Prima di timbrare però vengo chiamato dai manager che mi comunicano il mio «mancato superamento del periodo di prova». Attonito, chiedo cos’è successo, perché mi mandano via. Mi rispondono che non sono tenuti a darmi alcuna motivazione. Io insisto e alla fine l’unica frase che mi dice il capo è: «Non sei allineato con il pensiero Apple».
Marco Savi
ex-dipendente Apple Store di Grugliasco (TO)

Dopo aver appreso nei giorni scorsi la notizia sul blog di Alessandro Gilioli e aver letto poco fa la lettera di uno dei quattro dipendenti licenziati in malo modo dalla Apple, mi vengono in mente alcune considerazioni da pluriennale utente Mac, felice possessore di un Powerbook G4 prima e di un MacBook Pro ora.

Fortissima l’impressione di leggere non l’esperienza reale di un dipendente d’azienda ma le prime pagine della sceneggiatura di Tutta la Vita Davanti di Paolo Virzì.

L’amministratore delegato di Apple Italia avrebbe dovuto scrivere un comunicato stampa appena uscita la notizia: già ieri sarebbe stato tardi, oggi il suo silenzio è inqualificabile.

Passiamo anche sopra, ma tocca sforzarsi, al licenziamento senza motivazione (è pur sempre legale), ma resta inaccettabile la richiesta di uscire dalla porta di servizio per “non creare il caso” e non disturbare lo sfavillante clima di successo dello store.

Salvo che dalle schiere dei fan-boy decerebrati pronti a difendere sempre e comunque Steve Jobs, l’episodio viene letto ovunque come un tradimento di Apple alla sua filosofia “think different”.

Ho iniziato a pensare da tempo che la Apple abbia cambiato rotta, allontanandosi dalla qualità per accalappiare senza troppi scrupoli fette sempre più ampie di utenti, ma l’argomento meriterebbe un post più ampio.

Oggi invece mi voglio chiedere soprattutto quanto sull’accaduto abbia pesato l’italianità: aver scelto manager che nulla hanno a che fare con il settore IT, o che anche banalmente abbiano mai usato un Mac nella loro vita, dipende dal modo italiota di fare le cose? Anzi, a ben vedere tutto l’episodio con la mancanza di rispetto e calpestamento della dignità del dipendente non deriverà dalla cultura d’impresa – o della cultura tout court – di questo paese?