’altra per costruire qualcosa; le altre due si limitano a disporne un certo numero, peraltro molto ridotto, in fila indiana.

Il primo film ha il respiro, il ritmo, la costruzione e il senso d’insieme di un’opera uniforme e personale, esattamente come era il romanzo; non solo è fedele alla storia e ai personaggi ma anche, meno scontato, all’atmosfera. Il secondo e il terzo film sono al contrario semplici versioni per immagini degli altri due romanzi: ciò che sparisce e di cui si sente la mancanza non è tanto un certo numero di episodi o un paio di subplot che nei libri contribuivano alla soddisfazione del lettore, né si può addossare tutta la fiacchezza alle scelte sostanzialmente stupide di adattamento. Manca piuttosto la costruzione di un movimento coerente, un orientamento delle singole scene verso una direttrice ben stabilita.

Se il primo film funziona, è perché il regista ha orchestrato tutti gli elementi con intelligenza e senza risultare mai banale, tenendo bene a mente le emozioni da far provare allo spettatore; gli altri due film invece non si liberano dall’andamento di un piatto sceneggiato televisivo. Così, tra vedere il primo film e gli altri passa l’esatta differenza che c’è tra leggere i tre libri di Larsson e sentirseli raccontare.

Non è facile definire cosa sia la regia cinematografica, ma quando non funziona si avverte chiaramente. Manca quella sensazione di compattezza che ti fa perdere dentro lo schermo, ed è esattamente qui che un film vive o muore.

Uomini che Odiano le Donne, di Niels Arden Oplev [Svezia 2009]
Voto: 6. Funziona e intrattiene.
La Ragazza che Giocava con il Fuoco, di Daniel Alfredson [Svezia 2009]
La Regina dei Castelli di Carta, di Daniel Alfredson [Svezia 2009]
Voto: 4. Non riuscito, noioso, banale, soprattutto noioso.

PS: Alla notizia che Hollywood stava preparando i remake avevo avvertito un certo fastidio, nonostante ci fosse David Fincher alla regia: il solito tritacarne americano che invece di distribuire e valorizzare un film straniero preferisce inghiottirlo e digerirlo a uso e consumo del suo pubblico esterofobo. Ora che ho visto i film svedesi mi spiace solo per Noomi Rapace e il suo potente ritratto di Lisbeth Salander. Vai David.