Come tutte le opere di Michael Haneke, Funny Games è un film teorico: più che una trama presenta una situazione, più che personaggi presenta archetipi, più che raccontare una storia, compie un esperimento sul pubblico.

L’esperimento di Haneke consiste nel mettere in scena un oggetto con il quale il pubblico possa facilmente identificarsi, una famiglia piuttosto connotata in senso borghese, per farne oggetto di violenza mediante le azioni di due ragazzi senza nome, pura astrazione, strumenti da manovrare a piacimento.

Quando un film mostra un fatto cruento, finisce quasi inevitabilmente per esaltarne la parte divertente ed entusiasmante: l’accusa classica verso le opere violente – istigare la violenza e promuovere l’emulazione – è particolarmente difficile da evitare per il cinema; è un mezzo espressivo così potente che la sua messinscena di montaggio ritmico e musica rischia di abbellire ed estetizzare qualsiasi evento.

In Funny Games, Haneke mantiene le azioni compiute dai due ragazzi costantemente fuori campo e inquadra esclusivamente le reazioni della famiglia. Il pubblico non ha altra scelta che immedesimarsi in quest’ultima e, privato di scene entusiasmanti, avverte un’oppressione senza fine, esattamente la stessa provata dalla famiglia del film.

Haneke risolve brillantemente il problema in cui erano inciampati Stanley Kubrick con Arancia Meccanica, Oliver Stone con Natural Born Killers e molti altri registi. Credo che Funny Games sia l’unico caso di film, almeno tra quelli che ho visto, in cui il regista è in una posizione morale inattaccabile. (Resta inteso che non me ne frega nulla se un film vuole compiacersi della violenza gratuita che rappresenta, anche oltre ogni limite: l’espressione artistica deve essere totalmente libera anche a costo di essere irresponsabile.)

Funny Games U.S.

Funny Games

Rifacimento/traduzione dell’omonimo film del 1997, con attori e ambientazione americana. Avevo trovato intelligentissima l’idea di replicare l’originale tedesco (diciamo anche europeo) per sfidare gli americani su un terreno in cui più di tutti eccellono: la rappresentazione della violenza. Mi aveva molto colpito una provocazione del recensore di Ciak che proponeva ad Haneke “di farne subito un altro, in Giappone.”

Il risultato finale mi era però sembrato un po’ sterile: un’occasione mancata. Senza qualche adattamento per traghettare non solo geograficamente ma soprattutto culturalmente la storia e le sue implicazioni, più che una traduzione in americano il nuovo film pareva una fotocopia, forte o debole come l’originale. A questo punto, il pubblico statunitense avrebbe potuto tranquillamente vedere il Funny Games del 1997. E’ sicuramente servito a far vedere a più persone il film, e quindi ad avere più cavie per l’esperimento, ma non è stata aggiunta alcuna nuova ipotesi né introdotta alcuna variante che potesse illuminare le diversità culturali tra l’Europa e l’America.

Funny Games, di Michael Haneke [Austria 1997 & USA 2007]
Voto: 7. Un film riuscito.